Fondo pensione, qual è la rendita sulla base dei risultati ottenuti nel 2025: i dati
EconomiaIntroduzione
Di recente ci sono stati diversi aggiornamenti nel mondo della previdenza complementare: alcune novità sono già operative dall’inizio dell’anno, mentre altre entreranno in vigore nei prossimi mesi. Al di là delle modifiche normative, però, il punto centrale resta lo stesso: muoversi in anticipo per costruire una protezione economica aggiuntiva rispetto alla sola pensione pubblica. Ecco cosa sapere
Quello che devi sapere
I dati
Secondo le proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato, nel 2030 un lavoratore dipendente potrebbe ricevere un assegno pensionistico pari a circa il 59%-72% dell’ultima retribuzione, mentre per chi lavora in autonomia il tasso di copertura potrebbe fermarsi tra il 40% e il 50% del reddito. In uno scenario del genere, la previdenza integrativa continua a rappresentare una leva importante per accumulare risorse utili a sostenere una vita più lunga e una pensione potenzialmente meno generosa.
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Perché conviene pensarci prima
I fondi pensione restano uno degli strumenti più utilizzati per rafforzare la propria sicurezza economica futura. A renderli interessanti sono in particolare la fiscalità agevolata, la possibilità per i lavoratori dipendenti di conferire il Tfr, l’eventuale contributo del datore di lavoro e, in molti casi, anche l’utilizzo del welfare aziendale. Il vantaggio maggiore, tuttavia, è spesso il tempo. Prima si inizia, più si abbassa l’impegno richiesto mese per mese. Rimandare, al contrario, significa dover recuperare in seguito con versamenti molto più elevati.
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Quanto serve per avere 500 euro in più al mese
L’obiettivo di arrivare alla pensione con una rendita integrativa netta di 500 euro mensili, a parità di potere d’acquisto, non richiede la stessa cifra per tutti. A incidere sono soprattutto l’età di ingresso e il profilo del comparto scelto, cioè il livello di rischio o di rendimento dell’investimento. Come sottolinea Il Corriere della Sera, citando dati Covip, per chi parte molto presto, ad esempio a 25 anni, può essere sufficiente un versamento nell’ordine di 120 euro al mese scegliendo una linea più dinamica, con una forte presenza azionaria (intorno all’80%). Se invece si inizia a 35 anni, la cifra può salire sensibilmente, arrivando fino a circa 322 euro mensili in un comparto più prudente, con un’esposizione azionaria ridotta. Salendo ancora con l’età, i margini si restringono. A 45 anni il fabbisogno stimato può oscillare tra 369 euro al mese per una linea più aggressiva e circa 504 euro per una soluzione più difensiva. A 55 anni, con un orizzonte che si accorcia a poco più di un decennio, lo sforzo richiesto cresce in modo netto: si va indicativamente da 815 euro al mese in un comparto prudente fino a circa 965 euro in uno più orientato ai mercati azionari.
Un 2025 positivo, nonostante tensioni e dazi
Ma come si sono comportati i fondi pensione nel 2025, un anno condizionato dai dazi introdotti l’anno precedente e da un quadro internazionale segnato da forti tensioni geopolitiche? Nel complesso, i rendimenti sono stati positivi. Sempre il Corriere, utilizzando i dati Covip, evidenzia come, considerando l’ultimo decennio, i fondi negoziali abbiano registrato un rendimento medio annuo netto del 2,4%, i fondi aperti del 2,7% e i Pip (Piani individuali pensionistici) del 3,1%, già al netto delle spese. Naturalmente si tratta di medie: il risultato finale cambia in modo significativo a seconda della linea di investimento selezionata.
Le tre grandi famiglie
Gli strumenti previdenziali principali restano tre:
- I fondi negoziali di categoria sono destinati in prevalenza a lavoratori legati a uno specifico contratto collettivo, come ad esempio metalmeccanici, chimici o altre categorie professionali;
- I fondi pensione aperti si adattano invece meglio a chi vuole aderire su base individuale oppure tramite accordi aziendali;
- Infine, ci sono i Pip, i Piani individuali pensionistici, che si prestano soprattutto a sottoscrizioni personali e hanno una struttura spesso più assicurativa.
Fondi negoziali: rendimenti e costi
Secondo i dati Covip riportati da Il Corriere della Sera, nei fondi negoziali i comparti garantiti hanno segnato un rendimento netto medio annuo del 2,3% nel 2025, dello 0,7% nel quinquennio 2021-2025 e ancora dello 0,7% nel decennio 2016-2025. I relativi costi medi annui (Isc) si attestano allo 0,71% a 10 anni e allo 0,59% a 35 anni. Le linee obbligazionarie pure hanno registrato rispettivamente 2,9%, 0,9% e 0,5%, con costi dello 0,37% e dello 0,23%. Le obbligazionarie miste si sono spinte al 4,8% nel 2025, al 2,4% nei cinque anni e al 2,6% nei dieci anni, con oneri analoghi. I comparti bilanciati hanno ottenuto il 5,1% nel 2025, il 2,4% nel 2021-2025 e il 2,7% nel 2016-2025. Le linee azionarie, infine, hanno fatto segnare il dato più elevato: 7,7% nel 2025, 5,1% nel quinquennio e 4,8% nel decennio. Nel complesso, il rendimento generale dei fondi negoziali si è attestato al 4,8% nel 2025, al 2,3% nei cinque anni e al 2,4% nei dieci anni.
