Lo speciale sul caso della ricina a Campobasso
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Avvelenate da ricina Campobasso: le indagini, gli interrogatori, i sospetti. Cosa sappiamo

Cronaca
©Ansa

Introduzione

Proseguono le indagini sul caso della morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, avvelenate con la ricina lo scorso dicembre a Pietracatella, in provincia di Campobasso. Dopo le prime ricostruzioni che ipotizzavano il decesso per intossicazione alimentare, gli esami tossicologici hanno permesso in seguito di stabilire che entrambe erano state avvelenate con la ricina, una delle sostanze vegetali più tossiche conosciute.

 

Sulla vicenda la Procura di Larino ha aperto un fascicolo per duplice omicidio premeditato, affiancandolo a quello già esistente nei confronti di cinque medici indagati per omicidio colposo. L'inchiesta procede quindi su due binari. Da una parte, il procedimento nei confronti di cinque medici, indagati per omicidio colposo in relazione alla gestione clinica delle due pazienti. Dall'altra, le indagini per individuare il responsabile dell'avvelenamento e le modalità di somministrazione della sostanza.

Quello che devi sapere

Cosa è successo

La vicenda ha inizio nei giorni di Natale del 2025 a Pietracatella. Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita, 15 anni, accusano un malore mentre si trovano nella loro abitazione. Le due si recano al pronto soccorso dell'ospedale Cardarelli di Campobasso, dove vengono visitate e successivamente dimesse. Con il peggiorare delle condizioni di salute fanno ritorno in ospedale, ma tra la sera del 27 dicembre e la mattina del 28 dicembre muoiono a poche ore di distanza

L'ipotesi di intossicazione alimentare

In un primo momento, l'ipotesi investigativa era quella di una grave intossicazione alimentare. Per questo la Procura di Larino aveva aperto un fascicolo nei confronti di cinque medici del pronto soccorso, indagati per omicidio colposo, per accertare eventuali responsabilità nella gestione clinica delle due pazienti.

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L'avvelenamento da ricina

I successivi accertamenti tossicologici hanno cambiato il quadro investigativo: madre e figlia sono morte per una grave intossicazione da ricina, una tossina di origine vegetale considerata tra le più pericolose.  

 

Per approfondire:

Cos'è e dove si trova la ricina, il veleno che ha ucciso madre e figlia a Campobasso

Il padre Gianni Di Vita

Il padre, Gianni Di Vita, era presente in casa nei giorni in cui Antonella e Sara hanno accusato il malore. Sottoposto agli esami tossicologici, è risultato negativo alla ricina. Dopo la tragedia è stato ascoltato più volte dalla squadra mobile come persona informata sui fatti

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La figlia maggiore Alice

Insieme al padre, è stata ascoltata anche la figlia maggiore Alice Di Vita, che non ha partecipato alla cena del 23 dicembre. Quella sera, la giovane avrebbe cenato fuori con gli amici. Gli inquirenti hanno sequestrato il suo telefono per analizzare chat, e-mail, cronologia delle ricerche, geolocalizzazione e le note in cui avrebbe annotato anche i pasti consumati dalla famiglia durante le festività.

Gli esami tossicologici

A effettuare gli accertamenti è stato il Centro Antiveleni della Fondazione Maugeri di Pavia, che ha poi trasmesso la relazione alla Procura. L'ipotesi investigativa, inizialmente legata a un evento accidentale, è diventata di duplice omicidio. Gli accertamenti si sono concentrati sulla ricostruzione degli ultimi giorni di vita delle vittime e sulle possibili modalità con cui la sostanza sarebbe stata somministrata.

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Le due inchieste

Il primo filone investigativo punta a individuare il responsabile dell'avvelenamento e a chiarire il momento in cui la ricina sarebbe stata ingerita, oltre al veicolo utilizzato per somministrarla e al possibile movente. Parallelamente all'indagine per omicidio, prosegue anche quella sulla gestione sanitaria del caso. Cinque medici risultano indagati per omicidio colposo in relazione alla gestione clinica delle due pazienti. Nello specifico, gli inquirenti dovranno chiarire se una diagnosi diversa o un trattamento più tempestivo avrebbero potuto evitare il decesso delle due donne.

