Haxa, termina la saga Bao. Nicolò Pellizzon: "Un fantasy tra Le Guin e Tolkien"

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Gabriele Lippi

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Col terzo capitolo, Il cerchio di pietre, si conclude l'avventura di Sophia, Aiko e Claire. Un gruppo di ragazze alle prese con la costruzione della propria identità in un mondo che non le accetta. L'autore: "Sono influenzato dal mondo in cui vivo e scrivo, ma non lo faccio per mandare messaggi. A volte, quelli, vengono fuori da soli"

Sophia frequenta la scuola superiore quando viene accusata di aver rubato una macchinetta per i capelli e di essere una strega. La prima accusa è falsa, la seconda, però, involontariamente è vera. Sophia è dotata di poteri magici e sta iniziando a scoprirli, quando è costretta a fuggire per evitare di essere internata in un centro Eden. Si apre così Haxa, la saga fantasy a fumetti di Nicolò Pellizzon, giunta finalmente al suo terzo e ultimo capitolo, Il cerchio di pietre, pubblicato da Bao (192 pagine, 19 euro). Una trilogia ispirata ai racconti di Ursula K. Le Guin, che mette in scena un contesto di guerre, discriminazioni, diffidenze, e lo fa con un tratto grafico semplicemente straordinario, personalissimo e pieno di colori, donando al lettore tavole di grande potenza visiva (per approfondire sul mondo di Haxa, visita il canale youtube di Nicolò Pellizzon).

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Proviamo a fare chiarezza: quello in cui è ambientata la storia è un futuro immaginario del nostro universo e siamo in una dimensione parallela?
Un futuro immaginario del nostro universo e della nostra dimensione, l’unica cosa che succede di diverso è che la torre di Al Hillah, una torre invisibile, esista e cada nel 2035, dando il la agli eventi della saga.

La torre crolla e si scopre che il 6% della popolazione mondiale è dotata di poteri magici. Questo genera una spirale di diffidenza, paura, violenze e discriminazioni. Cosa accadrebbe nel nostro mondo se venisse scoperta la magia?
Credo che succederebbe qualcosa di molto simile. Ci sono già tante discriminazioni in atto che hanno a che fare con cose molto meno impattanti sulla vita delle persone. Chi sa usare la magia in Haxa è effettivamente molto pericoloso, anche se poi si scopre che tutti, in realtà, possono esserlo. Poi nella saga c’è tutta una serie di scoperte tecnologiche e cambiamenti sociali che creano punti di distacco con la nostra epoca.

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In Haxa scienza e magia sono in lotta costante, ma lei sembra avere un’idea diversa, quasi come se una fosse l’ideale prosecuzione dell’altra.
Sì, assolutamente. È una cosa che ho sempre pensato e che Ursula K. Le Guin ha sempre messo in campo: in un suo racconto breve degli anni ‘70 parla di un mago che apre un portale sul futuro e gli appare uno scienziato che sta aprendo un portale sul passato. Le due cose sono in realtà molto vicine tra di loro, i ricercatori fanno la stessa cosa che facevano alchimisti e maghi nel passato: immaginano mondi futuri e soluzioni per i nostri problemi.

Sophia, Aiko, Claire… i personaggi principali di Haxa sono tutti femminili. Perché ha scelto di raccontare la storia di un gruppo di giovani donne?
Io faccio fatica ad accorgermi che i protagonisti delle mie storie sono tutte femmine, anzi, mi capita spesso il contrario. Questa estate ho letto un libro che mi ha consigliato un amico e gli ho detto “curioso, sono tutti maschi”. La verità è che quando scrivo una storia penso prima alle azioni e poi al character design. Ci sono personaggi che hanno cambiato genere nel corso del processo creativo. Poi, però, quando mi sono decicato alla messa in scena, le protagoniste sono diventate piratesse fuorilegge che lottano contro un mondo che è antagonista, e il tutto mi è sembrato molto funzionale.

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C’è un messaggio di emancipazione femminile? Un riferimento alla caccia alle streghe?
Sicuramente ci sono analogie perché io vivo in questa realtà e Haxa è scritta in questa realtà, però di solito io non scrivo una storia per mandare un un messaggio nascosto di qualche tipo, non è giusto nei confronti dei lettori, io non sono al di sopra di loro. Però è inevitabile che in certi casi escano cose che penso, visto che un cervello ce l’ho. Per esempio, nel mondo di Haxa non esiste l’omotransfobia, ed è inevitabile che questo alla fine risulti anche come un messaggio sociale.

Haxa è un mix di culture ed etnie, ci sono riferimenti di ogni tipo, ma in particolare mi hanno colpito quelli al Giappone. Frutto delle letture di manga?
Sì, io leggo moltissimi manga e li ho sempre letti. Ho cercato di dare spazio nella storia anche a tutte le zone geografiche che stanno ai confini contesi, gli Stati più utilizzati di solito, come gli Usa, non vengono nemmeno citati e non succede niente nel Centro Europa. Il Giappone viene menzionato come qualcosa di appartenente al passato ma che esercita una sorta di egemonia culturale nel presente. L’ho scelto soprattutto per la polizia anti-magica, perché ho pensato che se queste persone dotate di poteri magici riescono a evitare le armi da fuoco, solo delle discipline marziali avrebbero potuto contrastare la loro forza incontrollabile. In più, secondo me, la cosa più interessante dei fumetti giapponesi è il modo in cui approcciano in modo realistico anche gli elementi fantastici.

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Haxa è una saga piena di colori. Cosa l’ha divertita di più disegnare?
Mi sono divertito molto a disegnare Suwi e Aiko, due personaggi a cui sono molto legato. All’inizio Aiko doveva essere la protagonista, ma ho pensato che sarebbe stata un po’ sprecata così. Il protagonista ha dei vincoli narrativi che lei non avrebbe dovuto avere.

Magari ci potrebbe essere uno spin off proprio su Aiko.
Ci potrebbero stare spin off su tutti i personaggi, anche su chi appare per appena due vignette. Sono come personaggi di Guerre stellari, ognuno ha la sua personalità e la sua autonomia.

A cosa si è ispirato per la creazione del suo mondo?
Sicuramente a Ursula K. Le Guinn,  ma anche al Signore degli Anelli per la costruzione di un mondo coerente. Anche se non viene mai considerato immediatamente come la storia di un mondo, Il Signore degli Anelli è esattamente questo. Quello di Haxa è un mondo dove trovare il proprio posto è più facile per il lettore che per i personaggi. 

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Quando è che ha capito che sarebbe stata una trilogia?
Per creare la saga mi sono basato un po’ sull’universo di Guerre Stellari, che esiste a prescindere dagli episodi raccontati. Anche in Haxa c’è una distanza temporale importante tra un episodio e l’altro, per esempio, l’ho fatto per avere una certa libertà d’azione. Quando ho iniziato a lavorarci, mi sono reso conto che è la storia di Sophia, Aiko e Claire, di come Sophia riesca a costruirsi una famiglia. Quando questa idea si è composta, ho capito che anche la saga era finita.

Un domani potrebbe tornare nel mondo di Haxa?
Le premesse perché ci si possa tornare ci sono tutte, però ci sono anche tante altre storie che voglio raccontare.

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