Pillole di Recovery (seconda serie): i vincoli e i pilastri dei fondi europei

Economia

A che cosa servono i miliardi che l’Europa mette a disposizione con Next Generation EU? Guarda la prima puntata della seconda stagione di Pillole di Recovery.

 

La prima cosa che salta all’occhio leggendo il Piano Italiano di Ripresa e Resilienza (LO SPECIALE DI SKY TG24) è che il protagonista, contrariamente a quanto molti possano pensare, non è il Covid. Basta guardare quante volte quest’ultimo viene citato nel documento rispetto ai problemi strutturali del paese. Tutto il progetto, compreso il Pnrr italiano, è ben di più di un piano per risollevarsi dalla pandemia. Come sappiamo l’intento è sfruttare questa tragica battuta d’arresto per ripartire su nuove basi dal punto di vista economico, tecnologico, sociale e ambientale.

Spesa corrente "vietata"

Inutile dire che per convincere i cosiddetti falchi d’Europa a dire sì, una serie di vincoli molto stringenti è stata escogitata per assicurarsi che nemmeno un euro vada sprecato. Ed è altrettanto ovvio che questi finanziamenti non possano essere usati per la cosiddetta “spesa corrente”, cioè quella che faremmo comunque anche senza cambiare di una virgola la nostra economia. Con quei soldi, per fare un esempio, non ci possiamo pagare le pensioni: dobbiamo destinarli a investimenti ben mirati. Se fossimo una famiglia potremmo dire che il Recovery Fund serve per far studiare i figli, non per pagare l’affitto o fare la spesa.

Da contribuenti a beneficiari netti

Del resto: in questo gigantesco vortice di miliardi tra Europa, mercati e governi, alla fine alcuni stati pagheranno di tasca loro gli aiuti ad altri stati e si sono impegnati a fare debito comune. L’Italia, nel gergo comunitario, diventa un beneficiario netto. Chi paga il conto vuole impegni precisi. E così il recovery fund più che a un bancomat assomiglia piuttosto alla concessione di un mutuo, con perizie, garanzie, controlli.

L’Europa oltre a darci i soldi, ci indica anche in quali direzioni spenderli. Anche questa apparente rigidità dipende da quel nome, così significativo, che è stato scelto per il piano di aiuti. Se, come abbiamo visto, l’ambizione è una “Europa di nuova generazione” e non solo rimediare ai danni creati dal Covid, allora bisogna indirizzare quel denaro sui settori che abbiano due caratteristiche: garantire posti di lavoro alle prossime generazioni e permettere loro di vivere in un ambiente meno compromesso e in una società più equa e inclusiva.

I vincoli europei

Questo spiega perché ogni 100 euro ricevuti almeno 37 devono andare alla transizione ecologica. E almeno 20 a quella digitale. Il resto deve allinearsi agli altri 4 grandi pilastri: la crescita, la coesione, le politiche per la salute e per le nuove generazioni. Ogni paese può poi stabilire dei criteri “orizzontali” di spesa in cui incanalare quei progetti. Nel caso dell’Italia il 40% sarà investito al Sud.

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Entreremo prossimamente nel dettaglio di queste missioni, come si chiamano nel Pnrr. Quello che però va considerato è che paradossalmente, questa è quasi la parte più facile. Per avere quei soldi non basta indicare, per quanto precisi, che vadano nelle direzioni indicate.  Visto che il senso stesso di tutta l’operazione è sfruttare questa tragica occasione per ripartire su basi diverse, l’Europa chiede anche di risolvere (possibilmente una volta per tutte) le fragilità che i vari paesi presentano. L’Italia non deve solo dire come e quando intende costruire l’alta velocità ferroviaria o come portare la banda larga dappertutto. Deve impegnarsi in modo credibile per far funzionare a dovere il suo sistema giudiziario, la sua pubblica amministrazione e garantire la concorrenza. Cose che Bruxelles, come un disco rotto, ci ripete da anni. Ma stavolta, potrebbe essere diverso.

 

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