Bimbo morto dopo trapianto, previsto per martedì prossimo l'incidente probatorio

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 Secondo la relazione inviata dalla Regione Campania al ministero della Salute sarebbero tre al momento i "principali fattori" che hanno contribuito al disastro sanitario che ha portato alla morte del piccolo Domenico. In particolare si parla di "ghiaccio, contenitore e comunicazione"

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Martedì prossimo, 3 marzo, davanti al gip di Napoli Sorrentino, sarà in programma il conferimento degli incarichi per l'incidente probatorio sulla morte del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di due anni deceduto lo scorso 21 febbraio dopo un trapianto di cuore fallito eseguito presso l'ospedale Monaldi di Napoli. I magistrati della VI sezione, come già emerso negli scorsi giorni, hanno iscritto nel registro degli indagati sette medici nei confronti dei quali si ipotizza il reato di omicidio colposo in concorso. Ciascuno degli indagati potrà nominare i propri consulenti di parte. 

I fattori incriminati: "Ghiaccio, box e comunicazione"

Mentre proseguono le indagini degli inquirenti, sarebbero tre al momento i "principali fattori" che hanno contribuito a quanto successo al piccolo Domenico. Questo, almeno, quanto emerge dalla relazione di 295 pagine inviata dalla Regione Campania al ministero della Salute nella quale è contenuta la documentazione fornita dai vertici dell'Azienda ospedaliera. In particolare si parla di "ghiaccio, contenitore e comunicazione". Il primo fattore, è stato segnalato nella relazione, "riguarda una falla procedurale, in quanto la partenza dal Monaldi con una quantità di ghiaccio non sufficiente si è configurata come un momento critico del processo. Tale condizione ha determinato, in una fase successiva, la necessità di richiedere ulteriore ghiaccio presso la sede dell'espianto, che è stato successivamente versato nel contenitore di trasporto dell'organo, contribuendo alla compromissione delle condizioni di conservazione durante il trasferimento verso il Monaldi di Napoli". E ancora, il secondo fattore, sarebbe realtivo alla "mancata verifica finale del contenitore di trasporto da parte dell'equipe di espianto che, al momento della chiusura, non ha effettuato un efficace controllo, procedendo alla chiusura immediata del contenitore senza un'ulteriore validazione delle condizioni di conservazione dell'organo". In ultimo, il terzo fattore è costituito da un "deficit comunicativo e procedurale significativo all'interno dell'equipe di sala operatoria, in particolare nelle fase critica del processo relativa all'espianto del cuore del ricevente e all'impianto del cuore del donatore". 

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