"Vite - L'arte del possibile", l'intervista a Michele De Lucchi. VIDEO

Cronaca

L'architetto e designer è stato il protagonista dell'incontro con il direttore di Sky TG24 Giuseppe De Bellis: un'occasione per parlare non solo della sua vita e conoscere il suo lavoro, ma anche per approfondire il suo pensiero creativo e la sua visione del mondo, dell'architettura e del design. "La grande rivoluzione da fare oggi è la rivoluzione della collaborazione, e quella tra tutti i saperi è la più importante", dice

È stato Michele De Lucchi, architetto e designer, creatore di alcuni tra i più famosi oggetti di design industriale, il protagonista della nuova puntata di "Vite – L'arte del possibile". L'intervista è andata in onda su Sky TG24 giovedì 16 dicembre ed è disponibile anche on demand e sul sito skytg24.it. L'incontro tra l'architetto e il direttore di Sky TG24, Giuseppe De Bellis, è stata l'occasione per parlare non solo della sua vita e conoscere il suo lavoro, ma anche approfondire il suo pensiero creativo, la visione del mondo, dell'architettura e del design (LE ALTRE PUNTATE: BRUNELLO CUCINELLI - DIEGO DELLA VALLE - ALESSANDRO BARICCO - FEDERICO MARCHETTI - FABIOLA GIANOTTI - AMALIA ERCOLI-FINZI).

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Giuseppe De Bellis: Grazie di ospitarci nel padiglione Venezia della Biennale di architettura 2021 a Venezia. Partiamo subito da questo luogo, che cos’è per la Biennale di Venezia 2021 questo Padiglione e che cos’è per lei?

 

Michele De Lucchi: Il padiglione Venezia è un padiglione storico della biennale di Venezia ed è l’ultimo padiglione che si visita dopo aver passato tutti i padiglioni delle varie nazioni. Siamo proprio dietro, una specie di meta finale del visitatore della biennale. Il padiglione è stato fatto dalla città di Venezia per dare rilevanza e per celebrare l’artigianato della città di Venezia e quindi soprattutto l’artigianato del vetro perché Venezia è famosa per il vetro per Murano ma negli anni ha celebrato tutte le capacità di Venezia; di fare i lavori con i tessuti, con le piume.  A Venezia ci sono degli artigianati incredibili. L’artigianato è un mondo speciale, molto molto bello molto molto aggiornato perché, checché se ne dica, l’artigianato è più importante oggi che negli anni passati perché ci si rende conto di quanto vale l’essenza umana dentro le cose. Quanto vale rendere dentro le cose la personalità, i pensieri, le filosofie di chi ha realizzato quelle cose. 

 

Giuseppe De Bellis: Che cosa vediamo qui? Che cosa voluto portare in questa Biennale di architettura?

 

Michele De Lucchi: Qui ho portato un progetto assolutamente visionario, di pura fantasia, ma che non è fuori dal mondo non è non realistico, anzi credo che in questo momento abbiamo tanto bisogno di immaginazione. Stiamo vivendo momenti così terrificanti, con delle immagini così terrificanti rispetto al nostro futuro e rispetto al futuro della terra, del pianeta terra dell’umanità dell’universo, che se ci lasciamo permeare così tanto da questa immaginazione così negativa quasi quasi non viene voglia di risolvere i grandi problemi che abbiamo. E invece, non solo possiamo risolvere i grandi problemi che abbiamo, ma li possiamo risolvere creando un mondo migliore, creando un mondo migliore per la natura stessa e per noi come gli uomini. Io mi sono lanciato in questo, a immaginare questo per poter farsi che un po’ tutti, non solo gli architetti, anche se io mi rivolgo chiaramente agli architetti, ma per farsi che tutti abbiano una immaginazione che faccia venir voglia di andare nel futuro, fa venir voglia di passare qualcosa alle nuove generazioni che merita e che magari anche più bello di quello che abbiamo ricevuto noi.

