Introduzione
Una nuova "guerra" commerciale è quella che potrebbe rischiare di essere innescata dopo la decisione della Corte Suprema americana che ha giudicato parte dei dazi imposti dal presidente Donald Trump come illegali. La decisione, approvata con sei voti a favore e tre contrari, in sostanza afferma la prerogativa del Congresso in tema di tariffe doganali. Oltre a mettere in discussione il principio, che rientra nell’ambito dell’International Emergency Powers Act, su cui si fonda la strategia commerciale del leader della Casa Bianca. Ma adesso, cosa può succedere a livello mondiale?
Quello che devi sapere
La sentenza della Corte Suprema americana
La sentenza, va precisato, ha bocciato solo alcuni dei dazi, lasciando in vigore invece altre tariffe ma, intanto, lo stop dei giudici può portare ad una serie di potenziali rimborsi, per cifre che alcuni esperti hanno stimato essere piuttosto significative, lasciando allo stesso tempo il mondo del commercio nel caos. Come evidenziato dai dati del Tesoro americano, nel 2025 il governo federale degli Usa ha incamerato circa 287 miliardi di dollari, la cifra più elevata dal 1993. La Corte ha stabilito che la maggior parte delle entrate generate da queste tariffe deriva da un tipo di azione non legale. Di fatto, su oltre 311 miliardi di dollari incassati dal governo americano tra il 2025 e la prima parte di quest’anno, 133 miliardi derivano da dazi bocciati dai giudici perché imposti da Trump oltrepassando quelli che sono i poteri dello stesso Congresso. Mentre i restanti 181 miliardi di dollari sono, a questo punto, legittimi.
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Le mosse di Trump
Trump, dopo la decisione, ha chiarito di avere a disposizione "opzioni molto più potenti" rispetto a quanto stabilito e ha annunciato in prima istanza dazi globali del 10% oltre a quelli in essere. Per poi sottolineare che gli stessi saranno, invece, del 15%. La nuova tariffa entra in vigore nelle prossime ore per una durata di 150 giorni e dovrà essere ratificata dal Congresso entro 5 mesi, sebbene non verrà applicata ai prodotti soggetti a dazi doganali settoriali e nemmeno a quelli canadesi e messicani importati negli Usa nell'ambito del trattato nordamericano di libero scambio. Tra le esenzioni previste ci sono quelle specifiche per alcuni settori, in particolare per l'industria farmaceutica.
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Un quadro generale
In generale, per tutti quei governi che hanno già ratificato accordi commerciali con Washington, come ad esempio l'Unione europea, il Giappone, la Corea del Sud oppure Taiwan, con un tasso massimo del 15% di sovrattassa doganale, lo status quo dovrebbe restare invariato ma tutti, in generale, adesso aspettano che Washington faccia effettiva chiarezza sul merito. Jamieson Gree, rappresentante commerciale degli Usa, ha dichiarato che il Paese vuole fortemente rispettare gli accordi presi con la Ue, con la Cina e anche con altre nazioni. E, intanto, la U.S. Customs and Border Protection ha confermato che bloccherà la riscossione delle tariffe annullate dalla Corte Suprema a partire dalle ore 6 (in Italia) del 24 febbraio, ma non ha ancora fatto sapere se e come gli importatori possano ottenere un eventuale rimborso.
Cosa può succedere in Europa
Ecco comunque, nel dettaglio, come la geografia mondiale, in riferimento ai dati, potrebbe delinearsi anche sulla scorta della decisione della Corte americana. Per quanto riguarda l'accordo Ue-Usa, siglato lo scorso luglio, è stato fissato un dazio del 15% sulle esportazioni dell'Ue, azzerando di fatto i dazi sui prodotti industriali statunitensi. Alla quota del 15% dovrebbe sommarsi una clausola che si attesta attorno al 4,8% e che, negli accordi, era inclusa nel tetto del 15%. Ma anche in questo caso, come detto, Bruxelles aspetta che Washington faccia chiarezza. L'Ue, dal proprio punto di vista, potrebbe anche optare per congelare l'accordo. E anche il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, terrà un punto della situazione con le imprese italiane. Il timore, adesso, è che possa scattare un "effetto boomerang", con il congelamento degli ordini e il blocco degli accordi commerciali a cui le imprese hanno dedicato tempo e risorse negli ultimi mesi.
