Pillole di Recovery, seconda clip della seconda serie: "ce lo chiede l'Europa"

Economia

Quali sono le richieste di Bruxelles per sbloccare in cambio i fondi europei di solidarietà, pagati in gran parte da tedeschi, olandesi e francesi? Le riforme richieste da anni, anche dagli stessi italiani.

Ce lo chiede l’Europa” è ormai una frase che suona vuota, uno slogan che divide europeisti ed euroscettici. Nel caso del Recovery Plan (LO SPECIALE DI SKY TG24) è un dato di fatto: l’Europa ci chiede molte cose. Si chiamano “raccomandazioni specifiche” e sono quelle riforme richieste da anni senza le quali a Bruxelles il nostro Recovery Plan neppure cominciano a leggerlo, come spiegato nella prima Pillola di Recovery della seconda stagione. In realtà si tratta di cose che da decenni ci raccomandiamo da soli. E spesso con più frustrazione di quella che possono esprimere un tedesco o un danese.

La giustizia

Prendiamo la giustizia civile. Se volete costruire una casa e qualcuno vi denuncia sostenendo che il terreno non è vostro, vi conviene mettervi comodi. Magari non sarete sfortunati come quei cugini di Rieti che hanno aspettato 32 anni, ma perché un giudice decida in modo definitivo chi ha ragione, in Italia servono in media 7 anni. In paesi come Repubblica Ceca o Portogallo un anno è più che sufficiente. E la media, in Europa, è comunque un anno e mezzo. Insomma: è un disastro.

Inutile dire che in un Paese dove ogni iniziativa dista solo una diffida legale da un pantano pluriennale, non è facilissimo investire, costruire, comprare, vendere, insomma, fare tutto ciò che crea posti di lavoro e reddito per le persone.

Ne parliamo da decenni. Da decenni si fanno riforme ma il problema resta. Alla fine del secolo scorso per un processo civile servivano 8 anni. Un miglioramento c‘è stato, ma di questo passo per raggiungere gli standard europei ci metteremmo una decina di generazioni. Un po’ troppo per rassicurare Bruxelles sulla nostra volontà di fare sul serio.

La burocrazia

Discorso simile vale per la burocrazia. Ci basti una citazione: “ci sono più di centomila leggi e regolamenti che creano il caos. Urge una riforma”. Potrebbe essere una frase del Recovery Plan. In realtà viene da un articolo del 1961. L’Ue (anzi, la Cee) era appena nata e non poteva raccomandarci granché. In compenso il problema c’era già e da allora non è stato risolto.

Il fisco

E ovviamente stesso discorso vale per il fisco. Prima che l’Europa è l’aritmetica a raccomandarci di non avere 110 miliardi di evasione all’anno e, ad esempio, un catasto allo stato fossile che trasforma le tasse sulla casa in una lotteria.

 

Ecco perché, oltre alle opere su cui spendere i soldi europei, il Recovery Plan dedica così tanto spazio alle riforme raccomandate da Bruxelles. Se un processo civile continuerà a durare 7 anni, non sarà di grande consolazione poterci muovere con un treno all’idrogeno o illuminare casa grazie a una pala eolica. Resteremmo un paese inefficiente e butteremmo alle ortiche un’occasione storica.

I motivi per essere ottimisti

La domanda che ci poniamo è naturalmente perché dopo ripetuti fallimenti stavolta dovremmo riuscirci. I motivi per essere più ottimisti del solito sono due.

Il primo è tecnologico. Se è vero che già un secolo e mezzo fa l’Italia neonata era definita il “regno della carta”, ora la rivoluzione digitale potrebbe togliere alla burocrazia la materia prima di cui si nutre: la carta, appunto. E sulla lotta all’evasione stanno dando più risultati le banche dati digitali di mille dichiarazioni di intenti. L’informatica arriva dove la politica non ha il coraggio di andare, spesso in silenzio, per non essere impopolare.

 

Il secondo motivo, naturalmente, è che se non facciamo quelle riforme i soldi non ce li danno. Ecco perché, in queste settimane e in questi mesi, sentiremo parlare così tanto di giustizia, fisco, semplificazioni e burocrazia. Se vedremo i partiti litigare più su questo che sull’idrogeno o sul cloud computing, insomma, non sarà necessariamente un cattivo segno.

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