"Luca Guadagnino - La forma del Cinema", il regista si
racconta
a Sky Tg24

“Per me fare cinema è sempre una lotta corpo a corpo a corpo con l’entropia e con il desiderio di non fare cinema”. Intervistato da Denise Negri nella nuova puntata di Stories, il regista parla della sua visione artistica, senza tralasciare aneddoti di vita, e della sua prima volta in una serie tv: “We Are Who We Are”. Una storia di amicizia, di crescita e di accettazione di sé e degli altri ambientata in una base americana in Italia. Una produzione Sky-HBO in onda dal 9 ottobre su Sky Atlantic . VIDEO

Possiamo definirlo un film in 8 atti?

È un pensiero che ho fatto e poi l'ho contraddetto: lo abbiamo girato e pensato come una unità e l'ho confezionato in una versione cinema da 8 ore quasi. Inoltre l'ho presentato al Festival di San Sebastian in questo formato, con una proiezione iniziata alle quattro di pomeriggio e finita all'una di notte, però questo film è abbastanza ibrido. Mi piace pensarlo ermafrodita: se lo guardiamo nella singola unità degli otto episodi (FOTO), mi sembra che anche come format televisivo abbia la sua ragione d'essere.

Di questo progetto sei showrunner, produttore esecutivo, sceneggiatore e regista: quale atmosfera volevi raccontare?

Tutto è nato da una sfida lanciatami dal grande Lorenzo Mieli, produttore della serie, che mi ha chiesto se mi interessasse raccontare il concetto di fluidità di genere nel mondo degli adolescenti nella suburbia americana. Da questa iniziale proposta è nata in me la curiosità di immaginare più che la periferia americana il mondo, ovvero cosa potesse significare oggi essere una famiglia o due famiglie all'interno di un sistema, e che sistema!

Ho pensato a un'idea dell'America che potesse essere universale e mi è venuta in mente la vita di questi militari americani che vivono all'estero e sono costretti a cambiare ogni tre anni destinazione, quindi si aggrappano a una sorta di riproducibilità costante del loro modo e sistema di vita in maniera da non sentirsi spiazzati, essendo sempre in giro. Da lì è nato più che un racconto sul tema della fluidità di genere, un racconto sul comportamento delle famiglie in una base militare americana in Italia composte da ragazzi, da uomini, da donne.

Vivere in un contesto del genere, uno spazio quasi astratto, continuando a spostarsi fra tante culture a discapito delle proprie radici: è un limite o un vantaggio? 

Il New York Times li ha definiti "i figli di terza cultura", di cui sono parte anche io dato che sono nato a Palermo, cresciuto in Etiopia, poi mi sono spostato a Roma… E’ una condizione molto specifica: più che vivere in un'astrazione, i personaggi della serie cercano di vivere in quella che a loro appare come un'autentica concretezza, una roccia cui aggrapparsi.

Britney, interpretata da Francesca Scorsese, ad un certo punto dice a Fraser, interpretato da Jack Dylan Grazer: "Noi qui in questi posti, nei supermercati delle basi militari, possiamo ritrovarci perché sono uguali in tutto il mondo". È vero che è un'astrazione, soprattutto vista da fuori, ma in realtà è qualcosa di molto concreto, che deve corrispondere ad un sistema di appartenenza, ad un'identità culturale americana e militare molto forte. 

"I supermercati delle basi militari sono uguali ovunque. Stesse corsie, stessa roba, tutto esattamente allo stesso posto. Dicono che così non ci sentiamo persi"

Sei attentissimo ad ogni dettaglio, avete fatto un lavoro incredibile di ricostruzione della base militare

Il lavoro del reparto di scenografia, da Elio Tostetti a Monica Sallustio e tutti gli altri, è stato incredibile. A livello di messa in scena è complicato trovare l'equilibrio fra il controllo che puoi esercitare facendo quello che vuoi e la necessità di aderire a una realtà.

Una delle cose più difficili per Elio è stata questa: poteva ricostruire una base militare ma tutto doveva portare chiunque entrasse, anche  un militare, a non vedere la finzione. È molto più facile immaginare mondi fantastici e poi, a colpi di polistirolo, costruirli, anziché rimettere in scena in maniera millimetrica qualcosa che esiste e che, contemporaneamente, serve alla storia. Ad esempio, ad un certo punto un personaggio mangia una ciliegia: la scena si svolge a luglio ma è stata girata ad ottobre, immagina quanto sia stato difficile che quella ciliegia sembrasse quella giusta.

"Tutto doveva portare chiunque entrasse, anche  un militare, a non vedere la finzione"

Sono molto belli i momenti in cui i ragazzi che vivono nella base militare escono e incontrano i loro coetanei italiani. Quali sono i loro rapporti? Sono diversi o simili?

Da un lato c'è un sentimento di appartenenza che li unisce al di là delle differenze culturali: età, aspirazioni, forse è anche la sostanza che li avviluppa tutti insieme, cioè la loro generazione. Contemporaneamente fra figli di militari americani e ragazzi chioggiotti c'è una grossa differenza, eppure  la tendenza che i personaggi hanno è quella di trovare le unità e non le differenze. Un percorso mentale, questo, che mi sembra essere proprio degli adolescenti.

Per esempio questi ragazzi nel nostro lavoro non presentano conflitti di classe, non perché non esistano, ma perché loro li hanno già superati. Il discorso politico che questi ragazzi fanno è un discorso politico che non c'è ma è nella sostanza del loro modo di comportarsi: il soldato nero Craig sposa la ragazza chioggiotta bianca e nel fatto stesso che questa cosa accada esiste un discorso politico molto forte all'interno di un sistema come quello del rapporto fra Stati Uniti e Italia, con i conflitti delle tensioni razziali che esistono all’interno della società americana. Loro li superano in quattro salti! Questo corrisponde a come le generazioni dei teens vivono oggi queste cose.

