Pillole di Recovery, seconda serie: il Recovery e noi

Economia

Quando pensiamo al recovery plan la prima cosa che ci viene in mente è il lavoro enorme che toccherà a ministri, sindaci, tecnici, funzionari di tutti i livelli.

Ma se crediamo che finisca lì perdiamo di vista il significato vero di “next generation Eu” (LO SPECIALE DI SKY TG24): quello di rifondare il modello sociale europeo dalle basi. Il che significa che la sfida riguarda in realtà tutti noi. In sostanza, tutti abbiamo dei compiti da fare e delle nuove possibilità da sfruttare.

Cosa cambierà

Leggendo le migliaia di pagine di documenti già consegnati a Bruxelles ognuno di noi può trovare dozzine di esempi di impegni, progetti e obiettivi che lo riguardano in prima persona. Cambieranno abitudini e consumi, cambieranno le cose che studieremo e i lavori che faremo.  

La rete

Entro i prossimi quattro anni, 13 milioni di italiani devono imparare a usare internet e le tecnologie digitali. Oggi (e sembra incredibile per un paese che adora gli smartphone) siamo agli ultimi posti in Europa e solo una minoranza ha le competenze di base. L’obiettivo del governo è arrivare al 70 per cento e se non viene raggiunto è un problema, perché tutta la strategia che mira a rendere digitale il paese e la pubblica amministrazione (con la relativa grandinata di miliardi) poggia naturalmente sul fatto che quei servizi poi noi li sappiamo usare. Almeno sette italiani su dieci dovranno avere un’identità digitale (tipo lo Spid). Oggi sono tre. Significa che milioni di persone devono cambiare comportamenti radicati nel rapporto con gli uffici, le scartoffie, le marche da bollo e il proprio smartphone.

Le materie scientifiche

Ma l’ ”uomo nuovo” che esce dal Recovery Plan non si limita all’habitat del cyberspazio. Le ragazze e i ragazzi studieranno probabilmente più lontani da casa. In realtà già oggi molti vorrebbero farlo, ma il numero di alloggi per studenti nel nostro paese è ridicolmente basso rispetto agli altri grandi paesi europei.
E dovranno poter studiare cose diverse. Perché se c’è una sigla che spunta ripetutamente nel recovery plan è “Stem”, cioè le discipline scientifiche, dall’ingegneria fino alla conservazione dei beni culturali. Gli iscritti dovranno essere di più e meglio distribuiti. Ancora oggi tre quarti degli studenti di ingegneria sono uomini: senza un rapido riequilibrio, vista la centralità di questi profili nell’economia del futuro, gli obiettivi di parità salariale e di presenza femminile nei ruoli chiave sarà impossibile da raggiungere.

Le auto elettriche

Cambierà ovviamente il nostro modo di spostarci. Oggi le auto elettriche che girano in Italia sono poche decine di migliaia. Tra dieci anni dovrebbero essere 6 milioni. Un distributore di benzina su cinque si trasformerà in una stazione di ricarica elettrica. Ma andremo anche molto di più in bicicletta, con quasi 2000 km di nuove piste ciclabili, urbane o turistiche.

Alcune di questi compiti che riguardano tutti noi non costano nulla allo Stato. Altri richiedono miliardi. Perché farci cambiare le abitudini è normalmente difficile. E diventa improbo se ci costa anche dei soldi. In quel caso, di solito preferiamo che qualcuno paghi il conto.

Come cambierà la nostra vita

È una rivoluzione che arriverà in tutti i settori, anche quelli più tradizionali. Ogni anno, per fare un esempio, migliaia di agricoltori cambiano il loro trattore, che di solito è un diesel. L’obiettivo del Recovery Plan è convincerli a prenderne uno a biometano. Il problema è che è anche molto più caro. E allora lo Stato pagherà fino alla metà del conto. In totale bastano 15 milioni di Euro, una goccia nel mare. Ma di gocce cose così il mare del Recovery Plan è pieno.

Che lo stato ci debba dare dei soldi o meno, la certezza è che dall’’intero progetto chiamato Next generation Eu tutti usciremo un po’ cambiati e vivremo in modo un po’ diverso. Probabilmente l’unico modo che potrà continuare a garantirci il benessere.

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