L’esame sul corpo della vittima, uccisa lunedì 9 marzo dall'ex compagno Santino Bonfiglio, è stato eseguito dal medico legale Alessio Asmundo. Il presunto assassino sarebbe entrato dalla finestra e avrebbe colpito la vittima alla nuca prima di colpirla con un’arma da taglio. L’uomo, che ora si trova in carcere, era ai domiciliari per finire di scontare una precedente pena per un tentato omicidio risalente al 2008
È stata prima tramortita con un colpo alla nuca e poi colpita con 30 coltellate Daniela Zinnanti, la donna uccisa dall'ex compagno Santino Bonfiglio lo scorso lunedì 9 marzo a Messina. La donna, ennesima vittima di femminicidio, stando a quanto emerso dall’autopsia effettuata oggi, avrebbe provato a difendersi dal suo aggressore. L’esame sul corpo della 50enne è stato condotto dal medico legale Alessio Asmundo che ieri ha ricevuto l'incarico dalla Procura. All'obitorio dell'ospedale Papardo erano presenti anche i consulenti nominati dalla difesa di Bonfiglio e dalla famiglia Zinnanti, i professori Daniela Sapienza e Antonino Bondì.
L’esito dell’autopsia
Stando alla ricostruzione delle autorità, Bonfiglio avrebbe usato un tondino in ferro per forzare la finestra ed entrare nella stanza da letto di Daniela Zinnanti. A quel punto l’avrebbe tramortita con un colpo alla nuca per poi accanirsi su di lei con un coltello. La donna presentava 30 coltellate: alcune ferite anche alle mani, segno che in un primo momento ha provato a proteggersi dalle coltellate, poi al torace e al collo. Secondo l'autopsia la vittima sarebbe morta subito dopo a causa della gravità delle ferite riportate.
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Corpo trovato dalla figlia
Il corpo della 50enne è stato trovato il giorno successivo dalla figlia che, allarmata dalle mancate risposte della madre, ha raggiunto l'abitazione. Come emerso dalle indagini, non è la prima volta che Santino Bonfiglio si rende protagonista di aggressioni violente contro donne. L’uomo, che la notte del femminicidio di Daniela Zinnanti sarebbe dovuto essere ai domiciliari, nel 2008 era stato arrestato dalla polizia a Spadafora con l'accusa di tentato omicidio nei confronti della sua convivente di allora. Fermato in quel caso in un primo momento da un vigile vicino di casa, era fuggito cercando di evitare l'arresto della polizia, nel frattempo intervenuta su segnalazione della stessa vittima, refertata con 30 giorni di prognosi. In primo grado la condanna fu di dieci anni di reclusione. Ma in appello i giudici cambiarono la qualificazione giuridica dei fatti in lesioni personali riducendo la pena a tre anni.