The Shards, il profumo che manda tutto in frantumi: la recensione degli episodi 6 e 7

Serie TV
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Sono disponibili su Disney+ il sesto e il settimo episodio di The Shards, la serie FX creata da Ryan Murphy e Bret Easton Ellis a partire da Le schegge. Homecoming Part One e Homecoming Part Two trasformano il ballo del liceo Buckley in una trappola: Bret (Igby Rigney) indaga su Robert Mallory (Homer Gere), Debbie Schaffer (Hayes Warner) prova a conquistare una corona e Rhonda torna a fare i conti con il trauma lasciato dal Pescatore. Tra un profumo che diventa indizio, un’accusa pubblica e una scoperta atroce nella teca dei trofei, i due episodi diretti da Crystle Roberson Dorsey spingono la serie verso il suo finale

Quello che devi sapere

Rhonda torna, ma il trauma resta: il profumo di Homecoming

"Anche se era tornata a scuola, Rhonda non era tornata in sé."  Bastano sei parole della voce fuori campo, in apertura del sesto episodio, per fotografare che cosa succede a una persona quando la si recupera viva e la si rimette al proprio posto confidando che il posto la ricontenga. Rhonda siede davanti a due poliziotti che la pregano di ricordare qualcosa, qualunque cosa, nessun dettaglio è troppo piccolo. E dalla sua bocca esce una cosa sola, ripetuta come un rosario o come un sintomo: profumo da donna. Nient’altro. Il resto è andato, oppure è rimasto lì dentro insieme alle gabbie. Sicché Homecoming, doppio episodio disponibile su Disney+  (visibile anche su Sky Glass, Sky Q e tramite app su NOW Smart Stick) e spezzato in due metà più brevi del solito, si presenta con l’aria della normalità ritrovata: il ballo, i carri allegorici, la corona di strass, le fasce di raso attraverso il petto. Quella festa nata nei college americani intorno agli anni Dieci del Novecento per convincere i vecchi alunni a tornare allo stadio, e diventata poi il rito con cui ogni scuola racconta a se stessa di essere una comunità.Funziona per un’oretta abbondante. Che è esattamente il tempo che occorre al liceo Buckley per scoprire che una comunità non ce l’ha mai avuta, e che di quella corona non saprà che farsene.

 

Leggi la recensione del quinto episodio di The Shards

The Shards 1x06, la trama di Homecoming parte 1: Bret indaga

Diretti entrambi da Crystle Roberson Dorsey e scritti da Charles Rogers con Juli Weiner, i due episodi si dividono i compiti con nettezza. La prima metà appartiene a Bret (Igby Rigney), che finalmente smette di guardare e comincia a fare. Si presenta a casa di John Kellner (James Wolk), il padre di Matt, e rischia di uscire allo scoperto pur di convincerlo che Robert Mallory (Homer Gere) c’entri qualcosa. L’uomo lo ascolta e gli restituisce un ritratto del figlio che vale la puntata intera: dice di conoscere a memoria la costellazione delle lentiggini sulla schiena del ragazzo, e di non avere la minima idea di che cosa lo tenesse sveglio la notte, di che cosa sognasse, di chi amasse. Poi tira fuori un libro dei Cavalieri dell’Oltretomba che l’investigatore privato ha trovato sotto il materasso.

Bret prosegue il giro. Va dal preside Croft a reclamare la valutazione psichiatrica sparita dal fascicolo di Robert, e non la ottiene. Si procura un documento falso, si spaccia per cronista di nera e si presenta dai detective, dove espone una teoria non peregrina e riceve in cambio, come unico risultato tangibile, un pedinamento a proprio carico. Nel frattempo i coniugi Schaffer, divisi su tutto, fanno fronte comune davanti al preside per salvare la carriera scolastica della figlia, e per qualche minuto quella famiglia orrenda somiglia perfino a una famiglia.

Leggi la recensione  dell'episodio 4 di The Shards

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The Shards 1x07, la trama di Homecoming parte 2: il ballo del liceo

La seconda metà è il ballo, e ci arrivano tutti con un piano. Susan Reynolds (Kaia Gerber), stanca di vincere sempre, chiede a Steven Reinhardt (Jordan Roth) di progettarle un carro deliberatamente orrendo per sapere una volta nella vita che effetto fa sbagliare. Debbie Schaffer (Hayes Warner), messa alle strette dal preside e dai genitori, si inventa una campagna benefica per far incoronare Rhonda e apparire generosa. Thom Wright (Graham Campbell) sprofonda dentro la setta di Bruce (Gus Halper). E Robert, che di corone se ne intende, si candida a re.

