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Intelligenza Artificiale, i posti di lavoro a rischio e le mansioni del futuro

Getty Images
6' di lettura

Milioni di posti di lavoro sono a rischio a causa di macchine intelligenti. Ma milioni di posti di lavoro saranno creati grazie a queste stesse macchine. E alcune competenze, vecchie e nuove, resteranno appannaggio degli uomini e delle donne in carne ed ossa

Aiuto, le macchine sono sempre più intelligenti. Non soltanto battono gli uomini in giochi complessi come gli scacchi, il poker e Go ma creano anche arte e raggiungono questi risultati imparando le regole da sole. Intanto, gli algoritmi di intelligenza artificiale (IA) sono impiegati in sempre più ambiti produttivi, dall’elaborazione della raccomandazioni online, alla previsione dei reati, al riconoscimento dei volti. Di fronte a questa rivoluzione così repentina le preoccupazioni crescono e sono in tanti a chiedersi quale impatto avrà l’IA sul lavoro, se gli esseri umani saranno soppiantati dai software o se programmi sempre più sofisticati creeranno a propria volta nuovi tipi di impiego. La discussione in merito è aperta, i contributi sono molti, le posizioni, e le cifre, divergono anche parecchio. Vediamo di fare un po’ di ordine.

Quanti posti di lavoro a rischio?

E’ difficile quantificare quanti posti di lavoro rischiano di essere perduti a causa del progresso dell’automazione. Le stime -  perché, è bene ricordarlo, è di stime che si tratta - sono molto diverse a seconda degli studi (e talvolta, anche all’interno dello stesso studio). Qualche esempio? Eccolo. Un rapporto della società di consulenza manageriale McKinsey, per esempio, afferma che da qui al 2030 il numero di lavori “potenzialmente cancellati” dall’automazione si colloca tra i 400 e gli 800 milioni. La forbice è grande, ma comunque sia si tratta di numeri che fanno una certa impressione. Mai però come quelli del futurologo Thomas Frey che parla di ben 2 miliardi di impieghi a rischio entro la stessa data. Se dalla scala globale si passa e quella locale, la situazione non cambia; le previsioni continuano a oscillare parecchio. In un paper del 2013, due economisti dell’Università di Oxford sostenevano che a preoccuparsi per la loro occupazione dovrebbe essere quasi la metà dei lavoratori americani, il 47 per cento per l’esattezza. Molto più prudente, invece, è l’Ocse che, in una pubblicazione del 2016, si fermava al 9 per cento, vale a dire circa 13 milioni di lavoratori. A metà tra i due estremi si situa la previsione della società di analisi e consulenza Forrester: entro il 2024 i posti statunitensi a rischio causa dell’automazione saranno 24,7 milioni. Insomma, non è facile orientarsi e forse l’unica indicazione che si può trarre da questa abbondanza di previsioni divergenti è che il problema dell’impatto dell’IA sul lavoro esiste, è giusto porselo a più livelli (a cominciare da quello politico) ma senza cedere ad eccessivi allarmismi.

I lavori creati dall’intelligenza artificiale

Meno allarmismi, si diceva. Anche perché quando si parla di intelligenza artificiale e occupazione c’è pure il risvolto positivo della medaglia, ovvero gli impieghi che le nuove tecnologie creeranno. Anche in questo caso, tuttavia, tra le cifre messe in campo non c’è molto accordo. Nel campo degli ottimisti si colloca McKinsey, secondo la quale entro il 2030 le macchine intelligenti produrranno tra i 555 e gli 890 milioni di nuovi posti di lavoro, vale dire più di quanti, secondo la stessa società di analisi, se ne distruggeranno. Saldo positivo, ma con cifre complessive ben diverse secondo il World Economic Forum, che in uno studio parla di 133 milioni di posti creati da robot e intelligenza artificiale nelle sue varie declinazioni entro il 2022. Il tutto a fronte di 75 milioni impieghi potenzialmente cancellati dalle stesse tecnologie. Dall’altra parte della barricata, quella dei pessimisti, troviamo invece Forrester: solo 14,9 milioni impieghi stimolati dall’automazione a fronte di 27,7 persi negli stati Uniti entro il 2027. Il bilancio complessivo è negativo: - 9,8 milioni di posti.