E’ un mondo verso cui noi proviamo a tendere...

Loro sono l'utopia realizzata. Bisogna sempre diffidare da chi sostiene che l'impossibile non è possibile. 

Tratteggiate dei personaggi bellissimi: ci racconti chi è Fraser?

Lui è un adolescente e porta con sé molte fatiche, molte problematiche di interpretazione. Un mio amico carissimo, il grandissimo sceneggiatore americano Richard LaGravenese, quello che ha scritto I ponti di Madison County, Behind the Candelabra, The Fisher King, mi ha fatto capire molto quando mi ha raccontato di avere visto un TED Talk di una neuropsichiatra secondo cui il cervello umano si sviluppa completamente dopo i 24 anni, quindi ai ragazzini manca un po' di cervello (ride, ndr).

Dunque la frustrazione che spesso si vive parlando con questi ragazzini è che il loro senso di responsabilità, di arroganza, di superomismo derivi probabilmente da una forma di trasformazione. E’ importante mantenere quello spirito trasformativo anche quando il corpo è formato.

Fraser è un ragazzino: si sta trasformando. Di fatto è un ragazzo che con questa sua sete di cultura e la sua capacità di analisi così ficcante nasconde una solitudine e un sentimento di mancanza molto profondi.

Caitlin è un personaggio che può anche mettere in soggezione quando entra, che si fa sentire quando arriva

Lei, interpretata da Jordan Kristine Seamón, è stata trovata tramite quei casting in cui i candidati si registrano leggendo un dialogo: non aveva mai recitato ma dopo averla vista ho continuato a pensare a lei mentre guardavo le successive centinaia di candidate.

Caitlin è posata, ha un sentimento di calma interiore che in realtà nasconde tempeste e turbamenti profondi: serviva un viso che potesse comunicare, attraverso questa calma apparente, tutto quel turbamento interiore e credo che Jordan sia stata bravissima.

Poi c’è Sarah, il colonnello, mamma di Fraser: il loro rapporto sembra non così ovvio e lineare

A me sembra un rapporto organico ai personaggi e molto saggio rispetto alla scrittura che lo ha ideato. A quell'età, l'adolescenza, ci si rapporta con i propri riferimenti, in questo caso la madre; specialmente nell'evoluzione dei rapporti tra generazioni con l'ammorbidimento delle linee guida dell’educazione, che non sono più quelle per le quali i figli devono stare sotto l’imperio dei genitori, con questi genitori un po’ infantilizzati, io vedo molto coerente il loro rapporto. C'è qualcosa di morboso, ma è sempre morboso il rapporto fra madre e figlio.

Non credo di avere lavorato partendo dal presupposto che fosse un racconto di adolescenza, non mi interessa particolarmente. A me interessano i personaggi e la tessitura del mondo che viene racconta. A me, Paolo Giordano e Francesca Ranieri interessava fotografare, indagare, queste due famiglie che sono composte anche da adolescenti, ma non necessariamente. 

Hai parlato di inclusione: il tema è di attualità

Per me lo è da sempre: sono cresciuto in Etiopia e il mio asilo era composto da bambini di diverse provenienze. E’ stato per me un turbamento profondo arrivare in Italia e andare a scuola in prima media e trovare solo bambini bianchi.

E’ un tema che non mi riguarda, visto dalla lente del senso di colpa bianco, ma non nego che esista, è un problema grave di razzismo e paura dell'altro.

Cosa ti spaventa quando ti affacci ad un nuovo progetto?

Stare molto tempo lontano da casa e spendere molto tempo su un set con più di 50 persone al giorno che ti fanno mille domande. Mi spaventa l'entropia insita di ogni espressione della natura umana per la quale potremmo rischiare che ciò che stiamo facendo sia abbandonato a se stesso, l'entropia della sciatteria, della banalità, della mancanza di cura. Per me fare cinema è una lotta contro l'entropia e il desiderio di non farlo, il cinema. Il grandissimo Marco Melani diceva. "Si può fare il cinema ma si può anche non farlo", ma io non sono ancora arrivato al punto di dire melaniamente "non facciamolo".

"Mi spaventa l'entropia insita di ogni espressione della natura umana per la quale potremmo rischiare che ciò che stiamo facendo sia abbandonato a se stesso"

Sei molto bravo a valorizzare attori non ancora conosciuti come Jack Dylan Grazer in questo caso o, in passato, Timothée Chalamet. Cosa vedi in loro? 

Lavorare con un attore, che sia famoso o sconosciuto, ha a che fare sempre con un sentimento di pancia molto forte, di appartenenza: se c'è quella cosa mi fido del mio istinto. Ho lavorato spesso con attori per cui non era scattato quel sentimento e poi il processo è stato molto faticoso e difficile, mentre quando sentivo quello si andava lisci dal punto di vista della fiducia. Tutti gli attori sono difficili ma è un altro discorso. 

WE ARE WHO WE ARE, siamo quel che siamo, il titolo è bellissimo

Mi piace pensare che sia un titolo che esprime il sentimento laico dell'esistere e del pensare a se stessi, più che determinista, più che religioso.

Luca Guadagnino chi è?

Sarebbe un po’ indiscreto e narcisista da parte mia dirlo... Sono un amico di Sky e un regista di Sky.

"La tendenza che i personaggi hanno è quella di trovare le unità e non le differenze. Un percorso mentale, questo, che mi sembra essere proprio degli adolescenti"