Il punto di vista dell'Ue
"La piena chiarezza sui nuovi sviluppi delle relazioni commerciali con gli Stati Uniti è il minimo indispensabile affinché' noi, come Ue, possiamo fare una valutazione lucida e decidere i prossimi passi da compiere". Questo, intanto, il commento del portavoce della Commissione Ue per il Commercio, Olaf Gill, nel corso di un incontro con la stampa. "Stiamo chiedendo un impegno a tempo pieno con gli Stati Uniti, ma occorre di più per comprendere il quadro completo. - ha spiegato - Allo stesso tempo, stiamo discutendo intensamente con i nostri Stati membri e con i membri del Parlamento europeo. Ad esempio, il commissario Maros Sefcovic parteciperà ad una riunione dei ministri del Commercio del G7. E anche ad una riunione con gli Stati membri in configurazione di cooperazione per incontrare poi i membri del Parlamento europeo della commissione per il commercio. Abbiamo quindi le idee molto chiare su ciò che deve accadere. Gli Stati Uniti devono dirci con precisione cosa sta succedendo”, ha precisato ancora Gill.
Il Regno Unito
Attualmente, proseguendo con la rassegna, il Regno Unito ha concordato una tariffa del 10%. Il governo britannico ha anche già spiegato che farà scattare consultazioni con l'amministrazione Trump per chiarire l'impatto della decisione della Corte Suprema.
Il Canada
In questo caso l'accordo commerciale di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada prevede che circa il 90% delle esportazioni canadesi risulti esente da tariffe. Gli articoli che non rientrano nell'ambito di questo accordo sono soggetti invece, a partire dallo scorso agosto, ad un dazio cumulativo del 35%, invece del 25% previsto in prima istanza, che dovrebbe però esser cancellato. La maggior parte delle esportazioni verso gli Stati Uniti riguardano tariffe settoriali su beni come acciaio e alluminio, le quali restano in vigore. La prospettiva, comunque, è che l’'accordo commerciale nordamericano possa esser revisionato nel corso del 2026.
Il Messico
A partire dallo scorso marzo è scattato un dazio addizionale del 25% sulle importazioni di prodotti originari del Messico che dovrebbe, di fatto, essere annullato. Come per il Canada, l'accordo commerciale di libero scambio (Usmca) considera che circa il 90% delle esportazioni locali sia già esente da tariffe.
Giappone e Cina
Proprio come l'Ue, che ha raggiunto un accordo per limitare i dazi al 15%, anche il Giappone potrebbe non subire variazioni per quanto concerne i dazi. Considerando la Cina, l’indicazione della Corte Suprema americana blocca un dazio generale del 10% e uno ulteriore del 10% legato all'esportazione di Fentanyl, mentre per altri settori e merci queste tariffe rimangono in vigore. Il governo cinese dovrebbe essere soggetto ai nuovi dazi globali del 15% e, proprio per questo, Pechino vorrebbe spingere Washington a revocare le nuove misure commerciali "unilaterali".
L'India
Infine, ecco l’India. Proprio di recente Donald Trump ha previsto una riduzione dei dazi doganali dal 50% al 18% sui prodotti provenienti dall'India in cambio del blocco delle importazioni di petrolio russo e di un taglio alle barriere commerciali in materia di energia, armamenti, telecomunicazioni, farmaceutica e, seppur in maniera minore, derrate alimentari. Il governo locale sta vagliando la situazione dopo la sentenza della Corte Usa e ha bloccato il viaggio di una delegazione commerciale a Washington che, nei piani iniziali, avrebbe dovuto finalizzare un accordo bilaterale.