Vanno a finire come vanno sempre a finire queste cose: vincono i soliti. Poi la serata salta in aria in tre movimenti, ma di quelli parleremo più avanti, quando avremo alzato il cartello.

Leggi la recensione  dell'episodio 3 di The Shards

Bret detective, ovvero avere ragione per le ragioni sbagliate

La cosa migliore di questa doppia puntata è che smonta il proprio protagonista mentre lo lascia lavorare. Bret dichiara di essere certo di tre cose: che il rapimento di Rhonda e la sparizione di Matt siano collegati, che Robert sia responsabile di entrambi, e che lui sia l’unico ad accorgersene e dunque l’unico a poterlo fermare. Le prime due sono ipotesi ragionevoli. La terza è il ritratto perfetto di un diciassettenne, ed è anche il motivo preciso per cui nessuno gli dà retta.

Perché vedete, il ragazzo cita Joan Didion ai detective della sezione Omicidi come se stesse producendo giurisprudenza. Didion ha già detto tutto sulla faccenda, spiega, per non far perdere tempo a nessuno; e siccome i due lo fissano con quello sguardo lì, precisa pure il titolo, The White Album, avete presente. Non ce l’hanno presente. Parimenti, la sua teoria sull’assassino che punisce chi lo fa sentire socialmente inferiore, con tanto di parallelo mansoniano, sarebbe brillante se non arrivasse da un ragazzino in blazer entrato con un documento falso procurato dal contatto di Debbie. E d’altronde il suo accanimento su Robert poggia, ammettiamolo una volta per tutte, su un ricovero in clinica psichiatrica e su una bugia riguardante un film di Kubrick.

Igby Rigney tiene insieme le due cose con una bravura che a metà stagione non stupisce più e continua a commuovere: ha ragione e fa schifo, contemporaneamente, in ogni singola inquadratura. È il ragazzo che nella favola grida al lupo, e il lupo c’è davvero, e cionondimeno noi restiamo lì a domandarci se non stia gridando soprattutto perché gli piace il suono della propria voce.

Leggi la recensione dei primi 2 episodi di The Shards

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Chinatown, Shining e la bugia finalmente confermata

Il colpo più elegante arriva quando i due ragazzi restano soli. Robert gli cita Chinatown, la battuta sui curiosi che ci rimettono il naso, e aggiunge di avere amato Jack Nicholson in quel film ancora più che in Shining. Che tradotto significa: la bugia del primo episodio era una bugia, l’ho raccontata apposta, e adesso te lo confermo in faccia sapendo benissimo che non ti servirà a niente. Il romanzo si apriva con un ragazzo che usciva indispettito da una sala cinematografica; sei episodi dopo, il cinema è diventato la lingua in cui questi due si minacciano.

E qui, se permettete, vale la pena aprire una parentesi. In quella scena di Chinatown (1974) l’uomo che infila il coltellino nella narice di Nicholson non è un caratterista qualunque: è Roman Polanski in persona, che il film lo stava dirigendo. Lo stesso Polanski la cui moglie Sharon Tate, incinta di otto mesi e mezzo, era stata massacrata cinque anni prima da un commando della Family di Charles Manson in una villa di Cielo Drive. Cioè la strada in cui, nel terzo episodio, Bret aveva pedinato Robert. Sicché il nuovo arrivato sta citando, per intimidire il compagno ossessionato da quel delitto, la battuta pronunciata dal vedovo di quel delitto. Che sia intenzionale o meno, è il genere di coincidenza che fa venire la pelle d’oca.

Debbie Schaffer e il voto solitario

E poi c’è la scena per cui queste due puntate meritano di essere ricordate, e non contiene né coltelli né una goccia di sangue finto. Il preside affida a Bret lo spoglio delle schede con la motivazione più crudele che si possa concepire: il ragazzo è imparziale per definizione, giacché non ha alcuna possibilità di essere eletto re, e questo lo sanno tutti. Nessuno protesta. Nemmeno lui.

Poi entri tu, Debbie. Chiedi come vanno le cose fingendo di passare di lì per caso, ti informi su Rhonda, ti informi su Susan, e infine, con la voce di chi si è preparata a non tenerci, domandi quanti voti hai preso tu. Uno

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Susan Reynolds e il lusso di poter perdere

Sull’altro versante c’è Susan, che di vincere non ne può più e lo dichiara guardando dritto in camera. Chiede a Steven un carro volutamente sgraziato, qualcosa di deliberatamente terribile, soltanto per assaggiare una volta nella vita il sapore di una cosa fatta male. È una richiesta talmente privilegiata da sfiorare il comico, e la serie ne è perfettamente consapevole.

