Pensioni, ipotesi uscita a 64 anni con assegno ridotto dal 10 al 18%: ecco cosa sappiamo
Con la fine di Quota 102 si lavora per evitare il ritorno alla legge Fornero. Riprende corpo l’idea di una flessibilità per lasciare il mondo del lavoro a 64 anni di età, con almeno 20 di contributi, con parallela penalizzazione del 3% per ogni anno di anticipo. Ci sarebbero quindi differenze tra chi è nel sistema contributivo o nel sistema misto con il retributivo
Nel 2022 finisce Quota 102 per le pensioni. Governo e parti sociali sono al lavoro per trovare un accordo che eviti il ritorno alla legge Fornero. Mentre si discute tanto dell’idea di una Quota 41, ora torna anche l’ipotesi di uscire dal mondo del lavoro prima dei 67 anni previsti dalla normativa Fornero, già emersa qualche mese fa, prima che la guerra in Ucraina spostasse l’attenzione su altri temi. Su questo progetto c’era stata un’apertura dell’esecutivo
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Si tratterebbe di un’ipotesi che imporrebbe il ricalcolo contributivo degli assegni pensionistici, “dunque anche quelli dei lavoratori che rientrano ancora in parte nel sistema retributivo”, spiega il Corriere della Sera. Un paletto voluto da Draghi su cui i sindacati si erano detti scettici e sfavorevoli
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L’ipotesi per la flessibilità nell’andare in pensione prevedrebbe la revisione dei coefficienti di trasformazione e la possibilità di eliminare la soglia dell’assegno sociale per coloro che raggiungono 64 anni di età e 20 di contribuzione, una possibilità già esistente per chi ora è totalmente col sistema contributivo
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Il governo si era detto disposto a ragionare sull’abbassamento del limite minimo di 2,8 volte la pensione sociale per accedere al pensionamento anticipato per chi è nel sistema contributivo (fino a tre anni prima della pensione di vecchiaia) e di estendere questa possibilità a chi ricade nel sistema misto ma è disposto a rinunciarci a favore del sistema contributivo, spiega il Corriere
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L’ipotetica uscita dal mondo del lavoro a 64 anni di età, con almeno 20 anni di contributi, per ovvi motivi corrisponde a una penalizzazione del 3% circa per ogni anno di anticipo. La maggioranza di chi potrebbe uscire con questa opzione vedrebbe una riduzione dell’assegno di circa il 10%
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I lavoratori in regime misto (cioè chi al 31 dicembre 1995 non aveva ancora più di 18 anni di versamenti) potrebbero invece arrivare anche al 18%
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Per i contributivi puri, quelli cioè che lavorano dal 1996, si esce a 64 anni con pensioni di almeno 1.311 euro. Questo limite è stato giudicato troppo alto dai sindacati e il governo potrebbe abbassarlo se si accettasse di applicare questa formula anche al sistema misto (retributivo e contributivo), che corrisponde al 90% dei lavoratori in uscita
In questo caso, la parte retributiva peserebbe solo per il 30% sull’assegno e correggerla comporterebbe solo lievi perdite. La flessibilità così immaginata diventerebbe una sorta di misura ponte in attesa della nuova riforma
Altra proposta in ballo è quella del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che ha lanciato l’idea di un’uscita a 64 anni e 20 di contributi solo per la parte contributiva, ai quali si aggiungerebbe in seguito quella retributiva al compimento dei 67 anni di età
I sindacati, invece, vorrebbero negoziare l’uscita dal mercato del lavoro a partire dai 62 anni o in alternativa, con 41 anni di contributi, a prescindere dall’età anagrafica. Cioè in sostanza la Quota 41 su cui sta spingendo in particolare modo la Lega