 

Giuseppe De Bellis: La porto all’essenza della sua professione e le chiedo: “Michele de Lucchi: architetto e designer, se devi scegliere, se io la obbligo a scegliere fra queste due parole, quale sceglie?

 

Michele De Lucchi: Tutta la vita l’ho dedicato a questo… ho avuto dei momenti di grande depressione perché non sapevo scegliere che cosa fare da grande: se fare il designer o l’architetto, dedicarmi all’industria o dedicarmi all’architettura e al mercato immobiliare. Non ho mai scelto, oppure quelle volte che ho scelto, dopo poco tempo ho rotto il mio vincolo di promessa, perché fare l’architetto o fare il designer hai sempre come riferimento un’unica cosa; un’unica cosa che l’uomo, la vita degli uomini. Disegnare le case o disegnare gli interni o disegnare gli oggetti, hai sempre a che fare con la vita degli uomini, hai sempre a che fare con un desiderio di miglioramento, di aggiornamento, di contemporaneità ma anche di significati; dare un significato a un oggetto o dare un significato ad una costruzione, il processo è quello, certamente è diverso il mercato, sono diversi quelli che mettono in relazione il tuo prodotto con il mondo e con le persone che lo dovranno usare,  ma chi li usa sono sempre gli stessi, sono sempre gli uomini. Sono gli uomini con le loro culture, con i loro difetti, con i loro pregi e le loro aspettative di vita, quindi per me è molto importante anche e l’ho fatto diventare uno degli argomenti di questo progetto: mettere gli architetti nella condizione di pensare che non progettano solo muri, finestre, porte, colori ma progettano comportamenti,  che è la vita che succederà all’interno di quei muri, con quegli oggetti, con quelli interni, con quei percorsi, quegli spazi che l’uomo vive e che giudicherà il valore del progetto e l’apporto che l’architetto ha saputo dare in quel momento di vita.

 

Giuseppe De Bellis: La riporto gli anni della sua gioventù e le chiedo perché ha deciso di studiare architettura?

 

Ci sono diversi motivi ma direi uno molto importante è il fatto che vengo da una famiglia di ingegneri; mio padre era ingegnere e io nella regola avrei dovuto studiare ingegneria, però sin da piccolo ho sempre avuto la passione di dipingere e avrei voluto un po’ un po’ di più fare l’artista che non l’ingegnere. Discutendo con mio padre che insisteva perché facessi ingegneria abbiamo trovato un compromesso per cui sono diventato architetto per compromesso, ma non è del tutto vero perché ero molto contento, ero molto contento anche di andare a studiare in una scuola, in un’università fuori dalla città dove abitavo, cioè Padova, e sono stato sono andata a studiare a Firenze, perché io sono gemello e il mio gemello, che è perfettamente uguale a me, è sempre stato un po’ il centro delle mie decisioni.  Lo dico per scherzare ma è vero, fino a 18 anni non mi ricordo di essere stato mai chiamato con il mio nome, eravamo chiamati gemelli:  gemelli venite qui, gemelli andate lì e a un certo momento è venuta fuori così prorompente la necessità di avere un’individualità e di aver una personalità che quando abbiamo dovuto decidere che scuola studiare e che facoltà prendere abbiamo preso due facoltà completamente diverse, e io ho incominciato a farmi crescere la barba perché è un’altra di quelle cose che mi davano individualità , che costruivano una differenza con il mio fratello gemello. Questo tema di costruire differenza è rimasto cruciale nel mio lavoro perché io lavoro proprio su questo; tutti gli architetti tutti i designer cercano le differenze, cercano di aggiungere differenza rispetto a quello che c’è stato prima. Che bisogno ci sarebbe oggi di disegnare ancora delle sedie o delle case diverse, se non ci fosse questo bisogno di produrre personalità, di produrre identità e quindi di disegnare differenze e costruire differenze. La nostra civiltà vive su quello, anzi la nostra comprensione del momento storico in cui viviamo è prodotta da questo senza questo. Senza costruire differenze non ci sarebbe il progresso.