Cionondimeno la cosa è vera, e merita rispetto. Chi non ha mai perso non ha mai avuto occasione di scoprire chi sarebbe senza il premio, sicché vive dentro un’identità che non ha mai potuto verificare. Kaia Gerber, va detto, in questa parte funziona meglio quando tace: il volto le lavora addosso da solo, come capita alle bellezze da effetto speciale, e la regia lo sa e lo sfrutta.

Liz Schaffer e la psicologia del vincente

A tenere la lezione arriva naturalmente Liz Schaffer, e Evan Rachel Wood si porta a casa il monologo più velenoso della stagione. Fu reginetta anche lei, ci racconta, e in quel preciso istante capì che doveva andarsene dal proprio paesino di provincia: qualcuno di meno evoluto lo avrebbe preso come un invito a restare, pesce grosso in uno stagno piccolo, ma lei ci vide una scala. Poi vinse Miss Indianapolis, e poi vinse e vinse ancora fino a diventare quella che è oggi. La psicologia del vincente, sentenzia, è speciale. Complessa. Susan sa di che cosa parlo. E adesso lo sai anche tu, Rhonda.

Segue il capolavoro. Con la stessa cadenza con cui si commenta il tempo che fa, la donna osserva che è un peccato che la stirpe reale debba estinguersi con lei, e che tanto vale far finta che Rhonda sia sua figlia, così almeno saprà che effetto fa adottare qualcuno. Che tragedia, aggiunge. In sei battute demolisce la figlia, la sostituisce con un’estranea, si autoproclama vittima e si concede pure un sospiro. Nel frattempo, poche ore dopo, la stessa Rhonda le annuserà addosso il profumo che scatenerà tutto e non dirà niente a nessuno

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Giorgio Beverly Hills, il profumo da donna del 1981

Il congegno che fa saltare l’intera baracca è una boccetta di profumo, e la scelta è di una precisione filologica encomiabile. Si tratta di Giorgio Beverly Hills, la fragranza nata dall’omonima boutique di Rodeo Drive e lanciata proprio nel 1981, quella dalla confezione a righe gialle e bianche che nel giro di pochissimi anni avrebbe invaso l’America diventando talmente celebre per la propria invadenza da alimentare persino la leggenda che alcuni ristoranti l’avessero vietata ai clienti, giacché copriva il sapore delle pietanze. Un profumo che entra in una stanza come un ospite maleducato e non se ne va nemmeno quando gli si spengono le luci in faccia.

Sicché il profumo da donna di cui parla Rhonda, unico frammento che il suo corpo abbia conservato di quei giorni, è al tempo stesso il ricordo più preciso e il più inutile della stagione. Non restringe il campo dei sospettati: lo allarga a mezza California. Terry è il primo a nominarlo e a spruzzarselo addosso, precisando che Giorgio Beverly Hills è unisex. Liz lo porta già da tempo, tanto che Rhonda ne riconosce l’odore addosso a lei senza però accusarla. Steven ammette di usarlo anche lui. Robert, infine, ne regala una boccetta a Susan poche ore prima della premiazione e se lo spruzza a sua volta, dichiarando di voler profumare come la sua ragazza. In una serie che vive di apparenze, l’indizio decisivo è qualcosa che non si vede, non si tocca e che, proprio per questo, sembra poter appartenere a chiunque...

Ferdinando Scarfiotti, il carro allegorico e l’unico artista del liceo

L’altro feticcio d’epoca sta nel carro degli studenti dell’ultimo anno, che Steven progetta come tributo decostruito al lavoro di Ferdinando Scarfiotti su American Gigolo e presenta con una didascalia da biennale: un’opera in cui estetica e contesto rifiutano la morsa dell’aspettativa, annunciando anni Ottanta definiti dall’ammutinamento della forma. Gli studenti applaudono senza avere capito niente, e Thom domanda ad alta voce se sia l’unico a non capirci nulla. Robert, che invece ha capito benissimo, lo definisce visionario.

