Strage di piazza Fontana, 50 anni di nebbia intorno ai processi

Cronaca

Il 12 dicembre '69 la bomba alla Banca nazionale dell'agricoltura, con 17 vittime e 88 feriti, scuote l'Italia. In 36 anni di processi una verità storica accertata - la responsabilità di neofascisti veneti - ma nessuna condanna per colpevoli, mandanti ed esecutori

Alle 16 e 37 del 12 dicembre del 1969, un giorno freddo e nebbioso, una bomba esplode nella Banca nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana a Milano, dove erano in corso le contrattazioni del mercato agricolo e del bestiame, causando 17 morti e oltre 80 feriti (LO SPECIALE DI SKY TG24 - FOTO). Sono passati 50 anni da quella strage, che ha segnato l’inizio della “strategia della tensione” in Italia: un attentato di cui esiste – dopo 36 anni di processi – una verità storica, ma senza che siano mai state accertate le responsabilità personali di esecutori, mandanti e depistatori. La vicenda giudiziaria ha avuto la sua fine nel 2005, quando la Cassazione la chiuse con un'assoluzione generalizzata degli imputati presi in esame dall'indagine scaturita negli anni '90 dal lavoro sulle "Trame nere" dell'allora giudice istruttore Guido Salvini.

L'ordigno fatto esplodere subito dopo la strage

Un episodio avvenuto subito dopo l'attentato sembra presagire il travagliato percorso che dovranno affrontare i processi sulla strage negli anni successivi: viene fatto brillare un altro ordigno inesploso nella sede dalla Banca commerciale italiana di piazza della Scala, disperdendo elementi utili alle indagini. Non era innescato ed era contenuto in una borsa nera Mosbach & Gruber che, con gli orologi Rhula, diventerà un marchio di fabbrica dello stragismo (MATTARELLA A MILANO PER I 50 ANNI DALLA STRAGE - LA MANIFESTAZIONE IN RICORDO DELLE VITTIME).

La pista anarchica e la morte di Pinelli

Da subito, nelle ore immediatamente successive alla strage, le indagini puntano alla pista anarchica, con l'arresto di Pietro Valpreda, frettolosamente o dolosamente individuato come autore dell’attentato e che sarà assolto soltanto nel 1987 dopo un lungo calvario giudiziario. Il 15 dicembre muore l'anarchico Giuseppe Pinelli, in stato di fermo da 72 ore, precipitato dal quarto piano della questura durante un interrogatorio. Una morte su cui non verrà mai fatta completamente luce, con la sentenza definitiva del 1975 che parla di “malore attivo” come causa della caduta fatale di Pinelli, senza quindi nessuna imputazione, per le persone coinvolte che stavano interrogando l’anarchico (L'INTERVISTA ALLE FIGLIE DI PINELLI).

La pista nera: Ordine Nuovo, Freda e Ventura

Qualche tempo dopo emerge la pista nera: si indaga su elementi padovani della formazione neofascista Ordine Nuovo e vengono incriminati Giovanni Ventura e l'editore “nazimaoista” Franco Freda. È un processo tormentato, tortuoso, complicato. Si decide di trasferirlo prima da Milano a Roma, poi da Roma nuovamente nel capoluogo lombardo e infine a Catanzaro. Il risultato è l’assoluzione sia di Freda e Valpreda, che degli altri neofascisti indagati, al termine dei processi negli anni ’80.

I primi pentiti

Negli anni '90 sembra aprirsi una nuova possibilità di arrivare alla verità. Si fanno avanti i primi pentiti: l'armiere di Ordine nuovo in Triveneto, Carlo Digilio e il militante mestrino Martino Siciliano. Raccontano nel dettaglio di riunioni preparatorie agli attentati culminati con quello di piazza Fontana, forniscono ragguagli su esplosivi, congegni, sulle cellule di Ordine Nuovo di Padova e di Mestre e sui milanesi del gruppo La Fenice.

La nuova inchiesta a Milano e le nuove assoluzioni

La nuova inchiesta – condotta dal giudice Guido Salvini a Milano - sfocia in un processo nel 2000. Imputati l'ordinovista Delfo Zorzi, ormai ricco imprenditore della moda in Giappone, il reggente di Ordine Nuovo, il medico veneziano Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni, capo del gruppo milanese La Fenice, Roberto Tringali, accusato di favoreggiamento e lo stesso Digilio. Alla fine ergastolo per Zorzi, Maggi e Rognoni, mentre per Digilio scatta la prescrizione. Tre anni dopo, però, la doccia fredda per i famigliari delle vittime. In appello fioccano le assoluzioni. Digilio non è ritenuto credibile, e a ciò si aggiunge la vicenda della ritrattazione di Siciliano.

La sentenza della Cassazione nel 2005: fine, ma senza colpevoli

Il 3 maggio del 2005 di nuovo la parola fine. Gli imputati sono assolti definitivamente anche se i giudici della Suprema Corte, nelle motivazioni, scrivono il quadro emerso dalle indagini e come gli attentati fossero opera di Ordine nuovo. Di più: la Corte ritiene che debba darsi una risposta "positiva" al giudizio di responsabilità di Freda e Ventura per "la strage di Piazza Fontana e gli altri attentati commessi quel giorno". Freda e Ventura non sono però giudicabili in quanto già processati e assolti in via definitiva per gli stessi fatti. Un'ulteriore beffa, come quella del pagamento delle spese processuali a carico dei parenti delle vittime. Una decisione sanata dalla Presidenza del Consiglio che si era costituita parte civile e aveva provveduto al pagamento.

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