Coronavirus, “la mia famiglia separata dal confine”: la storia di Samanta

Cronaca

Pamela Foti

“Il mio compagno lavora a Locarno, in Svizzera, e ogni fine settimana torna a casa ad Alzate Brianza, provincia di Como. Ha fatto così anche nel mese di aprile, durante la Fase 1. Venerdì scorso invece gli è stato impedito di passare. Non può vedere le figlie fino a data da destinarsi”

“Finalmente è venerdì, oggi papà torna a casa”, ha pensato appena sveglia. In quegli stessi minuti il papà, Giuseppe, ordinava la documentazione da mostrare in dogana per poter finalmente trascorrere il fine settimana con le due figlie e la compagna: autocertificazione (SCARICA IL NUOVO MODULO) , fotocopia delle carte di identità delle bambine e documento che attesta che lui è residente in Svizzera, a Locarno, ma domiciliato ad Alzate Brianza, in provincia di Como. Poco meno di 100 km, un’oretta di macchina. La figlia di 6 anni non sa ancora che questa volta non potrà riabbracciare il papà. A dividere la sua famiglia non c’è solo un confine regionale, ma un valico doganale: quello tra Italia e Svizzera.

Respinto alla dogana

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Venerdì 8 maggio, come fatto anche per i tre venerdì precedenti, Giuseppe Longhini 43 anni, enologo, si presenta alla dogana di Ponte Chiasso ma qualcosa è cambiato: ai controlli viene respinto. “Non lo hanno lasciato passare, hanno detto che in base alle norme di contenimento della pandemia da coronavirus (LO SPECIALE), il mio compagno non poteva rientrare in Italia. E a nulla è servito spiegare che venerdì primo maggio così come il 24 e il 17 aprile quegli stessi documenti erano stati ritenuti sufficienti per poter passare 72 ore con la famiglia”, racconta la compagna, Samanta Citterio, 42 anni, acconciatrice. “Chi lo spiega adesso alle mie figlie che non potranno rivedere il padre fino a data da destinarsi? Loro non hanno più lacrime e nemmeno io. E poi -  aggiunge -  perché fino a ieri il mio compagno poteva raggiungerci e ora non più? Dipende da come viene interpretata la norma in vigore dal funzionario di dogana in turno”? Samanta non si dà pace e ha scritto a Polizia e Prefettura per sapere se ci sia stato meno un errore e quando. “Ha sbagliato chi ha fatto passare mio marito ad aprile o chi gli ha impedito di tornare a casa l’8 maggio?”. Per ora, aggiunge, “mi è stato solo detto che il mio è un caso eccezionale”. La normativa vigente, infatti, regola ad esempio le visite ai figli di genitori separati che vivono in regioni diverse (QUI LE FAQ), ma non contempla la situazione di una famiglia separata solo da esigenze lavorative.

“Comprovato caso di necessità”

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Su indicazione di un funzionario della prefettura di Como, la famiglia di Samanta e Giuseppe ha fatto richiesta di poter ricongiungere la famiglia in base all’articolo 1 del Dpcm (sia Dpcm 10 marzo 2020  sia Dpcm 26 aprile 2020), che consente “spostamenti  motivati  da  comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità” -  e in base all’articolo 5 – che in alcuni casi, ad esempio ai frontalieri, consente “l’ingresso sul suolo nazionale per un periodo non superiore alle 72 ore”, senza dover sottoporsi alla quarantena. Per tre settimane la richiesta è stata accolta. Ora non più.

 

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