Inflazione verso nuovi massimi, ipotesi stretta della Bce. I dati

Economia
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Introduzione

In Europa, il persistere delle tensioni in Medio Oriente e il conseguente aumento dei costi energetici spingono verso l'alto il termometro dei prezzi. Ad agosto l'inflazione potrebbe raggiungere il livello più elevato degli ultimi tre anni sia nell'Eurozona sia in Italia. Secondo la media delle stime di 31 economisti consultati da Bloomberg, nell'area euro l'inflazione dovrebbe salire al 3,3% su base annua, dal 2,9% registrato a luglio: si tratterebbe del valore più alto dal settembre 2023.

Quello che devi sapere

Accelera la Germania

In Italia il dato armonizzato ai parametri europei è atteso al 3,4%, contro il 2,9% del mese precedente, anche in questo caso ai massimi da settembre 2023. Nella giornata di domani, invece, arriverà il dato della Germania. Il consensus sentito da Bloomberg prevede un'accelerazione dell'inflazione tedesca dal 2,8% di luglio al 3,1%. Nella settimana appena trascorsa, intanto, anche Francia e Spagna hanno evidenziato una progressione dei prezzi, rispettivamente al 2,4% e al 4,3% su base annua.

 

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Il peso dell'energia

A riaccendere le pressioni inflazionistiche è soprattutto la componente energetica. Lo stallo in Medio Oriente continua, infatti, a sostenere le quotazioni delle materie prime: il Brent si mantiene da circa due settimane intorno ai 90 dollari al barile, mentre i future Ttf sul gas naturale, riferimento per il mercato europeo, hanno raggiunto venerdì un picco intraday di 70 euro al megawattora, il livello più alto dal 2022. Anche in Italia gli effetti si fanno sentire alla pompa, con la benzina che sfiora i 2,1 euro al litro e il diesel che supera i 2,2 euro in autostrada. Sul fronte delle forniture energetiche, inoltre, famiglie e imprese rischiano di dover fare i conti con rincari a doppia cifra.

 

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La Bce verso la stretta

La nuova fiammata dei prezzi rischia di complicare ulteriormente il lavoro della Banca centrale europea. I mercati considerano ormai molto probabile un aumento dei tassi nella riunione del 10 settembre, che rappresenterebbe la seconda stretta monetaria dell'anno. L'ipotesi è di un rialzo di 25 punti base, con il principale tasso di riferimento destinato a passare dal 2,25% al 2,5%. Una decisione che avrebbe ripercussioni anche sul costo del credito, già particolarmente elevato.

Credito già caro

Secondo i dati Abi, il tasso medio sui nuovi prestiti si attesta al 4,08%, mentre quello sui mutui è al 3,48%, entrambi ai livelli più alti degli ultimi due anni. A offrire qualche elemento di sollievo a Francoforte è però l'andamento dell'inflazione di fondo, cioè quella depurata dalle componenti più volatili come energia e alimentari. Il dato core dovrebbe infatti rimanere stabile al 2,5%. L'indicazione è rilevante perché, almeno per il momento, l'impennata dei costi energetici non sembra essersi trasferita in maniera generalizzata sui prezzi degli altri beni e servizi.

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L'allarme dagli Usa

Il problema dell'inflazione non riguarda però soltanto l'Europa. Anche negli Stati Uniti la Federal Reserve mantiene alta la guardia. Nel suo intervento al simposio di Jackson Hole, il presidente Kevin Warsh ha definito "preoccupante" l'attuale livello dei prezzi, pur sottolineando la solidità complessiva dell'economia americana. Secondo Warsh, investimenti delle imprese, utili societari e consumi rappresentano ancora punti di forza, mentre il mercato del lavoro continua a mostrare una situazione robusta. Con una disoccupazione al 4,1%, l'economia sarebbe sostanzialmente compatibile con una condizione di piena occupazione.

Il nodo dell'inflazione

È invece il costo della vita a costituire la principale fonte di inquietudine. La Fed, ha ricordato Warsh, non raggiunge il proprio obiettivo del 2% da 65 mesi e il Pce, l'indicatore dei prezzi delle spese per consumi personali seguito con particolare attenzione dalla banca centrale americana, resta al 3,7%. Per questo motivo, Warsh ha lasciato intendere che il Federal Reserve System potrebbe intervenire sul costo del denaro qualora non emergessero progressi sufficientemente rapidi. Il criterio indicato è chiaro: la Fed deve avere la certezza che l'inflazione di fondo stia convergendo verso il 2% "in modo chiaro e a una velocità sufficiente". In assenza di segnali convincenti, ha avvertito, "avremo del lavoro da fare".

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Wall Street cambia rotta

Le parole di Warsh hanno immediatamente modificato le aspettative degli investitori. Secondo i dati del Cme, la probabilità attribuita a un rialzo dei tassi nella riunione di settembre è salita al 57%, rispetto al 35% della seduta precedente. I mercati hanno così iniziato a prezzare con maggiore convinzione la possibilità di una nuova stretta monetaria negli Stati Uniti. La reazione di Wall Street è stata inizialmente positiva, con i principali indici che hanno consolidato i guadagni, salvo poi cambiare direzione e chiudere sotto la parità. Più netta la risposta sul mercato obbligazionario: il rendimento dei Treasury a due anni, particolarmente sensibile alle prospettive della politica monetaria, è salito dal 4,23% al 4,33%.

Banche centrali alla prova

Il quadro che emerge è quello di un ritorno delle pressioni inflazionistiche proprio mentre le principali banche centrali si trovano a dover calibrare con estrema cautela le prossime mosse. In Europa, l'impennata dell'energia rischia di riportare il carovita sopra il 3% e di spingere la Bce verso una nuova stretta; negli Stati Uniti, invece, la persistenza dell'inflazione continua a mettere in discussione l'ipotesi di un allentamento della politica monetaria.

 

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