Il pm Primicerio ha escluso la pista del suicidio e ribadito che l'ex calciatore del Cosenza fu vittima di un omicidio maturato in un contesto di ossessione e gelosia. Gli elementi scientifici, secondo l'accusa, rendono impossibile la tesi del "tuffo" sotto il camion e indicano un intervento di terzi
"Quello di Denis Bergamini non fu un suicidio, fu un omicidio e quella della Internò è una versione falsa". È quanto affermato stamattina dal pubblico ministero Luca Primicerio davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Catanzaro, durante la requisitoria del processo sulla morte del calciatore Denis Bergamini, avvenuta il 18 novembre 1989 sulla Statale 106 a Roseto Capo Spulico (Cosenza).
La richiesta della pubblica accusa
Al termine della requisitoria, la pubblica accusa, attraverso il pm Primicerio - affiancato del procuratore capo di Castrovillari Alessandro D'Alessio e dal sostituto pg Salvatore Di Maio - ha chiesto alla Corte il rigetto dell'appello dalla difesa, la conferma della sentenza di primo grado e il riconoscimento della penale responsabilità per l'unica imputata per omicidio volontario, l'ex fidanzata Isabella Internò. Formulata una richiesta di condanna a 23 anni di reclusione, con rideterminazione della pena attraverso il riconoscimento delle aggravanti equivalenti alle attenuanti generiche. In primo grado, infatti, la Corte d'Assise di Cosenza aveva condannato l'imputata a 16 anni, ritenendo le attenuanti generiche prevalenti rispetto alle aggravanti.
Le piste escluse e l'ipotesi ritenuta valida
Per l'accusa, dopo aver passato al vaglio tutte le piste possibili come 'ndrangheta, toto nero, calcio scommesse - rivelatesi solo mere "congetture" - resta in piedi solo la ricostruzione dell'omicidio passionale. L'ex calciatore del Cosenza sarebbe stato ucciso perché non volle sposare la Internò dopo il suo aborto. Per approdare a tale conclusione, il pm ha ribadito che non va fatta "una segmentazione degli elementi di prova", ma che è necessario "considerare il materiale probatorio nel suo complesso", quindi "passare dall'esame atomistico dei singoli elementi a una loro valutazione globale".
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Gli elementi scientifici
Alla ricostruzione dell'omicidio contribuiscono, secondo la Procura, non solo la prova della glicoforina, ma tutta una serie di elementi tra cui gli esami sui polmoni e quelli immuno-istochimici che hanno consentito di risalire a una "asfissia meccanica compiuta per mano di terzi mediante un mezzo soft". Determinanti anche i rilievi fotografici e planimetrici, gli accertamenti del Ris di Messina e le testimonianze acquisite, tra cui quella considerata "straordinaria" di Tiziana Rota, all'epoca dei fatti migliore amica di Internò. Per l'accusa, questi elementi rendono "impossibile" la versione del suicidio e del "tuffo" sotto il camion da parte di Bergamini, perché sul suo corpo non c'era alcun segno, ma che sia stato adagiato sull'asfalto e sormontato in parte dal camion quando era già morto.
Il ruolo attribuito a Internò
Nel quadro costruito dalla Procura, il contributo della Internò al delitto sarebbe stato sia materiale sia morale: avrebbe attirato Bergamini invitandolo all'appuntamento, descritto come un "regolamento di conti", e avrebbe incitato gli autori materiali, che la sentenza di primo grado individua nei cugini, a compiere l'omicidio. Il movente, secondo l'accusa, maturò al culmine di "un'escalation di morbosità e gelosia", una vera e propria "ossessione", dopo che i due si erano definitivamente lasciati.
Le prossime fasi del processo
L'udienza proseguirà con la discussione delle parti civili, rappresentate dagli avvocati Fabio Anselmo, Alessandra Pisa e Silvia Galeone. Le prossime udienze, a causa dell'astensione proclamata dalle Camere penali dall'8 al 12 giugno a cui aderiranno i legali dell'imputata Angelo Pugliese e Cataldo Intrieri, saranno ricalendarizzate. La sentenza, inizialmente prevista per il 9 luglio, potrebbe slittare a dopo l'estate.