La vita lavorativa in Italia è tra le più corte nell'Unione europea: ecco quanto dura
EconomiaIntroduzione
La vita lavorativa in Italia è tra le più brevi dell’intera Unione Europea: a dirlo sono i dati raccolti dalla Cna, la Confederazione nazionale dell'artigianato e della piccola e media impresa. Secondo l'analisi, nel 2025 nel nostro Paese la durata attesa della vita lavorativa si è infatti fermata a 33 anni: si tratta del secondo valore più basso dell'Ue - dopo quello della Romania - e di ben quattro anni e mezzo in meno rispetto alla media europea, che risulta essere pari a 37,5 anni. Ecco tutti i dati.
Quello che devi sapere
Cosa misura l’indicatore
In primo luogo è necessario chiarire quale sia il dato preso in esame: come spiegato dalla Cna, infatti, l’indicatore non misura l'età pensionabile né il numero di anni effettivamente lavorati da chi dispone di un'occupazione. Stima invece gli anni che una persona di 15 anni può attendersi di trascorrere nella forza lavoro, come occupata o disoccupata, sulla base delle attuali condizioni demografiche e dei livelli di partecipazione. E il risultato italiano è influenzato da diversi fattori, tra cui l'ingresso tardivo dei giovani, le carriere discontinue e la bassa partecipazione femminile.
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Il confronto con Francia e Germania
La Cna sottolinea inoltre che rispetto al 2024 l’aumento è stato minimo: poco più di due mesi, contro una crescita di tre mesi registrata nella media europea. Lo scorso anno l'indicatore italiano era infatti pari a 32,8 anni, mentre quello dell'Unione si attestava a 37,2. La distanza dalle principali economie europee rimane molto ampia: la durata attesa della vita lavorativa raggiunge 40,2 anni in Germania, 37,5 in Francia e 36,8 in Spagna. Nei Paesi Bassi arriva addirittura a 44 anni, ben undici in più rispetto all'Italia.
Il divario tra uomini e donne
Secondo la Cna il dato più critico è quello che riguarda le donne: in Italia infatti la durata attesa della loro vita lavorativa è di soli 28,4 anni, contro 35,4 nella media europea. Il divario tra uomini e donne raggiunge 8,9 anni, il più elevato nell'Unione. Un risultato coerente con un tasso di occupazione femminile fermo al 58%, quasi tredici punti sotto la media Ue, e con il più ampio divario occupazionale di genere tra gli Stati membri.
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Il divario si allarga
Osservando l’andamento dei dati italiani nell’ultimo decennio, emerge come il Paese abbia recuperato terreno rispetto agli altri senza però riuscire a ricucire il gap, anzi: nel 2015 la durata attesa della vita lavorativa era pari a 30,7 anni, dunque in un decennio è aumentata di 2,3 anni. Nello stesso periodo la media dell'Unione europea è passata da 34,9 a 37,5 anni, con una crescita di 2,6 anni. Il ritardo italiano rispetto al resto dell’Ue dunque anziché ridursi è salito da 4,2 a 4,5 anni.
L’Italia e il resto d’Europa
Per quanto riguarda ancora gli altri Paesi europei, tra il 2015 e il 2025 la Germania è passata da 37,9 a 40,2 anni, la Francia da 34,9 a 37,5 e la Spagna da 35 a 36,8. L'Italia ha dunque recuperato parte della distanza dalla Spagna, ma non ha variato quella che la divide dalla Germania, mentre ha perso ulteriore terreno rispetto alla Francia e alla media del Vecchio Continente.
L’età media e la spesa pensionistica
La situazione diventa ancora più rilevante se si prende in considerazione che in Italia l'età mediana ha raggiunto quota 49,1 anni, gli over 65 sono quasi un quarto della popolazione e la spesa pensionistica è pari al 15,5% del Pil: si tratta della quota più elevata nell'Unione europea. "La vera questione previdenziale italiana è una questione di lavoro, produttività e partecipazione", ha spiegato il presidente di Cna, Dario Costantini. "In un Paese che invecchia rapidamente, lasciare inutilizzata una parte così ampia del capitale umano non rappresenta soltanto un problema sociale, ma un limite strutturale alla crescita e alla tenuta futura del sistema pensionistico".
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"Non bloccare l’assunzione di giovani"
Secondo la Cna allungare la vita lavorativa non può però significare congelare il mercato del lavoro: senza nuove assunzioni, staffette generazionali e percorsi di affiancamento, la permanenza degli anziani rischia di rallentare l'ingresso dei giovani e di rendere ancora più difficile il ricambio delle competenze. Servono dunque politiche mirate per l'occupazione giovanile e femminile, il rafforzamento dell'istruzione tecnica e professionale, l'apprendistato, la conciliazione tra lavoro e famiglia, la formazione continua e l'invecchiamento attivo.
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