Isopensione, ipotesi proroga dopo il 2026 con estensione fino a 7 anni. Cosa sappiamo

Economia
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Introduzione

Tra i nuovi interventi sul sistema previdenziale allo studio del governo c’è anche l’ipotesi di prorogare l’isopensione dopo il 2026, con durata fino a sette anni: è il sistema che consente ai datori di lavoro con più di 15 dipendenti di pianificare una forma di accompagnamento alla pensione, integralmente sostenuto dal datore stesso e quindi senza costi per lo Stato. Ecco come funziona.

Quello che devi sapere

Cos’è l’isopensione

L’isopensione esiste dal 2013 ed è pensata per facilitare il percorso verso il pensionamento dei dipendenti che si avvicinano comunque al termine della loro carriera, consentendo al tempo stesso percorsi di riorganizzazione aziendale per i datori. È infatti prevista per i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e i dirigenti in esubero che lavorano in aziende che stanno affrontano situazione come ristrutturazione, crisi o riduzione e trasformazione delle attività di lavoro. Di fatto, qualora ci sia eccedenza di personale, i datori in questo modo incentivano la fuoriuscita dei lavoratori più anziani del loro organico.

 

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L’uscita anticipata dal lavoro, di 4 o 7 anni

La misura prevede la possibilità di lasciare l’attività lavorativa in anticipo rispetto a quanto fissato dalla legge: in linea di principio lo si può fare fino a quattro anni prima rispetto ai requisiti ordinari. Dal 2018 al 2026 il limite massimo è stato però esteso, in via eccezionale, fino a sette anni. Dal prossimo 30 novembre, a meno che l’esecutivo non intervenga prima, si tornerà al regime ordinario.

 

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Verso 7 anni di isopensione di default

Secondo quanto sta emergendo negli ultimi giorni, il governo di Giorgia Meloni starebbe pensando di fissare a sette anni la durata dell’isopensione in via ordinaria, eliminando quindi il carattere di “eccezionalità” della misura. 

 

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La continuità reddituale e contributiva

Le altre regole che disciplinano l’isopensione dovrebbero restare invece quelle di sempre. Il lavoratore dipendente continuerà quindi a essere “accompagnato” dal proprio datore alla prima decorrenza utile del trattamento pensionistico che ha maturato, potendo contare nel mentre su continuità reddituale e contributiva

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Quanto vale l'assegno mensile?

Per i lavoratori che beneficiano dell’isopensione, l’azienda finanzia un assegno mensile, che viene però erogato dall’Inps. L’importo corrisponde in linea di principio alla pensione maturata al momento dell’uscita. Nei fatti l’assegno è però leggermente inferiore a quello della pensione definitiva, perché i contributi figurativi versati durante lo scivolo non vengono inclusi nel calcolo in questa fase, ma incidono soltanto sull’importo della pensione futura. Come detto, pur finanziando l’assegno dell’isopensione, il datore di lavoro versa i contributi figurativi necessari a coprire il periodo che separa il lavoratore dalla pensione definitiva. In questo modo, il dipendente continua a maturare anzianità contributiva senza subire penalizzazioni sull’importo finale. 

13 mensilità e tassazione ordinaria

L’assegno dell’isopensione segue le regole di tutti gli altri assegni dei lavoratori dipendenti: viene corrisposto per 13 mensilità ed è soggetto alla tassazione ordinaria. Non include però componenti accessorie, come l’adeguamento automatico all’inflazione o gli assegni familiari. L’eventuale periodo di isopensione non è valido per il calcolo delle cosiddette “quote”, come quota 100, quota 102 e quota 103.

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L’accordo con i sindacati

Per poter ricorrere all’isopensione è necessario che il datore stipuli un accordo con i sindacati di riferimento, che diventa efficace solo dopo essere stato validato dall’Inps. La misura è ammessa anche quando l’azienda sta procedendo a licenziamenti collettivi.

La fideiussione bancaria

L’Inps, una volta validato l’accordo, informa il datore del prospetto con gli oneri mensili stimati per la misura. L’azienda deve invece presentare una fideiussione bancaria, come forma di garanzia sia per i lavoratori che per lo stesso Inps (che altrimenti dovrebbe pagare con soldi pubblici le isopensioni).

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Cosa succede se il datore non versa l’assegno?

Se il datore di lavoro non versa gli assegni dovuti, l’Inps interviene notificando un avviso di pagamento. Se, da quel momento, passano 180 giorni e l’azienda ancora non adempie ai suoi obblighi, l’Inps farà ricorso alla fideiussione bancaria. 

 

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