La battuta funziona a prescindere, ma per chi conosce quel nome vale il doppio. Ferdinando Scarfiotti è esistito eccome: aveva lavorato con Bertolucci a Il conformista, avrebbe lavorato anche a Il bacio della pantera e Scarface, ed è uno dei pochissimi scenografi al mondo capaci di trasformare l’arredamento in ideologia. Che l’assistente umiliato di una villa di Bel Air sia l’unico personaggio di questa serie ad avere un’idea estetica propria, e che l’unico a coglierla sia il ragazzo che tutti sospettano essere un assassino, resta il commento più feroce che The Shards abbia fatto sul mondo che racconta.

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Thom, Bruce e le formule scritte sul libro

Nel frattempo, sulle gradinate deserte del campo da football, Bruce lavora ai fianchi Thom Wright. Come cortocircuito visivo è magnifico: il tempio della virilità scolastica americana usato come sala di reclutamento. Gli fa ripetere due formule, lasciami morire e bisogna fare dei sacrifici, le stesse che riecheggiano nel libro recuperato sotto il materasso di Matt. Il quarterback che perde la fidanzata, la corona, il posto nel branco e un padre che se n’è andato con un’altra, e che quindi si consegna al primo che gli offra un’identità già confezionata: il meccanismo è corretto e Graham Campbell ci mette del suo.

Si potrebbe obiettare che la conversione arrivi in fretta e che Bruce resti un personaggio disegnato a tratti larghi, tutto sguardi obliqui e cappotti sbagliati. Ma è esattamente così che funzionano le sette, e chiunque abbia letto un resoconto sull’argomento lo sa: nessuno viene reclutato da un genio del carisma, si viene reclutati da un signore qualunque che si presenta nel momento esatto in cui non si ha più niente da perdere. La banalità di Bruce non è un difetto di scrittura, è il ritratto fedele di come queste cose accadono davvero. E la rapidità è il punto: a diciassette anni si cambia religione tra un intervallo e l’altro.

Il dato interessante, comunque, è un altro. Dopo sei episodi passati a inseguire un solo assassino, le spiegazioni in campo sono ormai almeno tre e nessuna è stata smentita: il Pescatore, la setta e la paranoia del narratore continuano a spiegare i medesimi fatti con la medesima efficacia. Per una storia raccontata da un ragazzo che ammette candidamente di essere l’unico a vederci chiaro, resta il congegno più elegante che Ellis abbia messo in campo.

Il finale di Homecoming parte 2: la corona e l’accusa (Spoiler)

Il crollo arriva in tre movimenti, e sono tre movimenti da manuale. Primo: vince Susan, ça va sans dire, e Robert viene incoronato re. Secondo: Susan rifiuta la corona e la porge a Rhonda, dichiarando che appartiene a una regina vera, a una sopravvissuta, a una bellezza a modo suo. È il gesto più nobile dell’intera serie, applaudito da tutta la palestra, e dura all’incirca quattro secondi. Terzo: Rhonda, mentre l’amica si china su di lei con il diadema in mano, sente quel profumo, e davanti a settecento persone dichiara che Susan Reynolds è la persona che l’ha rapita.

La sequenza è costruita in modo che nessuno possa scegliere da che parte stare, ed è questo il suo pregio maggiore. Rhonda non mente: quell’odore lo sente davvero, ed è l’unica cosa che il suo corpo si sia portato fuori dallo scantinato. Susan è innocente: quel flacone glielo ha regalato Robert, il quale ha pure avuto la premura di spruzzarselo addosso. E la polizia, che per sei episodi non aveva creduto a niente e a nessuno, ammanetta una diciassettenne in smoking bianco sulla base di una fragranza in vendita in ogni grande magazzino della California.

Si potrebbe gridare alla forzatura. A me pare invece la chiusura di un cerchio aperto nella prima puntata, quando nessuno prendeva sul serio nessuno: adesso prendono sul serio la cosa sbagliata, che è l’unico modo che ha un mondo così di continuare a sbagliare senza dover cambiare metodo. E tant’è che l’alibi arriverà pochi minuti dopo, fornito proprio da Robert, l’uomo che poco prima le aveva regalato il profumo che ha innescato l’accusa.

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Il faccia a faccia tra Bret e Robert

Segue il duello, che è la scena più elettrica della settimana e anche la più sgradevole. Il re appena incoronato smonta l’avversario con un monologo sessuale di volgarità calibratissima, costruito per colpire l’unico punto in cui Bret non ammetterà mai di essere fragile, e lo chiude sostenendo di non pensare a lui nemmeno per un istante, di non vederlo proprio: sappi che la gente non pensa a te lontanamente quanto tu credi, gli dice, ed è la frase più crudele che si possa rivolgere a un aspirante scrittore.