 

Giuseppe De Bellis: Che rapporto ha oggi con suo fratello gemello?

 

Michele De Lucchi: Ho un rapporto migliore che una volta, le differenze, adesso, capiamo perché le abbiamo costruite e ci capiamo molto meglio. Quando parliamo tra di noi, sarà anche che è un po’ per la voce bassa che abbiamo ambedue, non ci capisce nessuno e anche mio fratello gemello che è uno scienziato è ritornata adesso a dipingere ed è praticamente più artista di me perché fa proprio questo di mestiere.

 

Giuseppe De Bellis: La mostra del padiglione si apre con una frase che è : Sapere come usare il sapere” Perché questa cosa è importante?

 

Michele De Lucchi: E’ importante perché il sapere oggi è diverso da com’era il sapere cinque anni fa, dieci anni fa, vent’anni fa. Sta cambiando tutto ma sta cambiando, soprattutto, la nostra relazione con quello che sappiamo… è chiaro che col telefonino abbiamo in mano Wikipedia Internet, quindi, se ci manca una data, oppure ci manca di sapere dov’è una città una nazione sta, lo scopriamo subito. Il sapere non è più di per sé il problema, il problema è come usarlo, come usare questa potenzialità straordinaria che abbiamo a disposizione. E che è una potenzialità che mi fa pensare che, veramente, la grande rivoluzione da fare oggi, è la rivoluzione della collaborazione. Le dico non la collaborazione tra me e lei o la collaborazione tra gli uomini, certo anche quella, ma la società tanto è fatta da individui molto diversi tra loro. Ma la collaborazione tra tutti i saperi, quella è la più importante.

 

Giuseppe De Bellis: Ha detto, parlando del design dell’architettura, delle necessità di avere una personalità, di aggiungere qualcosa a quello che c’è stato prima. Questa necessità è collegata al tempo in cui si produce un oggetto o in cui si costruisce una costruzione, oppure è legata semplicemente all’individuo? Cioè noi siamo diversi quindi la mia esigenza è diversa dalla tua?

 

Michele De Lucchi: Sicuramente è un problema di tempi, quello che i tedeschi chiamano zeitgeist;  lo spirito del tempo, il fantasma del tempo. Ogni tempo ha una sua personalità, ha una sua idea, una sua forma, una sua immagine ed è fondamentale, in questo senso, sentirsi partecipe del momento storico nel quale si vive. Le ambizioni degli uomini, i desideri, i sogni delle persone variano con il variare dei tempi. Ogni tempo ha una sua idealità e l’idealità è quello che ci spinge in avanti, che ci permette di pensare ottimisticamente anche in un futuro. Questi progetti sono fatti proprio per questo, anche perché sento che nello spirito del tempo di questo specifico momento manca l’ottimismo di pensare a qualche cosa che sarà migliore, sarà meritevole di essere vissuto.

 

Giuseppe De Bellis: Sempre facendo un po’ di flash back tra il futuro e il passato, la riporto nel passato: studente, laureato Michele Di Lucchi ha tante vite, la prima vita post laurea è l’inizio del percorso professionale, si ricorda che cosa la motivava in quel momento?

 

Michele De Lucchi: Devo dire che ho vissuto degli anni veramente straordinari. Nel 1979 nello stesso anno sono stato ingaggiato dall’Olivetti e ho incominciato quel percorso di architettura di avanguardia, di design di avanguardia che prima si chiamava alchimia e poi si chiamava Memphis che ha un po’ dato la faccia al design e all’architettura italiana nel mondo, quindi mi sono trovato nello stesso momento a vivere un’esperienza professionale serissima in Olivetti con l’industria - i problemi dell’industria , degli investimenti, dei budget, del mercato, della distribuzione - e l’avanguardia - il bisogno di buttare la mente, il cuore e tutto quello che si aveva al di là del muro, perché l’avanguardia è indispensabile ma è molto difficile da combinare con la vita professionale perché la vita professionale è fatta da clienti, da persone per le quali si costruisce dei prodotti, delle architetture specifiche ma che devono stare nel tempo nel mercato che gli appartiene,  invece l’avanguardia ha proprio il compito di creare delle visioni e delle aspettative che vadano oltre e questa è la ragione di questa mostra.