Fondi aperti: più costi, ma anche più flessibilità
Anche nei fondi pensione aperti le linee più prudenti hanno mostrato rendimenti contenuti. I comparti garantiti hanno reso in media il 2,4% nel 2025, lo 0,5% nel periodo 2021-2025 e lo 0,6% nel decennio 2016-2025, con costi Isc pari all’1,18% a 10 anni e all’1,06% a 35 anni. Gli obbligazionari puri si sono fermati all’1,0% nel 2025, sono scesi al -1,2% nei cinque anni e hanno segnato appena 0,1% nei dieci anni, con costi dell’1,06% e dello 0,94%. Gli obbligazionari misti hanno registrato 2,5%, 0,5% e 0,8%. I bilanciati hanno toccato il 5,5% nel 2025 e il 2,9% sia sul quinquennio sia sul decennio, con costi dell’1,44% e dell’1,31%. Le linee azionarie hanno fatto meglio di tutte: 9,6% nel 2025, 6,2% nei cinque anni e 5,1% nei dieci anni, con Isc rispettivamente dell’1,72% e dell’1,59%. Il rendimento medio generale dei fondi aperti si è quindi attestato al 5,7% nel 2025, al 2,9% nel periodo 2021-2025 e al 2,7% nel 2016-2025.
Pip: più continuità, meno slanci
I Piani individuali pensionistici presentano una struttura un po’ diversa. Una delle linee tipiche è la gestione separata, cioè un comparto a rischio contenuto che tende a offrire una crescita modesta ma più regolare nel tempo. In media, questa soluzione ha reso circa l’1,5% annuo. Nei Pip, le linee bilanciate hanno registrato un rendimento medio vicino al 2% (1,9%), mentre quelle azionarie hanno superato il 5% annuo (5,1%). Nel 2025, anche questa categoria ha beneficiato di un anno complessivamente favorevole, con un rendimento generale intorno al 5,1%.
Occhio al lungo periodo
Tuttavia fermarsi ai risultati dell’ultimo anno può essere fuorviante: la previdenza complementare è un investimento di lungo periodo e va valutata su orizzonti ampi. Anche i comparti più prudenti, come gli obbligazionari, possono attraversare fasi difficili. Per questo la scelta non dovrebbe basarsi sul miglior rendimento annuale, ma su età, obiettivi e propensione al rischio.
Differenze e novità del comparto
Negli ultimi dieci anni i fondi pensione hanno reso mediamente tra il 2,4% e il 3,1%, ma con forti differenze tra le linee: alcune si sono fermate attorno all’1%, altre hanno viaggiato vicino al 5%. Questo incide molto sul capitale finale. Per un venticinquenne che versa 200 euro al mese, la differenza tra l’1% e il 5% può significare quasi il doppio del patrimonio accumulato. L’effetto resta rilevante anche a 35, 45 e 55 anni, ma si riduce con il passare del tempo. Tra le novità del 2026 c’è l’approccio life cycle per i neoassunti che non scelgono la destinazione del Tfr. In caso di adesione automatica alla previdenza integrativa, la linea di investimento sarà collegata all’età: più rischio da giovani, meno esposizione man mano che ci si avvicina alla pensione. L’obiettivo è rendere il percorso più coerente con il ciclo di vita del lavoratore.
I costi
Oltre ai rendimenti, contano anche i costi. Nei fondi pensione pesano sia le spese di gestione sul patrimonio sia gli eventuali oneri sui versamenti o di adesione. Per confrontarli si usa l’Indicatore sintetico dei costi (Isc), definito dalla Covip, che misura l’impatto complessivo delle commissioni su diversi orizzonti temporali. In media, i fondi negoziali sono i più economici, mentre fondi aperti e Pip hanno costi più alti, anche per la presenza di servizi di consulenza o distribuzione. Questo però non significa automaticamente rendimenti peggiori: il risultato finale dipende dal rapporto tra costi sostenuti e capacità del comparto di generare performance.
Quanto pesano davvero le commissioni
Anche piccole differenze nei costi annui possono avere effetti importanti sul capitale finale. A parità di rendimento, un venticinquenne può arrivare ad avere fino al 42% di ricchezza in più o in meno a seconda delle commissioni pagate. Lo scarto resta significativo anche per un trentacinquenne, un quarantacinquenne e un cinquantacinquenne, pur riducendosi con l’età.
La leva fiscale sale nel 2026
Dal 2026 aumenta il limite di deducibilità fiscale dei versamenti ai fondi pensione, che passa da 5.164 a 5.300 euro l’anno. Si tratta di uno dei principali incentivi alla previdenza integrativa: i contributi versati riducono infatti la base imponibile Irpef. Per chi versa 200 euro al mese, il risparmio fiscale può andare da circa 552 euro a oltre 1.000 euro l’anno.
L’effetto del reinvestimento
Reinvestire il beneficio fiscale può fare una grande differenza. Un 25enne che versa 200 euro al mese può passare da quasi 73 mila euro a circa 89 mila, o oltre 105 mila con aliquote più alte. Lo stesso vale per le altre età: anche per un 35enne o un 55enne il capitale finale cresce sensibilmente. Più alto è il reddito, maggiore è il vantaggio fiscale e più forte diventa l’effetto del reinvestimento.
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