Processo Ilva, rigettato il patteggiamento da 245 milioni di euro

La sede amministrativa della Riva acciai a Milano (Ansa)
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La Corte d'Assise di Taranto ha dichiarato inammissibili le richieste di Ilva spa e Riva Forni Elettrici. Il procedimento viene riunito al "processo madre" del 12 luglio

La Corte d'Assise di Taranto ha rigettato le richieste di patteggiamento proposte dalle società Ilva spa e Riva Forni Elettrici, la cui posizione era stata stralciata nel processo per il presunto disastro ambientale causato dall'Ilva, denominato "Ambiente Svenduto".

Le motivazioni della Corte

La Corte d'Assise, presieduta dal Giuseppe Licci, e composta dal giudice a latere Elvira di Roma e sei giudici popolari, ha dichiarato inammissibili le istanze di patteggiamento, presentate con il consenso della procura, per il suo collegamento con i cosiddetti reati-presupposto. In particolare la Corte ha ritenuto che possano essere patteggiati i reati amministrativi delle società solo se lo sono anche quelli ad essi direttamente collegati. Nel caso specifico, i togati hanno indicato il reato di avvelenamento di sostanze alimentari contestato agli imputati come non patteggiabile e, pertanto, rigettato l'istanza. La corte tarantina ha così predisposto il riaccorpamento del procedimento al "processo madre" la cui udienza è fissata per il prossimo 12 luglio e nel quale sono imputate 44 persone fisiche e la società Partecipazioni industriali (ex Riva Fire).

La richiesta di patteggiamento

La proposta di patteggiamento avanzata dai legali dell'Ilva spa prevedeva otto mesi di commissariamento giudiziale, affidato sempre agli attuali commissari Gnudi, Carrubba e Laghi, 241 milioni a titolo di confisca, quale profitto del reato compiuto tra il 2009 e il 2013, e altri 2 milioni come sanzione. Per Riva Forni Elettrici la proposta era quella del versamento di 2 milioni di euro. Già lo scorso 1° marzo la richiesta di patteggiamento proposta dall'ex Riva Fire non era stata accolta dal collegio della Corte d'Assise, presieduto dal giudice Michele Petrangelo, perché in quella data non era ancora rientrata in Italia, la somma di 1,23 miliardi sequestrata nel 2013 dalla Procura di Milano ai Riva per reati di natura economica e finanziaria.

L'azienda valuta il ricorso in Cassazione

Intanto fonti vicine all'azienda, citate dall'Ansa, hanno reso noto che la decisione di rigettare le richieste di patteggiamento "non interferisce con la procedura di trasferimento degli asset aziendali", né "con la disponibilità delle somme recuperate ai fini dell'ambientalizzazione". Secondo le fonti, la Corte d'Assise di Taranto ha dichiarato inammissibile il patteggiamento in quanto nel processo a carico delle persone fisiche "sono contestati reati puniti con pene elevate, non definibili con rito alternativo". Ma, secondo le stesse fonti, "la disciplina prevede questo sbarramento solo per le ipotesi rientranti nel catalogo dei reati" contenuto nel d.lgs. 231/2001. "L'avvelenamento non rientra in questo catalogo, per cui il provvedimento potrebbe essere viziato da abnormità. Si sta valutando il ricorso per Cassazione".

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