 

Giuseppe De Bellis: Prima di Memphis, prima di Olivetti c’era stata però un altro pezzo di vita: l’architettura radicale. Che cos’è era per lei in quel momento?

 

Michele De Lucchi: L’architettura radicale è stata fondamentale perché l’architettura radicale, quel filone di pensiero dell’architettura, nella quale gli architetti si sono domandati: “ma cosa diavolo deve fare l’architetto? qual è il ruolo dell’architetto nel mondo? parimenti come gli artisti si domandavano ma cosa fa l’artista? che senso ha l’opera d’arte, quella che è stata chiamata l’arte concettuale, quindi, per certi versi l’architettura radicale era l’architettura concettuale degli anni del Concettualismo. La cosa che mi rimane ancora più viva dentro, e che credo appartenga profondamente al mondo di oggi, è l’idea che la creatività che è il ruolo degli architetti degli artisti, non è una cosa che tu fai dentro di te stesso, per te stesso,  ma la creatività la fai per gli altri, la creatività ha senso quando riesci a far sprigionare creatività nel tuo interlocutore,  la creatività  ha senso quando la ispiri, la stimoli, la fai diventare qualcosa: un’energia vitale nel mondo nel quale operi. Questo è fondamentale perché la creatività è anche la nostra salvezza nel futuro, anzi per certi versi, gli architetti hanno il compito di generare creatività, di costruire ragioni di creatività. E lei lo sa quali sono i momenti più belli e più efficienti per creare creatività? Sono gli imprevisti; creare imprevisti. L’imprevisto è il momento, è lo strumento, la scintilla che produce creatività, che istiga creatività e da architetti abbiamo tantissimi strumenti per fare questo. Qualsiasi cosa che avviene all’interno di quella differenza che dicevo prima, ma che rompe il flusso convenzionale del fare le cose, è creatore di quell’imprevedibilità che ci costringe a reagire…  e senza la reazione non andiamo avanti, non ci muoviamo, stiamo fermi.

 

Giuseppe De Bellis: Che cosa è stata l’esperienza in Olivetti per lei?

Michele De Lucchi: Beh, l’Olivetti mi ha fatto scoprire l’industria intesa come la grande industria. La prima volta che sono andata in Olivetti ho scoperto che quello che avevo disegnato era stato riprodotto in una notte in 1000 pezzi, 5000 e 10.000, un numero che per me, in ogni caso, era grandissimo. Vedere che una cosa pensata e detta così in un ambito di progettazione poteva diventare una cosa così grande, così ripetuta, e così pronta a diffondersi nel mondo mi ha molto impressionato. Impressionato felicemente, ma mi ha messo anche tanta paura sinceramente. 

 

Giuseppe De Bellis: Quando disegnava, immaginava i nuovi prodotti, quelli che i clienti avrebbero usato, immaginava che poi questi prodotti, che avevano una base tecnologica molto forte, avrebbero cambiato uno stile di vita?

 

Michele De Lucchi: Sì lo sapevamo, lo volevamo era quello che cercavamo, ma non eravamo così consci perché sicuramente se fossimo stati consci saremmo stati anche un po’ più paralizzati nel fare delle cose. In Olivetti i designer, nonostante avessero dei contratti specifici con l’azienda, non avevano mai uno studio dentro l’azienda perché nell’intenzione di Adriano Olivetti, o anche di Roberto è che gli architetti dovevano portare qualcosa, dovevano essere delle sonde all’interno della società e della vita quotidiana e dovevano portare qualcosa dentro l’azienda da fuori. Se fossero stati solo dentro l’azienda avrebbero respirato troppo dell’azienda, dei problemi dell’azienda, dei comportamenti dell’azienda e non avrebbero più potuto portare innovazione.

