Morte dj Fabo, Marco Cappato rivendica l'aiuto al suicidio assistito

L'esponente dei radicali, Marco Cappato (Ansa)
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L'esponente dei radicali, indagato per aver accompagnato Fabiano Antoniani a morire in Svizzerà, si è presentato davanti al gip di Milano nell'ambito del procedimento a suo carico. Tra una settimana la decisione del giudice  

"Oggi abbiamo rivendicato l'aiuto a Fabo, perché era un suo diritto e un nostro dovere". Con queste parole Marco Cappato, ha commentato l'udienza lampo tenuta davanti al gip di Milano. L'esponente dei radicali è stato convocato dal magistrato per rispondere dell'accusa di aiuto al suicidio per aver accompagnato in Svizzera DJ Fabo, il ragazzo rimasto paralizzato dopo un incidente in macchina, che nel paese elvetico ha posto fine alla sua vita.

Il procedimento contro Cappato.

L'esponente dei radicali è comparso il 6 luglio davanti al gip di Milano, Luigi Gargiulo, nell'ambito del procedimento a suo carico sul quale il magistrato si è riservato il diritto di decidere entro sette giorni. È stata un'udienza breve durante la quale sia i difensori di Cappato che i pubblici ministeri, Tiziana Siciliano e Sara Arduini, hanno sollevato eccezioni di legittimità costituzionale dell'articolo 580 del codice penale, quello relativo all'istigazione o all'aiuto al suicidio. Entrambe le parti in causa hanno chiesto al gip di inviare gli atti alla Consulta perché possa esprimersi sulla compatibilità dell'articolo 580 alla Costituzione. In particolare è stato ribadito quanto già contenuto nella richiesta di archiviazione, già bocciata dal gip, ovvero che l'intervento dei giudici della Consulta si rende necessario affinché sia chiarito se l'articolo 580 sia compatibile "con i principi fondamentali – avevano scritto i pm - di dignità della persona umana e di libertà dell'individuo, garantiti tanto dalla Costituzione italiana quanto dalla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali".

La posizione della difesa

Dal canto loro gli avvocati di Cappato, Massimo Rossi e Francesco Di Paolo, hanno seguito una linea difensiva volta a rilevare l'anacronismo del reato di 'aiuto al suicidio' che, ha sostenuto Rossi davanti al gip, "è frutto di un periodo storico particolare, il Ventennio in cui c'era il regime totalitario. Allora – ha proseguito Rossi - c'era l'idea che lo Stato era padrone del nostro corpo. Oggi, con la Carta Costituzionale, le cose vanno inquadrate in modo diverso e si può dire che Marco Cappato ha aiutato una persona ad esercitare un diritto costituzionalmente riconosciuto". I due legali, nella loro memoria, hanno citato alcuni casi simili che si sono verificati all'estero e che hanno fatto giurisprudenza soprattutto a livello internazionale. Per i due legali, la norma che ha portato all'apertura delle indagini su Cappato è "irragionevole" ed "eccessivamente rigida" anche "perché – hanno sostenuto - non distingue situazioni molto diverse, quali quelle di chi può porre fine alla vita limitandosi a rifiutare le cure", come il caso di Eluana Englaro e "di chi, invece, ha bisogno di un aiuto esterno per porre fine alla propria vita".

L'iter processuale

L'indagine su Cappato è proseguita nonostante, lo scorso maggio, la Procura avesse fatto richiesta di archiviazione sostenendo che Cappato, accompagnando Dj Fabo nella clinica vicino a Zurigo dove poi a febbraio ha praticato il suicidio assistito, non ha commesso reato, ma ha aiutato una persona a esercitare un diritto individuale. Nelle loro memorie i pm avevano parlato di diritto alla dignità e all'autodeterminazione che, in questo caso, prevale sul diritto alla vita e che "impone - avevano scritto i pm - l'attribuzione a Fabiano Antoniani di un vero e proprio diritto al suicidio". Nella richiesta la procura aveva inoltre evidenziato come fondamentali le circostanze che dj Fabo fosse da anni cieco e paralizzato, ma nel pieno delle sue facoltà mentali. Ora il gip, che si è riservato una settimana di tempo per decidere, ha davanti a sé tre strade qualora non decida di trasmettere gli atti alla Corte Costituzionale: archiviare l'indagine, indicare approfondimenti istruttori, o ordinare sempre ai pm di formulare entro 10 giorni l'imputazione coatta per poi fissare l'udienza preliminare.

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