Baby gang di Siena, Barrilà: "Fatti gravi ma non parliamo di emergenza giovani"

Cronaca

Gaia Mombelli

Il caso delle ragazzine che umiliavano, offendevano e deridevano le loro vittime sui social, poi le attiravano con minacce o inganni in luoghi appartati per picchiarle ha aperto nuovamente il dibattito su cosa si nasconde negli adolescenti che compiono gesti simili. "Si tratta di una vicenda molto grave, ma per fortuna non è la norma", spiega lo psicoterapeuta

 

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Le violente aggressioni ad altre ragazze da parte della baby gang femminile di Siena, oltre a generare sgomento, sollevano una serie di domande importanti sulle giovani generazioni. Domande che si aggiungono a quelle emerse in questi due anni, tempo di pandemia e, ultimamente, anche di guerra. Abbiamo voluto parlarne con Domenico Barrilà, analista adleriano e psicoterapeuta, autore di numerosi volumi, spesso tradotti all’estero, diversi dei quali dedicati proprio alle fasi dello sviluppo della personalità. Iniziamo dalla fine e quidni proprio dai recentissimi fatti di Siena.

Che cosa sta succedendo ai nostri ragazzi?

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Quella di Siena è una vicenda molto grave, ma per fortuna non è la norma, la maggior parte dei ragazzi vive la propria vita prendendola molto sul serio. La mattina si alzano, molti vanno a lavorare, anche di più vanno a scuola, talvolta sopportando le paturnie dei professori assai più di quanto questi sopportino quelle dei ragazzi. I fatti, spiacevoli, di Siena non possono essere generalizzati, eppure non possiamo evitare di domandarci quanto sono grandi l’esasperazione, il senso di fallimento, la sofferenza interiore, se ci portano a decidere che l’unico modo di rispondervi è la cieca distruzione.

Un invito alla prudenza, eppure si parla tanto di emergenza giovanile.

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Tenga conto che la gioventù rappresenta un grandissimo e fiorente mercato, per questo fa notizia. Sono tali premesse ad amplificare la risonanza dei fenomeni che la riguardano, rendendoli sempre eccessivi, anche quando lo sono. Un mercato che interessa molto anche ai professionisti, che conoscono la sensibilità della società verso i giovani e piantano qualche tenda nelle nuove generazioni. Ammettiamo che io fondi un centro contro la violenza giovanile e mi auto nomini presidente. Se lei inserisce su un motore di ricerca le parole “violenza giovanile centro psicologia”, spunto fuori io, che divento un riferimento per la stampa. Se poi mi pone delle domande sulla violenza giovanile, che è la ragione della mia esistenza, può immaginare cosa le risponderò.

 

Nella copertina del suo volume “Tutti Bulli”, uscito un paio di anni fa per Feltrinelli, c’è un sottotitolo molto esplicativo “Perché una società violenta vuole processare i nostri ragazzi”.

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Intorno ai ragazzi non c’è il paradiso terrestre, semmai una società violenta, darwiniana e sopraffattoria. Chiedere a loro di essere migliori di noi non è un colpo di genio, perché non possiamo portare i figli dove noi stessi non siamo in grado di arrivare.

 

Quindi lei non condivide le posizioni più pessimistiche sulle nuove generazioni?

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Non si può essere ideologici quando ci sono di mezzo le nuove generazioni, bisogna attenersi, per quanto possibile, alla realtà, che raramente è così radicale, senza contare che i giovani non fanno nemmeno la decima parte dei disastri che facciamo noi adulti, la guerra è li a testimoniarlo. Qualcuno dice che gli uomini fanno le guerre e le donne devono rimediare, potremmo aggiungere che gli adulti dichiarano le guerre e i ragazzi devono combatterle.

Qual è il rischio delle prese di posizione ideologiche parlando di ragazzi, anche a proposito degli effetti della pandemia su di loro. Ritiene vi sia stata una sopravvalutazione degli effetti della pandemia sui ragazzi?

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Credo proprio di sì. Già in condizioni ordinarie mi pare impossibile dare una lettura seria dell’universo infantile e giovanile, variegato più di quello adulto, comprimendolo in qualche tratto stereotipato, neppure mi pare serio trascinare in un lazzaretto psicologico i bambini e i ragazzi che si sono misurati col Covid-19 e ora con la guerra.

Cosa si vede dalla sua postazione?

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Tenga conto che il mio lavoro non si svolge soltanto nello spazio clinico, giro spesso per il Paese, tenendo seminari e conferenze, all’interno di tali interazioni sono stati molti i ragazzi con cui mi sono confrontato, sovente in incontri dedicati esclusivamente a loro. Non mi è accaduto di registrare particolari manifestazioni di malessere, al contrario sono spesso rimasto ammirato dall’equilibrio e dalla compostezza dei loro contributi. Neppure tra i miei giovani pazienti mi è parso di cogliere clamorose criticità. Questo non significa che i ragazzi in questi due anni si sono divertiti, ma di certo mi viene da dire che l’esame l’hanno affrontato e superato meglio di tanti adulti.

 

Quali sono le sue impressioni e i suoi giudizi sulle nuove generazioni?

Sono un cultore dell’educazione bi-direzionale, considero ineliminabile il contributo dei bambini e dei ragazzi nella costruzione dell’atto educativo evoluto, spesso il loro sguardo coglie particolari che a noi sfuggono. Escludere la loro versione equivale a correre con una sola gamba, ragione per la quale ascoltarli non è un atto di magnanimità da parte di adulti illuminati, ma un vantaggio, una possibilità di cui approfittare tutte le volte che ci viene offerta.

Vale anche per questi anni, di pandemia e guerra?