 

Giuseppe De Bellis: Quando lei prima ha parlato di Memphis il riferimento implicito è quello a Ettore Sottsass che, ho letto, la venne a trovare in una cava.  E’ stato lui che ha reso secondo lei possibile la sua vita oppure stata qualche altra cosa?

 

Michele De Lucchi: Ettore Sottsass è stato per me un padre, sono stato un suo discepolo… questa idea di discepoli e maestri è ancora valida, cioè non è che sia finita. Il confronto fra generazioni è uno dei grandi temi della civiltà di oggi anche perché in questa trasformazione che stiamo vivendo, in questi cambiamenti così accelerati anche nei nostri comportamenti, ci manca un riferimento, ci manca soprattutto un confronto fra generazioni. Il confronto fra generazioni è ricchissimo, naturale, emotivo, è la ragione per la quale in pochi millenni, da quando esistiamo come homo sapiens, abbiamo costruito tutto questo fino al punto da arrivare ad oggi che siamo noi responsabili del mondo nel quale viviamo. Abbiamo incominciato a scappare dalle belve, dagli animali feroci che erano molto più potenti, forti e veloci noi, e siamo riusciti a sopravvivere. E oggi siamo responsabili di questo mondo. Sottsass per me è stato per me l’occasione che ho avuto per confrontarmi con una generazione diversa, che mi ha portato tantissimo, e che forse mi permette anche a me oggi di riportare qualche cosa le nuove generazioni. Ettore quando mi parlava di Hemingway, di tutta la beat generation, rimanevo incantato, entravo in quella mentalità. E poi, sinceramente io copiavo Ettore. Ettore era ambidestro; disegnava con la destra e con la sinistra, si passava la matita io ero così incantato da questi movimenti che anch’io ho cercato di diventare mancino, ambidestro, di disegnare con la destra con la sinistra. Non mi vergogno di dirlo non mi vergogno di dire che l’ho copiato e lui secondo me quando mi vedeva copiarlo, si divertiva ed era contento.  

 

Giuseppe De Bellis: Quando ha cominciato a fare il designer più che l’architetto che il rapporto aveva con gli oggetti? La divertivano o erano soltanto lavoro?

 

Michele De Lucchi: Certamente mi divertivano, certamente nella mentalità di Sottsass gli oggetti erano felicità, erano occasioni per distribuire un’idea fresca, nuova, in quell’epoca un po’ californiana del mondo. Noi vedevamo i ragazzi di Los Angeles, di San Francisco, così come Ettore aveva frequentato quel mondo negli anni prima, e ci sembrava che lì, in quel mondo al sole, con l’oceano, con le onde fosse il massimo di quello che potevamo desiderare. E mettevamo tutto il colore, tutta la decorazione, tutto quello che ci sembrava potesse dare energia quegli oggetti e farli sentire diversi, farli sentire partecipi di quel momento storico. Infatti una delle critiche più forti che ci facevano è che la Memphis era moda. Al primo momento ci ha un po’ colpito, questa critica ci ha un po’ frastornati, ma poi, a pensarci bene ci domandavamo: “ma gli oggetti non servono per testimoniare l’epoca in quali sono stati fatti così come i vestiti…?” E quindi benissimo, se gli oggetti sono testimoni del loro tempo, ben venga metterci sopra tutti colori, tutti i decori e tutte le fantasie che vogliamo, se quelle fantasie ci rappresentano. Questo ha proprio rotto la mentalità del design, che a quel punto non era più semplice forma e funzione, ma era partecipare all’immaginario, partecipare alle visioni che ognuno di noi ha dentro la propria testa per immaginarsi la sua condizione migliore, il palcoscenico nel quale recitare la sua vita nella condizione migliore. Pensi quanto ha valore questo e quanto tremenda è l’idea di dover scappare da questo pianeta e andare a vivere in una capsula, asettica, senza un fiore sulla Luna, su Marte, su Giove o da qualsiasi altra parte.

