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Tangenti in Lombardia, i Pm: “Tatarella deve restare in carcere”

I titoli delle 8 di Sky Tg24 del 23/05

2' di lettura

Secondo i magistrati, la misura cautelare in carcere nei confronti del politico è essenziale perché le indagini sul sistema di corruzione, appalti, nomine pilotate e finanziamenti illeciti alla politica sono ancora in corso 

I Pm di Milano Luigi Furno e Silvia Bonardi, assieme all'aggiunto della Dda Alessandra Dolci, hanno insistito davanti al Tribunale del Riesame affinché Pietro Tatarella, ex consigliere comunale milanese e candidato di Fi alle europee travolto dall’inchiesta sulle tangenti in Lombardia, resti in cella. Secondo i Pm, la misura cautelare in carcere è essenziale perché le indagini sul sistema di corruzione, appalti, nomine pilotate e finanziamenti illeciti alla politica sono ancora in corso. La decisione dei giudici del riesame sull'istanza di revoca della misura arriverà nei prossimi giorni.

La richiesta della difesa

I legali del politico di Forza Italia, gli avvocati Nadia Alecci e Luigi Giuliano, hanno chiesto invece ai giudici che Tatarella, arrestato assieme ad altre 27 persone lo scorso 7 maggio, torni in libertà e, secondariamente, agli arresti domiciliari. Secondo la difesa, per quanto riguarda l'accusa di finanziamento illecito, ci sarebbero soltanto "violazioni di tipo amministrativo e non penale". Per i Pm invece un finanziamento da 25 mila euro venne dichiarato da Tatarella ma usato da Fabio Altitonante, altro politico forzista arrestato. Per la difesa, però, Tatarella era "mandatario elettorale" di Altitonante. La difesa in udienza ha contestato anche l'accusa di associazione per delinquere che ha portato in carcere Tatarella. Per i difensori, il politico non sarebbe stato parte attiva del sodalizio criminale ma semmai uno spettatore.

Le accuse

Tatarella avrebbe svolto il ruolo di 'procacciatore d'affari' per l'imprenditore Daniele D'Alfonso, ritenuto dalla Dda milanese il "promotore" dell'associazione per delinquere al centro di un sistema di corruzione, nomine, appalti pilotati e finanziamenti illeciti alla politica. A raccontarlo, confermando l'ipotesi dei Pm, è stato, a quanto si apprende, Matteo Di Pierro, collaboratore di D'Alfonso scarcerato il 22 maggio e ora ai domiciliari dopo la collaborazione alle indagini con tre interrogatori. Di Pierro ha spiegato, da quanto si è saputo, che Tatarella frequentava molto spesso gli uffici della Ecol-Service, l'impresa di D'Alfonso, come se fosse, in pratica, un collaboratore esterno, e che lui sapeva che il politico veniva retribuito per quel suo ruolo di "facilitatore". Avrebbe incassato, infatti, 5mila euro al mese attraverso consulenze fittizie, oltre all'uso di una carta di credito e viaggi, per mettere in contatto D'Alfonso anche con alcuni responsabili di Amsa, l'azienda che si occupa di rifiuti a Milano.

Gli appalti truccati

Presunti appalti truccati indetti dall'Amsa sono al centro di un filone della maxi inchiesta. Tatarella, secondo i Pm, avrebbe indicato all'imprenditore "di volta in volta, i soggetti politici destinatari" delle mazzette e gli avrebbe assicurato "un 'canale preferenziale' con la pubblica amministrazione in vista della partecipazione a gare pubbliche". Un quadro questo, come le presunte turbative dei due appalti Amsa contestate nell'inchiesta, confermato negli interrogatori di Di Pierro, depositati al Riesame. A quest'ultimo ha chiesto la revoca della misura cautelare anche Marcello Pedroni, difeso dal legale Massimo Pellicciotta e ormai ex consigliere di una società pubblica di Varese, la Prealpi Servizi srl. La difesa ha fatto presente che non sussistono più le esigenze cautelari, dato che Pedroni si è appunto dimesso dall'incarico.

Data ultima modifica 23 maggio 2019 ore 13:42

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