Decreto Milleproroghe 2026, i medici potranno lavorare fino a 72 anni. Tutte le novità

Economia
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Introduzione

Anche per il 2026 viene confermata la possibilità, su scelta personale, di restare in servizio oppure di tornare a lavorare dopo il pensionamento per i medici che non abbiano superato i 72 anni. La decisione punta soprattutto a valorizzare l’esperienza dei professionisti sanitari più anziani, consentendo loro di continuare a dare supporto alle strutture pubbliche: ecco cosa sapere.

Quello che devi sapere

La proroga nel provvedimento

La misura, presente nel Decreto Milleproroghe sui cui il governo porrà la fiducia il prossimo venerdì e che si voterà lunedì 23 alla Camera, consente alle aziende sanitarie locali e agli ospedali di trattenere in reparto medici esperti che, pur avendo raggiunto l’età pensionabile, scelgono volontariamente di proseguire l’attività. A stabilirlo è il comma 10-ter del provvedimento, che consente alle Aziende sanitarie e al Ministero della Salute di trattenere in servizio, su loro richiesta, i dirigenti medici e sanitari dipendenti che abbiano superato il limite di età di 65 anni fino al compimento del 72° anno di età. Inoltre, viene riconfermata la possibilità per le stesse amministrazioni di riammettere in servizio, sempre su istanza degli interessati e comunque non oltre il 31 dicembre 2026, il personale sanitario andato in pensione a partire dal 1° settembre 2023.

 

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L'ampliamento della platea

La misura non riguarda esclusivamente i medici, ma viene esplicitamente estesa anche ad altre figure sanitarie, come previsto dal comma 10-bis. Sono infatti inclusi anche:

  • dirigenti sanitari;
  • veterinari;
  • operatori sociosanitari.

 

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Gli esclusi e i ruoli preclusi

Non tutti i professionisti rientrano nella norma: restano esclusi i docenti universitari impegnati in attività assistenziali nelle discipline di area medica e chirurgica. Inoltre, la legge vieta l’assunzione di incarichi “dirigenziali apicali di struttura complessa o dipartimentale o di livello generale”. In sostanza, i medici che scelgono di rimanere in corsia fino ai 72 anni non possono svolgere ruoli di vertice, a partire da quello di primario, ma possono svolgere funzioni cliniche e operative, contribuendo direttamente all’attività quotidiana dei reparti.

Pensione o stipendio: la scelta del professionista

I sanitari riammessi al lavoro dopo il pensionamento hanno la possibilità di optare tra il mantenimento dell’assegno pensionistico oppure la retribuzione ordinaria legata al nuovo incarico. Una flessibilità pensata per adattarsi alle diverse esigenze personali e professionali.

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Contratti flessibili per ampliare il bacino di professionisti

Le amministrazioni regionali e le province autonome potranno conferire incarichi temporanei, anche semestrali e in forma di lavoro autonomo, a dirigenti medici, sanitari e ad altre figure del comparto assistenziale già in quiescenza. Questa formula consente di richiamare rapidamente competenze disponibili, adattandole alle esigenze organizzative delle singole strutture.

Esperienza al servizio degli ospedali e dei territori

Il prolungamento dell’attività lavorativa dei medici viene visto come una misura tampone ma necessaria per sostenere le strutture sanitarie più esposte alla carenza di personale. In diverse realtà locali, infatti, il contributo dei professionisti senior è considerato decisivo per evitare riduzioni dei servizi o difficoltà nell’erogazione delle cure.

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Un intervento per garantire continuità assistenziale

L’obiettivo principale è rafforzare il sistema sanitario nel breve periodo, mantenendo in corsia competenze consolidate e immediatamente disponibili. In attesa del ricambio generazionale e dell’ingresso di nuovi specialisti, l’esperienza dei medici più anziani diventa così una risorsa strategica per assicurare stabilità organizzativa e qualità dell’assistenza ai cittadini.

La contrarietà dei sindacati di categoria

Sul tema è arrivato il "no" da parte dei medici di emergenza-urgenza della Simeup (Società italiana medicina emergenza urgenza pediatrica) e della Simeu (Società italiana medicina emergenza urgenza), che hanno espresso una netta posizione di dissenso. "Si tratta di un provvedimento che non risolve le criticità strutturali, in particolare nei ruoli strategici quali il Pronto soccorso e i setting di emergenza-urgenza, che richiedono elevati standard di prontezza operativa, sostenibilità professionale, continuità assistenziale e con un impegno gravoso che rende non realistico il ricorso ad una simile soluzione", hanno spiegato i presidenti della Simeup, Vincenzo Tipo, e della Simeu, Alessandro Riccardi.

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I numeri

In numero assoluto, nel nostro Paese non si può parlare di carenza di medici: con 5,4 medici per 1.000 abitanti siamo al secondo posto tra i Paesi Ocse, dove si registra una media di 3,9 medici per mille abitanti. Circa 92 mila medici lavorano però al di fuori del Servizio sanitario nazionale. Le carenze riguardano specifiche figure: medici di famiglia (una carenza stimata di 5.500 unità) e le specialità meno attrattive, come emergenza-urgenza, discipline di laboratorio, radioterapia e medicina nucleare. Diverso il caso degli infermieri per i quali l'Italia, con 6,9 infermieri per 1.000 abitanti, è sotto la media Ocse di 9,5 per 1.000. Su questo fronte, secondo Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE, la legge non sembra destinata a risolvere i problemi, e criticità sono segnalate anche sul fronte della regolamentazione della responsabilità professionale, così come sul riordino dell'impiego degli specializzandi.

 

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