 

Giuseppe De Bellis: Parlando di oggetti andiamo all’oggetto che forse per noi la rappresenta di più: la lampada Tolomeo. Che anno era quando l’ha immaginata e poi è stata costruita? 

 

Michele De Lucchi: 1986 / 1987

 

Giuseppe De Bellis: Ecco un successo strepitoso. Oggi lei ama ancora quell’ oggetto oppure non ne può più?

 

Michele De Lucchi: Certamente lo amo, certamente è diventato troppo preponderante nel riferimento alle cose che faccio. Però devo assolutamente dire che disegnare la luce è una cosa, è proprio… nel lavoro del designer è l’incarico più bello che puoi ricevere, è un incarico che ti dai per te stesso, non è che lo ricevi da un’industria o da un produttore di lampade. Prendersi l’impegno di disegnare una luce che puoi portare in qualsiasi posizione, che puoi direzionare da qualsiasi parte, che puoi collocare in qualsiasi luogo, che puoi abbinare a qualsiasi arredo, a qualsiasi ambiente, funzione beh... questo è stato il mio obiettivo quando ho disegnato la Tolomeo. Ero certamente infarcito di avanguardismo e di industria, del bisogno di combinare insieme questi due mondi, e mi è venuto fuori la Tolomeo. Sinceramente non so come, tante è vero che cerco spesso di ripetere la formula con la quale è nata la Tolomeo ma non c’è verso, non esiste una ricetta. Lì quello che mi ha avvantaggiato è stato l’idea di fare qualche cosa di assolutamente... fluido, che appartenesse ad un mondo che non si blocca mai, che non si definisce mai come un’unica immagine, un unico oggetto, un unico simbolo, ed è diventato il simbolo più grande. 

Di Tolomeo ne abbiamo fatte tantissime perché ogni anno, ancora adesso, introduciamo un modello diverso della Tolomeo. E questa è anche un’altra delle ragioni che fanno diventare la Tolomeo un’icona, perché con la testa o con l’aggancio di base o con le aste o con il meccanismo ognuno di questi elementi vive indipendentemente. Ognuno di questi elementi mi ha permesso, in questi trent’anni, trentacinque che ha la Tolomeo, di disegnare lampade Tolomeo partendo dallo stesso livello e di volta in volta declinandolo in maniera diversa.

 

Giuseppe De Bellis: Che è un po’ l’idea del designer che segue l’evoluzione del tempo…

 

Michele De Lucchi: Sì, ma partendo dagli stessi componenti quella la cosa straordinaria della Tolomeo.

Volete sapere come stanno insieme questi blocchetti di legno? Sono costruiti da me direttamente con un incastro, che produce un ulteriore incastro e che tiene insieme le cose. Tiene insieme le funzioni che stanno dentro quest’edificio. E tenendo insieme le funzioni e quindi tiene insieme le persone che ci vivono. Anche questo … qui ci sono modelli che faccio lì per conto mio, in totale solitudine senza nessuno e che mi servono proprio per sperimentare delle idee.

 

"Vite - L'arte del possibile"

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Curato e realizzato dal direttore di Sky TG24 Giuseppe De Bellis, "Vite - L'arte del possibile" è un ciclo di dieci interviste dedicate al successo e alla capacità di raggiungerlo. Un ritratto professionale e personale di grandi italiani che si sono distinti nel proprio campo: dall'industria al cinema, dalla scienza allo stile fino all'arte e alla letteratura, divenendo noti in tutto il mondo. Le interviste entreranno anche a far parte della syndication dell'area news del Gruppo Comcast e potranno essere trasmesse anche da Nbc. Le interviste di "Vite – L'arte del possibile" sono disponibili anche tra i podcast di Sky TG24, sul sito skytg24.it.

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