
Auto inquinanti, lo stop dell'Ue a benzina e diesel metterà a rischio i posti di lavoro?
Secondo il ministro dell'Industria e del Made in Italy, Adolfo Urso, i “tempi e modi che l’Europa impone non coincidono con la realtà europea e soprattutto italiana”. Sei associazioni della filiera industriale automotive avvertono sui “rischi, occupazionali ed economici" della messa al bando dei motori a combustione interna. Un’indagine presentata da Motus-E e Cami mostra però che i posti di lavoro potrebbero aumentare del 6% con la creazione di nuove posizioni

L’Ue è ferma sulla decisione di abolire le auto con motori termici nel 2035. Ma per il ministro dell'Industria e del Made in Italy Adolfo Urso "l'Italia è in ritardo" sulla transizione nel comparto auto e dobbiamo "accelerare sugli investimenti, i "tempi e modi che l'Europa ci impone non coincidono con la realtà europea e soprattutto italiana”
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Il ministro lo ha detto a Radio Anch’io aggiungendo: “Non possiamo affrontare la realtà con una visione ideologica e faziosa che sembra emergere dalle istituzioni europee”. Urso si è chiesto perchè l'Europa non adotti "la neutralità tecnologica" e una tempistica che risponda più alla realtà e graduale, consentendo anche altre fonti come biocombustibili, biometano e idrogeno
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Intanto, sei associazioni che rappresentano la filiera industriale automotive, nonché le Imprese produttrici e distributrici di carburanti rinnovabili e low carbon, liquidi e gassosi (Unem, Federmetano, Ngv Italia, Assogasmetano, Anigas, Anfia, Confapi), hanno inviato una lettera congiunta al presidente del Consiglio, ai ministri competenti e al rappresentante permanente d'Italia presso l'Unione europea avvertendo sui "rischi, occupazionali ed economici" della messa al bando dei motori a combustione interna
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Citando lo studio di Clepa (Associazione dei componentisti automotive europei), si sottolinea che l'Italia è il Paese con la minor capacità di ripresa e rischia di perdere al 2040 circa 73.000 posti di lavoro, di cui 67.000 già nel periodo 2025-2030. Perdite che le nuove professionalità legate allo sviluppo della mobilità elettrica non basteranno a compensare

Nella lettera si rileva che nonostante l'alto profilo tecnologico e innovativo delle filiere industriali le sfide della transizione energetica sono complesse e non è possibile "considerare tutto risolvibile con il contributo di un’unica tecnologia, non ancora matura a livello di ecosistema di mercato in quasi nessun Paese europeo”

Le sei associazioni ricordano che il parco circolante europeo di auto e veicoli commerciali sarà costituito al 2030 ancora da oltre il 70% di mezzi con motori a combustione interna (Ice), e che allo sviluppo della mobilità elettrica va affiancata una strategia europea per i combustibili a basse emissioni di carbonio per dare un efficace contributo alla decarbonizzazione

Invece, un’indagine presentata da Motus-E, associazione delle imprese che operano nel settore dell’elettrico, e Cami, centro di ricerca per l’innovazione nell’automotive, ha messo in luce un aspetto diverso. Lo studio ha creato un database con 2.400 aziende che occupano 280mila persone. Ciascuna è stata classificata in base al tipo di componenti prodotti, in tre categorie: quelle che lavorano soltanto per le auto tradizionali a combustione interna; quelle che producono sia per le auto Ice che per le elettriche; infine quelle che producono solo per l’elettrico

La ricerca ha rivelato che le aziende veramente a rischio sono quelle che stanno producendo solo per il motore endotermico. Quelle “miste” potrebbero anche avere una perdita rilevante di posti. Ma le realtà dell’elettrico, invece, hanno grandi potenzialità di crescita. Il risultato finale è comunque composto da un saldo in positivo: i posti di lavoro nel 2030 potrebbe aumentare del 6%, 15mila in più nel cluster di circa 2.400 imprese preso in considerazione

Secondo i partner della ricerca, questa situazione è possibile perché le imprese che producono solo per il motore endotermico non sono così tante, occupano “solo” 14 mila persone. Va poi tenuto conto che le altre indagini hanno considerato i posti persi senza considerare i nuovi che si verranno a creare con un aumento della produzione dell’elettrico

Lo studio Motus-E e Cami ha appunto stimato anche i nuovi posti creati con l’elettrico e “isolato solo il fattore tecnologico mentre le altre indagini inglobano anche la tendenza del settore a perdere produzione e occupati da vent’anni, da ben prima che si cominciasse a parlare di transizione”
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