Facebook, alcune app inviano dati al social senza il consenso degli utenti

Tecnologia
Foto di archivio (Getty Images)

Un rapporto della Privacy International sostiene che una ventina di applicazioni hanno condiviso con la piattaforma dati sensibili come il sesso o la religione, violando il GDPR 

Il nuovo anno si apre con l’ennesimo caso di abuso dei dati sensibili online e coinvolge, ancora una volta, Facebook. Una ventina di applicazioni molto popolari, tra cui Skyscanner, Tripadvisor, Kayak, Spotify e Shazam, avrebbero infatti condiviso alcuni dati personali con la piattaforma di Mark Zuckerberg senza il consenso dell’utente, anche se questo non era registrato sul social network. Lo sostiene un rapporto diffuso dall’organizzazione no profit britannica Privacy International, che ha preso in esame 34 app per dispositivi mobili.

Informazioni utili per profilare un utente

Le informazioni girate dalle applicazioni a Facebook non sono sufficienti a rivelare l’identità di una persona, ma possono comunque aiutare a profilarla. Ad esempio, la app religiosa Qibla Connect rivela che l'utente è musulmano, mentre Period Tracker Clue, utilizzata per annotare il ciclo sul calendario, identifica un soggetto di sesso femminile, così come Indeed fa sapere che la persona che vi accede è in cerca di un lavoro. Ancora, Kajak, che aiuta a trovare voli e hotel, condividerebbe le destinazioni cercate, le date del viaggio e la presenza o meno dei figli.
Il report mette inoltre in evidenza come tali applicazioni violino il GDPR, cioè il nuovo regolamento europeo sulla protezione della privacy entrato in vigore nel maggio del 2018, a seguito del quale Facebook ha distribuito un kit per sviluppatori in modo tale da consentire alle app di chiedere sempre il consenso degli utenti prima di accedere alle informazioni. Tuttavia, diverse di queste usano ancora le versioni precedenti, che non permettono di ottemperare al regolamento europeo.

Compagnie tech potevano accedere ai dati di Facebook

Secondo una recente indagine del New York Times, Facebook avrebbe permesso per anni alle grandi compagnie tecnologiche con cui collabora, come Apple, Microsoft, Netflix, Spotify, di accedere alle informazioni riservate degli utenti in modo molto intrusivo, in modo particolare alle chat private. L’inchiesta fa riferimento a centinaia di pagine di documenti interni e su una cinquantina di interviste rilasciate da ex impiegati del social network. Dal canto suo, Facebook ha respinto le accuse mosse dal giornale, chiarendo che alcune aziende hanno potuto attingere ai messaggi delle persone iscritte alla piattaforma, ma solo dopo il loro esplicito consenso.

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