Il sequestro dei dispositivi

Tra gli ultimi sviluppi dell'inchiesta c'è il sequestro del telefono di Alice Di Vita, su cui la Procura ha disposto un accertamento tecnico irripetibile per acquisire chat, messaggi, e-mail, cronologia delle ricerche online, dati di geolocalizzazione e note relative agli ultimi cinque mesi. Secondo quanto emerso dagli atti, tra il materiale acquisito figurerebbero anche annotazioni sui pasti consumati dalla famiglia durante le festività natalizie. Elementi che gli investigatori ritengono utili per ricostruire la sequenza degli eventi che ha preceduto il malore.

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Il sequestro di telefoni e computer

Dopo la conferma dell'avvelenamento, la polizia scientifica ha effettuato un sopralluogo nell'abitazione della famiglia Di Vita a Pietracatella, dove sono stati sequestrati cinque telefoni, un computer e alcuni documenti ritenuti utili alle indagini, poi sottoposti ad analisi forense. L'obiettivo è quello di ricostruire comunicazioni, contatti e spostamenti delle persone coinvolte, oltre a verificare l'eventuale presenza di elementi utili a chiarire la dinamica dell'avvelenamento.

Il sopralluogo degli esperti del Robert Koch Institute

A effettuare il sopralluogo nell'abitazione sono gli investigatori italiani e gli esperti tedeschi del Robert Koch Institute di Berlino. Nei laboratori berlinesi sono stati già analizzati i resti del cibo e le tracce biologiche repertate nella cucina della famiglia. Non è escluso che possano già aver trovato qualche traccia del veleno mortale. Durante i nuovi sopralluoghi, gli esperti hanno indossato materiali idonei alla protezione individuale da eventuale contaminazione ambientale disponibili per le sole persone delegate. 

 

Vedi anche:

Madre e figlia avvelenate con ricina, 70 alimenti sequestrati: si cercano tracce di veleno

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I sopralluoghi non visibili da remoto

Durante le operazioni degli esperti italiani e tedeschi nell'abitazione, avvocati e consulenti non hanno potuto seguire da remoto, in tempo reale, le fasi del sopralluogo. Solo uno di loro, un consulente dell'avvocato Vittorino Facciolla, legale di Gianni Di Vita, è entrato nella casa per seguire direttamente le operazioni. A tutti sarà consegnato un video appena il lavoro sarà concluso. 

Gli interrogativi

Secondo gli inquirenti, trovare le tracce della ricina, in cucina o su qualche capo d’abbigliamento, potrebbe essere essenziale per dare due risposte: in che cibo, o bevanda, era contenuto il veleno e chi ha portato quel cibo, o quella bevanda, in casa. Gli investigatori puntano quindi a stabilire quando la sostanza è stata somministrata, attraverso quale alimento o bevanda è stata assunta e chi ha avuto la possibilità di introdurla.

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Gli interrogatori

Nel frattempo, proseguono anche gli interrogatori di amici e persone vicine alle vittime. Nei giorni scorsi sono stati sentiti due amici di famiglia e la donna denunciata per favoreggiamento, per aver negato dissidi tra Antonella Di Ielsi e il marito. Sul suo telefono è stato ritrovato uno scambio di messaggi proprio con Antonella, che si lamentava dell'uomo. Ma si trattava di messaggi risalenti al 2019. 

 

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Mamma e figlia avvelenate con la ricina, amica di famiglia denunciata per favoreggiamento

Il sindaco: “Pietracatella chiede verità sull'accaduto”

"Il paese chiede verità su quanto accaduto". A dirlo è stato il sindaco di Pietracatella, Antonio Tomassone, davanti alla casa della famiglia Di Vita. "Per la nostra comunità ogni iniziativa utile per arrivare a scoprire la verità è ben voluta, siamo tutti in attesa di capire cosa può essere successo", ha aggiunto ha aggiunto il primo cittadino. Infine, Tomassone ha ribadito che "tutti noi siamo vicini a chi si sta impegnando per arrivare alla verità, dalla procuratrice alla polizia".

 

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Avvelenate con la ricina a Campobasso, convocato in Questura il sindaco di Pietracatella

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