Reddito pro capite, calo fino al 10% entro il 2100 a causa del clima. I dati Svimez
EconomiaIntroduzione
Partendo dall'analisi del caso Niscemi, per la Svimez "gli effetti economici" dell'andamento climatico "sono rilevanti" per l'Italia, perché "l'aumento delle temperature incide negativamente sulla resa agricola, sulla salute della popolazione - con maggiori costi per il sistema sanitario - e sulla produttività del lavoro, con ripercussioni anche su industria e servizi". Ecco cosa sapere.
Quello che devi sapere
La simulazione
Secondo analisi di scenario che simulano un aumento moderato delle temperature di 1,5°C, "entro il 2100 il reddito pro capite italiano potrebbe ridursi in un intervallo compreso tra il 2,8% e il 9,5%", aggiunge lo Svimez.
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La correlazione tra cambiamento climatico ed economia
"La letteratura economica ha ampiamente evidenziato la relazione negativa tra climi più caldi e livelli di reddito, sottolineando come gli effetti possano essere differenziati in base alla struttura produttiva dei territori. Per l'Italia, un aumento sostenuto delle temperature potrebbe tradursi in impatti asimmetrici: un lieve incremento del Pil nelle regioni settentrionali (0-2%) e, al contrario, una contrazione significativa nel Mezzogiorno (-1/-3%), con punte superiori al -4% in regioni come Campania e Sicilia", evidenzia il rapporto Svimez. "Il dissesto idrogeologico diventa così anche un fattore di freno allo sviluppo, incidendo sull'attrattività dei territori, sulla continuità delle attività produttive e sulle prospettive occupazionali", conclude.
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L’aumento di temperatura entro il 2050
Per la Svimez l'effetto del cambiamento climatico "sta modificando in profondità le condizioni di rischio". "Il bacino del Mediterraneo è riconosciuto come una delle aree più esposte agli effetti del cambiamento climatico - sostiene l'associazione per il Mezzogiorno - in particolare in termini di aumento della frequenza e dell'intensità dei fenomeni atmosferici estremi e di progressivi processi di desertificazione. Le proiezioni indicano, entro il 2050, un incremento medio delle temperature compreso tra 0,5°C e 1°C rispetto ai livelli attuali, che potrebbe salire a 1-1,5°C in presenza di concentrazioni crescenti di gas serra, con picchi fino a 2°C nella regione adriatica centrale e meridionale d'Italia".
Come affrontare il cambiamento climatico
"In questo quadro, il diverso andamento delle precipitazioni tra territori italiani rafforza la necessità di affrontare il cambiamento climatico con un approccio territoriale differenziato, basato sul monitoraggio puntuale delle dinamiche locali. - suggeriscono gli esperti - L'aumento degli episodi di piogge intense e concentrate nel tempo, alternati a periodi sempre più lunghi di siccità, sta modificando in profondità i regimi idrologici e accentuando l'instabilità dei suoli. Oltre alle alluvioni, in Italia si osserva un incremento di fenomeni metereologici estremi direttamente connessi all'aumento delle temperature, quali: ondate di calore prolungate, crescita del numero di giorni estivi (con temperature massime superiori a 25°C) e aumento delle notti tropicali (con temperature minime notturne oltre i 20°C). Tali fenomeni risultano in costante intensificazione e contribuiscono ad accrescere la vulnerabilità complessiva dei territori".
Il caso Niscemi
"I ritardi nella realizzazione di interventi strutturali di prevenzione al dissesto idrogeologico non sono imputabili principalmente alla scarsità di risorse. Nel caso di Niscemi, come in molti altri contesti, le risorse sono state stanziate a più riprese. Il problema centrale risiede nella frammentazione amministrativa che rallenta programmazione e messa in opera", evidenzia l'associazione.
Le cause
"La spesa per i rischi naturali è raddoppiata negli ultimi due anni, ma solo una parte degli interventi riesce a concretizzarsi a causa della mancanza di visione di lungo periodo e della difficoltà di coordinamento tra enti. Gli strumenti sviluppati da Ispra a supporto delle attività di difesa del suolo, la piattaforma IdroGEO, che consente di visualizzare mappe e dati aggiornati sul dissesto, e il sistema ReNDiS, che raccoglie le informazioni tecniche e amministrative sugli interventi finanziati per la difesa del suolo, rappresentano un supporto utile per le attività di pianificazione, in un contesto segnato dall'aumento degli eventi estremi e dalla crescente vulnerabilità del territorio". Per Svimez "la combinazione tra suoli instabili, urbanizzazione in aree a rischio e intensificazione delle precipitazioni estreme costituisce oggi uno dei principali moltiplicatori del dissesto idrogeologico nel Paese, è in questo quadro che si colloca il caso di Niscemi: all'intersezione tra cambiamento climatico, fragilità geologica storica e debolezza delle politiche di prevenzione".
Le ragioni alla base
Per la Svimez "il caso di Niscemi si inserisce pienamente in una dinamica più ampia in cui il cambiamento climatico aggrava criticità strutturali esistenti, rendendo più frequenti e distruttivi eventi che colpiscono territori storicamente fragili". "Niscemi non rappresenta infatti un'eccezione, ma un caso emblematico di una criticità diffusa che interessa larga parte del territorio nazionale”, ha dichiarato l’associazione.
I dati
Svimez ha poi evidenziato come in Italia il dissesto idrogeologico rimanga una criticità strutturale: secondo i più recenti dati Ispra (2025), il 94,5% dei comuni è a rischio per frane, alluvioni o erosione costiera. Per quanto riguarda le frane, il territorio classificato a pericolosità da frana è aumentato del 15% rispetto al 2021, passando da 55.400 a 69.500 km², pari al 23% del territorio nazionale. La popolazione esposta conta 2,6 milioni di famiglie (9,8%) residenti in aree a pericolosità, quasi 370 mila in aree a pericolosità elevata e oltre 213 mila in aree a pericolosità molto elevata, per un totale di oltre 580 mila famiglie nelle classi di rischio più alte". "In questo contesto, la Sicilia è una delle regioni - insieme a Toscana (+52,8%) e Sardegna (+29,4%) - in cui la pericolosità da frana è aumentata in misura più significativa (+20,2%) rispetto al 2021, con 142 Comuni esposti ad alto rischio frana (oltre il 36% del totale)”.
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