Migranti, il regolamento di Dublino: cos’è e la posizione dell’Italia

Foto d'archivio (Ansa)
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Il testo disciplina la concessione del diritto d’asilo per chi arriva in Europa. I Paesi membri dibattono su una sua riforma. Il nostro Paese vuole togliere l'impegno sui migranti dagli Stati del Mediterraneo. LO SPECIALE

Il regolamento di Dublino, che disciplina il diritto d’asilo per i migranti che arrivano in Europa, è un argomento che negli ultimi anni si è imposto spesso nell’agenda politica italiana e internazionale. I Paesi membri dell'Ue vogliono una riforma del sistema di asilo europeo. L'Italia, tramite il ministro dell'Interno Matteo Salvini, ha espresso la sua posizione, schierandosi contro “le politiche di asilo che condannano i Paesi del Mediterraneo come Italia, Spagna, Cipro e Malta, ad essere da soli".

La storia del regolamento

Il “sistema di Dublino” è stato firmato nella capitale irlandese, da cui prende il nome, il 15 giugno 1990, ed è entrato in vigore l'1 settembre 1997 per i primi dodici stati firmatari (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Regno Unito), il primo ottobre 1997 per Austria e Svezia e il 1º gennaio 1998 per la Finlandia.

Cosa prevede

Il regolamento 'Dublino III', entrato in vigore il primo gennaio 2014, definisce criteri e meccanismi di uno Stato membro Ue per l'esame di una domanda di protezione internazionale. Ovvero, definisce quale Stato deve farsi carico della richiesta di asilo di una persona giunta in territorio europeo. Attraverso l'Eurodac (sistema usato per confrontare le impronte digitali) vengono registrati i dati e le impronte di chiunque attraversi irregolarmente le frontiere di un Paese membro o presenti richiesta di protezione internazionale. Questa banca dati consente quindi di stabilire, confrontando le impronte, se un richiedente asilo o un cittadino straniero, che si trova illegalmente sul territorio di uno Stato, "ha già presentato una domanda in un altro Paese dell'Ue o se un richiedente asilo è entrato irregolarmente nel territorio dell'Unione", si legge sul sito dedicato alla normativa europea. Con la presentazione della domanda di protezione internazionale in un Paese europeo, se in base al racconto del richiedente o ad altri elementi, come le impronte, emergono dubbi sulla competenza si apre una fase di accertamento, “Fase Dublino”, che sospende l'esame della domanda. A questo punto, individuato il Paese dove il richiedente asilo è già stato segnalato, le autorità chiedono alle autorità dell'altro Stato di farsi carico della domanda: se la risposta sarà positiva, sarà emesso un provvedimento di trasferimento verso quel Paese con il conseguente spostamento del richiedente. Lo Stato competente è quindi obbligato a prendere in carico il richiedente che ha presentato richiesta di protezione in un altro Stato. Ad esempio, un cittadino straniero entrato in maniera irregolare in Italia e poi arrivato in Germania - dove presenta richiesta di asilo - dovrebbe essere trasferito in Italia.

Il dibattito per la riforma

La parte più critica del testo è quella che attribuisce l'esame delle domande di asilo e l'accoglienza del richiedente allo Stato di primo ingresso nella Ue, determinando un carico di lavoro importante per i Paesi cosiddetti di confine, tra cui l’Italia. Tra le ipotesi in campo, di cui si discute da tempo, c'è anche quella di chi vorrebbe abbandonare il criterio di primo ingresso, suddividendo i richiedenti fra tutti i membri in base a un sistema di quote.

Le posizioni del nuovo governo italiano

Matteo Salvini, dal momento del suo insediamento ha detto che “l’Italia non può essere il campo profughi d’Europa”. In materia di immigrazione il nuovo governo ha l’obiettivo primario di ridurre i flussi. "Si deve puntare - si legge nel testo Contratto firmato da LegaM5s - alla riduzione della pressione dei flussi sulle frontiere esterne e del conseguente traffico di esseri umani" e anche effettuare "una verifica sulle attuali missioni europee nel Mediterraneo", che, secondo M5s e Lega, penalizzano il nostro Paese. Si propone, inoltre, che le procedure per la verifica del diritto allo status di rifugiato o la sua revoca, in osservanza dei diritti costituzionalmente garantiti, siano rese "certe e veloci, anche mediante l’adozione di procedure accelerate e/o di frontiera". 

Limitare i costi dell’accoglienza

Nelle intenzioni del nuovo esecutivo c’è l’idea di limitare i costi dell’accoglienza. Il piano di 5S-Lega prevede "un più attento controllo dei costi" dato che "i meccanismi attuali e i consistenti fondi stanziati per l’accoglienza costituiscono un elemento di attrazione per la criminalità". Si sottolinea la necessità di dare trasparenza alla gestione dei fondi pubblici e introdurre l’obbligo di pubblicità dei bilanci dei soggetti gestori. Si punta anche a "superare l’attuale sistema di affidamento a privati dei centri" e di prevedere "un maggiore coinvolgimento delle istituzioni pubbliche". Nel contratto Lega-M5s si sottolinea poi la necessità di "implementare gli accordi bilaterali, sia da parte dell’Italia sia da parte dell’Unione europea, con i Paesi terzi, sia di transito che di origine". L'obiettivo è quello di rendere "chiare e rapide le procedure di rimpatrio".

Centri di permanenza e rimpatri 

Per quanto riguarda i centri di permanenza ed i rimpatri, il piano prevede "l’individuazione di sedi di permanenza temporanea finalizzate al rimpatrio, con almeno una sede per ogni regione". Per le procedure di rimpatrio, "il trattenimento - si legge nel contratto - deve essere disposto per tutto il periodo necessario ad assicurare che l’allontanamento sia eseguito in un tempo massimo complessivo di 18 mesi, in armonia con le disposizioni comunitarie". Si sottolinea anche la necessità di una revisione dell’attuale destinazione delle risorse pubbliche in materia di asilo e immigrazione, prevedendo che parte degli stanziamenti per l’accoglienza siano destinati al Fondo rimpatri.

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Data ultima modifica 12 giugno 2018 ore 16:24

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