Morte Dj Fabo, il processo a Cappato finisce alla Consulta

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La Corte d'Assise di Milano ha deciso di chiedere la valutazione della legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio contestato all'esponente dei Radicali in relazione al caso di Fabiano Antoniani, morto in una clinica svizzera il 27 febbraio 2017

La Corte d'Assise di Milano ha deciso di trasmettere alla Consulta gli atti relativi al processo a carico di Marco Cappato, l'esponente dei Radicali imputato per aiuto al suicidio in relazione al caso di Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo, morto in una clinica svizzera col suicidio assistito il 27 febbraio dello scorso anno dopo essere diventato cieco e tetraplegico in seguito a un incidente stradale nel 2014. Lo scorso 17 gennaio la Procura di Milano aveva chiesto l'assoluzione di Cappato "perché il fatto non sussiste". Oggi il pm Tiziana Siciliano ha definito l'ordinanza "di straordinaria completezza e impeccabile". La Consulta dovrà ora valutare la legittimità costituzionale del reato contestato al tesoriere dell'associazione Luca Coscioni.

Cappato: "Era mio dovere aiutarlo a morire"

"Aiutare Fabo a morire era un mio dovere, la Corte Costituzionale stabilirà se questo era anche un suo diritto oltre che un mio diritto", ha detto Cappato, che si è detto "grato" ai giudici per avere "riconosciuto che non c'è stata alcuna alterazione della volontà di Fabiano Antoniani". Soddisfatta anche la fidanzata di dj Fabo, Valeria Imbrogno: "È una vittoria non solo per Fabo, ma per tutti".

"Libertà di decidere come e quando morire"

All'individuo, si legge nell'ordinanza, va "riconosciuta la libertà" di decidere "come e quando morire" in forza di principi costituzionali. Per i giudici, in sostanza, Cappato non ha rafforzato il proposito suicidiario di Antoniani che, come ha dimostrato il dibattimento, ha "deciso in piena autonomia di porre termine alle sue sofferenze", e la parte della norma che punisce l'agevolazione al suicidio senza influenza sulla volontà dell'altra persona è costituzionalmente illegittima. Per quella parte della condotta indicata nella norma e contestata a Cappato, dunque, secondo la Corte, l'imputato può essere "assolto", ma non dalla condotta "agevolatrice", che c'è stata da parte sua e che il codice penale punisce. E che, secondo la Corte, invece, non dovrebbe punire se chi ha aiutato al suicidio l'altra persona non ha influito sulla sua libera "determinazione". Questa "incriminazione", infatti, "è in contrasto e violazione dei principi sanciti agli articoli 3, 13, II comma, 25, II comma, 27 III comma della Costituzione, che individuano la ragionevolezza della sanzione penale in funzione all'offensività della condotta accertata".

La storia di Dj Fabo

La norma al vaglio della Consulta

I giudici non hanno scelto né l'assoluzione né la condanna, ma "la terza strada", suggerita dai pm come alternativa subordinata alla loro richiesta di assolvere Cappato perché il fatto non sussiste. La Corte Costituzionale dovrà quindi la legittimità del reato di aiuto al suicidio, previsto dall'articolo 580 del codice penale: "Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l'altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l'esecuzione, è punito con la reclusione da 5 a 12 anni". Tuttavia non tutto il testo della norma, nella lettura dei pm, potrebbe essere incostituzionale, ma solo la parte in cui "non esclude la rilevanza penale della condotta di chi aiuta il malato terminale o irreversibile a porre fine alla propria vita quando il malato stesso ritenga le sue condizioni di vita lesive del suo diritto alla dignità".

L'autodenuncia e l'imputazione

Il processo a Cappato davanti alla Corte era iniziato lo scorso 8 novembre dopo l'autodenuncia presentata dall'esponente dei Radicali e tesoriere dell'associazione Luca Coscioni ai carabinieri di Milano il 28 febbraio 2017, il giorno dopo la morte di dj Fabo nella clinica Dignitas, e in seguito alla decisione del gip Luigi Gargiulo di respingere la richiesta di archiviazione della Procura. Secondo il giudice, che aveva ordinato l'imputazione coatta, il tesoriere dell'associazione Luca Coscioni non solo aveva aiutato Antoniani a suicidarsi, ma lo avrebbe anche spinto a ricorrere al suicidio assistito, "rafforzando" il suo proposito.

Il processo

Durante il dibattimento le apparizioni di Cappato in Corte d'Assise a Milano sono state segnate da momenti dolorosi, come la proiezione in aula di un'intervista di dj Fabo, realizzata poche settimane prima del viaggio in Svizzera, in cui l'uomo diceva: "Andrò via col sorriso perché vivo nel dolore. Sono assolutamente convinto della mia scelta, la mia vita è insopportabile, è una sofferenza immane". La fidanzata, Valeria Imbrogno, aveva poi raccontato che per Fabiano ciò che era più insopportabile era la cecità e che aveva fatto anche lo "sciopero della fame e della parola" coi suoi cari per non essere fermato. Il 17 gennaio i pm Tiziana Siciliano e Sara Arduini avevano chiesto l'assoluzione mettendo in luce che Cappato aiutò Fabo "a esercitare un suo diritto, non il diritto al suicidio ma il diritto alla dignità" nel morire.

Data ultima modifica 14 febbraio 2018 ore 17:48

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