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Mondo di Mezzo, depositate le motivazioni della sentenza: "Fu mafia"

I titoli delle 17 di Sky tg24 dell'11 dicembre

3' di lettura

In un documento di 560 pagine i giudici della Corte d'appello spiegano la decisione di riconoscere l'aggravante dell'associazione mafiosa per Massimo Carminati e Salvatore Buzzi. Il primo "conferì forza di intimidazione" e l'altro "corruttela e prevaricazione"

Il Mondo di Mezzo fu mafia. "Massimo Carminati conferì forza di intimidazione e Salvatore Buzzi il collaudato sistema di corruttela e prevaricazione". Così i giudici della Corte d'Appello nelle 560 pagine delle motivazioni della sentenza con la quale lo scorso settembre, nell’ambito del processo Mafia Capitale, hanno riconosciuto l’articolo 416 bis, l’aggravante di associazione mafiosa, per Carminati e Buzzi. Per i giudici “ai fini della sussistenza della associazione mafiosa, non è rilevante né il numero modesto delle vittime né il limitato contesto relazionale e territoriale” (LA STORIA DEL MONDO DI MEZZO).

“Protezione a imprenditori e omertà confermano carattere mafioso”

Nel documento i giudici della terza sezione della corte d'Appello scrivono che "elementi di fatto a conferma del carattere mafioso dell'associazione possono trarsi anche dalla protezione garantita ad imprenditori e dal successivo inserimento nella loro attività con un rapporto caratterizzato dalla gestione di affari in comune". Per quanto riguarda il carattere dell'omertà i giudici affermano che "nel settore della pubblica amministrazione nessuno, e nemmeno gli imprenditori che avevano rinunciato a gare di appalti, presentò atti di denuncia o manifestò dissenso. Questa condizione di assoggettamento e di omertà derivante dalla forza intimidatrice espressa dall'associazione emerse soltanto grazie alle intercettazioni telefoniche", scrivono i giudici.

Le condanne in primo grado e in appello

Nella sentenza d’appello dello scorso settembre Massimo Carminati e Salvatore Buzzi si sono visti ridurre le condanne ricevute in primo grado: per l'ex Nar la pena è passata da 20 anni a 14 anni e 6 mesi, mentre per il re delle cooperative da 19 anni a 18 anni e 4 mesi. La sentenza d'appello ha riconosciuto però l'aggravante dell'associazione mafiosa, che era caduta in primo grado. "La Corte d'Appello ha deciso che l'associazione criminale che avevamo portato in giudizio era di stampo mafioso e utilizzava il metodo mafioso", ha commentato il giorno della sentenza il procuratore aggiunto Giuseppe Cascini. "Era una questione di diritto che evidentemente i giudici hanno ritenuto fondata". 

L’inizio di Mafia Capitale

L'operazione “Mafia Capitale” è nata il 2 dicembre 2014 quando vengono arrestate 37 persone (28 in carcere e 9 ai domiciliari) e vengono effettuate decine di perquisizioni “eccellenti”, tra cui anche quella nei confronti dell'ex sindaco Gianni Alemanno. La Procura ritiene che negli ultimi anni, nella Capitale così come nel Lazio, abbia agito un'associazione di stampo mafioso che ha fatto affari - leciti e non - con imprenditori collusi e con la complicità di dirigenti di municipalizzate ed esponenti politici. Lo scopo: avere il controllo delle attività economiche e la conquista degli appalti pubblici. I reati vanno dall’estorsione, alla corruzione, fino all’usura, al riciclaggio, alla turbativa d'asta e al trasferimento fraudolento di valori. A guidare questa organizzazione, secondo gli inquirenti, sono il presidente della cooperativa '29 giugno' Salvatore Buzzi e l'ex terrorista di destra, Massimo Carminati. Proprio l’ex Nar avrebbe impartito "le direttive agli altri partecipi" e avrebbe anche mantenuto i rapporti "con gli esponenti delle altre organizzazioni criminali, con pezzi della politica e del mondo istituzionale, finanziario e con appartenenti alle forze dell'ordine e ai servizi segreti".

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