Gli impieghi minacciati dall’intelligenza artificiale

Al di là dei numeri, che sono fondamentali per capire le tendenze e il quadro generale, è possibile sapere, concretamente, quali compiti e competenze hanno una maggiore probabilità di essere sostituiti dall’intelligenza artificiale? A leggere le analisi da parte degli esperti sull’argomento, il telemarketing guida la classifica dei lavori rimpiazzabili dai software. Anche i compiti più ripetitivi nelle professioni legali, per esempio quelle di ricerca su leggi e norme, non se la passano tanto bene. Più in generale, secondo la società di analisi Deloitte, oltre 100mila impieghi nel settore legale sono suscettibili di essere automatizzati nei prossimi 20 anni. La scure dell’automazione incombe anche sui cuochi di fast food che, afferma la già citata ricerca del 2013, hanno l’84% di probabilità di vedersi rimpiazzati dai robot. Complessivamente, dicono gli esperti, le possibilità di sostituzione aumentano quando un determinato compito prevede una percentuale molto alta di lavoro fisico prevedibile e ripetibile, come accade in molte situazioni del settore manifatturiero: per McKinsey, il 90 per cento delle attività di saldatori e fresatori hanno una notevole probabilità di sostituzione proprio per questa ragione. Stessa cosa si può dire nel commercio per le operazioni di impacchettamento e di immagazzinamento della merce. Quanto alle attività intellettuali, Andrew Ng, professore alla Stanford University, ha una sua regola di base: “Se una persona media può eseguire un compito mentale in un pensiero di meno di un secondo, quel compito può probabilmente essere automatizzato grazie all’intelligenza artificiale, se non ora nel prossimo futuro”.

I lavori che resisteranno all’Intelligenza artificiale

Nel nuovo contesto dominato dall’intelligenza artificiale ci sono però anche attività, tra quelle esistenti, destinate a restare solidamente in mani umane e altre destinate a prosperare proprio grazie alle macchine intelligenti. Del primo fronte fanno parte le professioni di cura, che richiedono di instaurare relazioni complesse con altri esseri. E’ il caso degli infermieri o di quelle occupazioni nel mondo degli affari che prevedono interazioni strette e approfondite. E’ molto difficile che dei software, per quanto in gamba, possano fare meglio di quanto non facciano donne e uomini in carne ed ossa. Ragionamento simile riguarda gli operatori sociali e chi ha il compito di intervenire in situazioni di emergenza e di gestirle. La conferma di questa tendenza arriva da un recente articolo in cui studiosi della Sloan School of Management del MIT della Carnegie Mellon University hanno stilato una lista dei lavori che sono più o meno suscettibili di subire un impatto a causa del machine learning, ovvero quella tecnologia che permette alle macchine di autoaddestrarsi e di imparare compiti e funzioni senza l’aiuto dell’uomo. Tra quelli destinati a resistere maggiormente, sono elencati i massaggiatori, gli studiosi di animali oltre agli archeologi e ai decoratori, le cui attività sono varie e difficilmente ripetibili (mentre tra gli impieghi più a rischio ci sono gli impresari di pompe funebri e i becchini).

Quanto al versante dei lavori che l’intelligenza artificiale renderà più rilevanti e farà crescere, incontriamo il Chief Information Officer, ovvero qualcuno che abbia le competenze per gestire insiemi di dati sempre più ricchi e complessi che arrivano da una molteplicità di sensori e dispositivi come quelli che popolano e popoleranno in misura crescente la cosiddetta internet delle cose (IoT). In un contesto di uomini e macchine interconnesse, cruciale sarà poi la cyber-sicurezza e le persone chiamate a progettarla e gestirla. Infine, in un mondo in cui l’intelligenza artificiale sarà un’esperienza quotidiana aumenterà l’esigenza di sviluppatori e ingegneri in grado di progettare nuovi algoritmi e di gestire i sistemi che da questi saranno alimentati.

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