Poi, quando l’altro gli rinfaccia la madre morta, Robert ribalta il tavolo osservando che i genitori di Bret sono in Europa da un tempo sospettosamente lungo, e suggerendo di far arrivare i cani da cadavere sotto il pavimento di casa sua, tanto ormai li conosce bene. Non fare lo str*o** con un re, conclude. Ed è l’unica minaccia dell’intera stagione che non suona come una minaccia, bensì come una promessa già mantenuta.

La teca dei trofei: che cosa trova Bret alla fine dell’episodio 7

Infine la vetrina dei trofei. Dentro, al posto delle coppe, c’è la testa di Matt Kellner. Non resta più nessuna speranza, non resta più nessun dubbio sul fatto che il ragazzo venisse tenuto in vita apposta, e non resta nemmeno la finzione che quella scuola sia un luogo separato dal resto della città.

Ma è la scelta del contenitore a valere il brivido. Nel primo episodio l’assassino profanava la statua della mascotte con dei pesci morti; adesso occupa lo scaffale dove il liceo Buckley conserva le proprie vittorie, e ci mette dentro un trofeo di caccia. Nel giro di sette puntate ha smesso di abbandonare i corpi nei canyon e ha cominciato a esporli, e non a caso proprio lì. Ha capito, molto prima di questi ragazzi, dove abiti davvero il valore in quel posto. E che il modo più rapido per distruggere una comunità non è toglierle qualcuno, bensì restituirglielo nel posto sbagliato.

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Il Night Stalker in anticipo: un aggiornamento doveroso

Un’annotazione per chi ci segue dalla prima puntata. Avevamo segnalato che il Richard Ramirez nominato da Bret nel 1981 fosse un anacronismo, giacché il vero Night Stalker avrebbe cominciato a uccidere soltanto nel 1984, e ne avevamo dedotto che il narratore parlasse dal presente ricordando con il vocabolario di oggi. Va corretto il tiro, e lo facciamo volentieri: in queste due puntate scopriamo che nell’universo della serie la polizia di Los Angeles ha già nel 1981 un’indagine aperta sul Night Stalker, e la usa come contenitore buono per tutti i delitti che non sa dove collocare, compresi quelli del Pescatore.

Non si tratta dunque di una svista del narratore, o non soltanto: si tratta di una Los Angeles alternativa in cui i mostri sono arrivati con tre anni di anticipo sulla tabella di marcia. Il che è assai più interessante, perché significa che questa storia non si limita a ricordare male gli anni Ottanta, se li riscrive daccapo. Anche il pentagramma, simbolo che gli investigatori avrebbero associato ad alcuni crimini reali di Ramirez soltanto nel 1985, conferma 

La colonna sonora di Homecoming: i New Order e un lutto

Poche canzoni stavolta, ma piazzate dove fanno più male. Il sesto episodio parte con I Know What Boys Like delle Waitresses, il più sarcastico manifesto di civetteria mai inciso su vinile, e prosegue con Dreams Never End dei New Order.

Su quest’ultima conviene fermarsi un istante. È il brano che apre Movement, pubblicato nel novembre del 1981, vale a dire il primo disco che quei ragazzi di Manchester incisero dopo la morte di Ian Curtis, quando i Joy Division avevano dovuto reinventarsi con un altro nome, un’altra voce e un lutto in mezzo alle gambe. Una canzone su come si va avanti dopo che qualcuno se n’è andato, dentro un episodio in cui una ragazza torna e un ragazzo non tornerà mai più. I sogni non finiscono mai, dice il titolo. Le persone sì.

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Se Homecoming fosse un cocktail

Stavolta il drink lo fornisce direttamente l’episodio, sicché il mio lavoro è quasi finito. Liz chiede un daiquiri al chiosco del ballo; il chiosco del ballo, ça va sans dire, un daiquiri non glielo fa. È Steven a porgerle invece un bicchiere spiegando che dentro c’è cola con mezza fiaschetta di «bourbon rye». Che è, a rigore, una denominazione storta: bourbon e rye sono due categorie diverse, il primo costruito su almeno il 51 per cento di mais, il secondo su almeno il 51 per cento di segale. Un bourbon può contenere parecchio rye, certo, ma «bourbon rye» resta il genere di definizione che viene naturale dopo avere già svuotato metà fiaschetta. Un cocktail che sbaglia perfino il proprio nome, servito a una donna che aveva chiesto tutt’altro. Non esiste sintesi migliore di queste due puntate.

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