Soprattutto. Imparo sempre dall’incontro con le giovani generazioni, è stato così anche in questi anni singolari. Si tratta di capire se vogliamo enfatizzare le eccezioni perché fanno audience e permettono di lucrare inviti e benefici professionali oppure se vogliamo dare ascolto alla realtà, abitata, spesso, senza scomporsi dai giovani, sebbene neppure loro sia stato facile.

Escludendo gli eccessi, quali prezzi possono avere pagato bambini e ragazzi in questi 26 mesi senza respiro?

Rovescerei la sua domanda, chiedendomi quali benefici possono scaturire da questa traversata così impegnativa. Non era mai accaduto negli ultimi cinquant’anni di vivere una condizione esistenziale così collaudante, i minori si sono nutriti di questi eventi, maturando riflessioni e apprendimenti significativi, mentre per noi adulti queste soste forzate sono state solo il pretesto per prendere lo slancio e partire più forte ancora, come se nulla fosse accaduto. Direi, decisamente, che i ragazzi hanno imparato di più.

Eppure, c’è chi parla di un’autentica esplosione di malessere nelle fasce giovanili. Da dove nasce questo fenomeno?

Bisognerebbe chiederlo a chi un giorno sì e l’altro pure lancia allarmi e prevede cataclismi, con la gentile collaborazioni dei media che, pare ovvio, tra una lettura riflessiva e una allarmistica sono più attratti dalla seconda, dimenticandosi, ad esempio, di domandarsi come se la passavano i bambini e i ragazzi prima della pandemia, oramai trasformatasi in un grande inceneritore di responsabilità.

Il malessere dei ragazzi, dunque, precede la pandemia?

Guardi, la pandemia è stata solo una grande rivelatrice di fragilità precedenti. Le persone che di fronte a questo evento si sono sentite più allo scoperto - e non vale solo per i ragazzi - sono le stesse il cui paesaggio interiore mostrava già turbolenze a tratti predisponenti. C’è una grave mancanza di senso che spesso attraversa la vita delle persone, a prescindere dalle categorie anagrafiche, spesso alimentata dalle attese inaudite, che infiltrano anche il linguaggio quotidiano, investendo frontalmente le nuove generazioni. Espressioni volgari come vincente, alla grande, top player, sono un suicidio pedagogico, ecco è questo che procura clientela alla psicologia non i virus.

Come madre mi colpisce molto questa lettura, poco spettacolare ma molto vicina a ciò che noi genitori sperimentiamo nel quotidiano.

In questi lunghi mesi, segnati anche da cospicue e dolorosissime perdite, siamo stati accompagnati dalla scienza, che ha evitato esiti catastrofici. Ecco, questa è una certezza da regalare alle giovani generazioni, bisogna ricordare loro che non siamo soli di fronte alle avversità e neppure in balia del caso.

Non sono mancate le critiche alla scienza, i dubbi e le posizioni di chiusura.

L’umanità vince le sue battaglie solo con la divisione dei compiti e la fiducia nella propria natura cooperativa, in questo gioco la scienza ricopre un ruolo decisivo, soprattutto se non viene trattata come una religione. Domenica ero in visita al cimitero, sono passato di fronte a un settore vecchio, ospitava persone nate nella seconda metà dell’Ottocento, ebbene i sessant’anni erano un muro che solo in pochi superavano. Oggi quel muro si è spostato, è collocato dopo gli ottant’anni. È la conseguenza di un’azione collettiva, fatta di studio, ricerca, tenacia. Diciamo grazie a chi si è impegnato in questa grande azione corale, le cui meraviglie sono solo all’inizio. Se oggi ci ritroviamo qui, dopo due anni pesanti, è perché abbiamo messo il virus alle corde, siamo noi alla fine che stiamo per spuntarla.

Il ruolo della scuola in tutto questo quale potrebbe essere?

Dobbiamo considerare che gli studenti rappresentano un sesto della popolazione italiana, senza contare i professori, il personale scolastico e tutti coloro che vivono di scuola, come librai, cartolai, fornitori di servizi. Se a questi individui aggiungiamo i genitori degli studenti, arriviamo a 30 milioni di soggetti interessati. La scuola, dunque, non è un’enclave, una creatura a sé, ma rappresenta l’intero Paese. Il suo ruolo potrebbe essere rivoluzionario se fosse accompagnata con maggiore accortezza, anche da una buona psicologia che, invece di continuare a prefigurare scenari catastrofici, dovrebbe immaginare come può essere utile.

Un messaggio finale per grandi e piccoli.

Nelle scorse settimane, su internet è apparso un manifestino, riproduceva una frase, che avevo scritto in un articolo uscito su un quotidiano nazionale, nel quale si parlava proprio del tema che stiamo affrontando. “Di malessere se n’è visto in giro, certo, talvolta tanto, ma per fortuna non è stato monopolizzato solo dai ragazzi. Forse dovremmo perdere l’abitudine di parlare di loro per non parlare di noi”. Spero il messaggio sia chiaro, a grandi, piccoli e specialisti che vedono malattie pure nelle asole del cappotto.

Domenico Barrilà, analista adleriano e scrittore, è considerato uno dei massimi psicoterapeuti italiani.
È autore di una trentina di volumi, tutti ristampati, molti tradotti all’estero. Tra gli ultimi ricordiamo “I legami che ci aiutano a vivere”, “Quello che non vedo di mio figlio”, “I superconnessi”, “Tutti Bulli”, “Noi restiamo insieme. La forza dell’interdipendenza per rinascere”, tutti editi da Feltrinelli, nonché il romanzo di formazione “La casa di Henriette” (Ed. Sonda).
Nella sua produzione non mancano i lavori per bambini piccoli, come la collana “Crescere senza effetti collaterali” (Ed. Carthusia).

È autore del blog di servizio, per educatori, https://vocedelverbostare.net/

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