Passaporto per i vaccini: sì o no? L’amletico dubbio del Regno Unito

Mondo

Tiziana Prezzo

In Uk la campagna di immunizzazione contro il Covid-19 prosegue a un ritmo molto alto. Ora che è stata stabilita una roadmap per uscire dal lockdown, ci si interroga sulla possibilità di introdurre un documento elettronico che serva come nullaosta per viaggiare, ma anche per entrare nei pub e nei ristoranti. La questione però solleva questioni di carattere etico.

Passaporto sì, passaporto no: questo è il problema. Ora che il Regno Unito ha coperto con la prima dose del vaccino anti-Covid oltre un terzo della propria popolazione adulta, e attende con impazienza di realizzare la propria roadmap ( che vede nel 21 giugno la data ultima di un possibile “cauto ma irreversibile” ritorno alla normalità), il tema di un certificato che attesti la propria immunità al virus sta cominciando ad animare il dibattito pubblico.

 

 

L'esempio di Israele  e le libertà individuali

Si guarda a Israele e al suo green pass. Nello stato ebraico, coloro che sono stati già stati immunizzati o che sono guariti dopo l'infezione da Sars-CoV-2 sono da qualche giorno dotati di un lasciapassare per scuole, musei, palestre e hotel. La certificazione si può ottenere dal ministero della Sanità tramite un'app o dalla struttura che ha gestito la vaccinazione. Ma il Regno Unito non è Israele. I suoi cittadini non hanno una carta d’identità (hanno il passaporto per espatriare) e non si può essere  fermati e identificati per strada (può essere chiesto loro di andare in una stazione di polizia per il riconoscimento se, per esempio,  vengono fermati in macchina e non hanno la patente, che non è obbligatorio avere con sé).
L’adozione di un passaporto vaccinale solleva quindi, nella terra di John Locke e soprattutto di John Stuart Mill, problemi etici non da poco, in termini di libertà individuali e discriminazioni. Porta con sé “profonde e complesse istanze”, per usare le parole del premier Boris Johnson.

 

Il rischio discriminazioni

 

“I temi fondamentali sono certamente quelli che riguardano possibili discriminazioni (cittadini di serie a e di serie b, per così dire) tra chi ha ricevuto il vaccino e chi, per un motivo o per l’altro no”, spiega Alberto Giubilini, filosofo e ricercatore al Programma sulla Responsabilità collettiva per le Malattie Infettive dell’Università di Oxford, e quello sentitissimo della libertà individuale e della protezione della propria privacy”. “Storicamente la cultura anglosassone è molto incentrata sulla responsabilità individuale, sull’idea che i cittadini devono assumersi le loro responsabilità nei confronti di se stessi e della collettività e l’intervento statale deve essere ridotta al minimo”, spiega ancora Giubilini. Quale potrebbe essere allora la motivazione eticamente corretta, per cui sarebbe giusto avere un passaporto vaccinale? “Innanzitutto è un modo per uscire da uno stato di coercizione come quello che stiamo vivendo senza imporre un rischio e un costo agli altri individui e al sistema sanitario.” – ci spiega –“Nel momento in cui, grazie ai vaccini, abbiamo la possibilità di tornare alla normalità,  e vogliamo continuare a proteggere gli altri e il sistema sanitario, dobbiamo farlo in un modo che ci consenta di farlo garantendo appunto la sicurezza del prossimo”.  “Aggiungo che mentre il lockdown ha un costo enorme da tanti punti di vista, la vaccinazione ha un costo infinitamente più basso”, conclude Giulini.

 

Gli appetiti delle organizzazioni criminali 

Esistono poi problemi legati alla tutela dei dati sensibili che sono alla base del passaporto vaccinale.

“Un’organizzazione criminale potrebbe decidere di mettere su un business di passaporti digitali e venderli”-spiega  Stefano Mele,  avvocato specializzato in diritto delle tecnologie, privacy e sicurezza informatica –“O potrebbe fare quello che già viene fatto con moltissimi altri dati personali: rubarli, riutilizzarli, venderli e così via”. Ha senso, chiediamo, un passaporto di questo tipo se non tutti i Paesi lo utilizzano? “Non ha molto senso”, ci risponde l’avvocato. “Perché questo progetto si realizzi e sia efficace dovrebbe essere comune a tutti, altrimenti si torna al problema delle discriminazioni”.

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