The Shards 1x04, la recensione: La festa per Robert e la prova generale di American Psycho

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Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

È disponibile su Disney+  (visibile anche su Sky Q, Sky Glass e Now tramite la app Smart Stick) ) il quarto episodio di The Shards, la serie FX che Ryan Murphy ha tratto da Le schegge di Bret Easton Ellis. La festa per Robert cambia prospettiva e affida per la prima volta il racconto a Ryan Vaughn (Daniel Dale), lo studente modello che si paga Yale girando film porno. Poi arriva la festa di Susan Reynolds (Kaia Gerber): Bret (Igby Rigney) vorrebbe annullarla, ma la notte precipita tra vetri rotti, un salvataggio in piscina e un uomo armato di coltello dentro un armadio. Diretto da Max Minghella, l’episodio guarda già verso American Psycho, tra lusso, paranoia e identità in frantumi.

Quello che devi sapere

Prima di Patrick Bateman c’era Ryan Vaughn.

Suoni la sveglia e la rimandi quattro volte, perché il piacere non sta nel dormire, sta nel rubare. Poi entri sotto la doccia e ti lavi in ordine discendente, dal collo ai polpacci, così l’acqua sporca non tocca mai le parti già pulite. Infine il profumo, e non uno qualsiasi: Kouros di Yves Saint Laurent, uscito proprio in quel 1981, scia animale e ingombrante, di quelle che entrano in una stanza dieci secondi prima di te e ci restano dieci minuti dopo che te ne sei andato. Hai diciotto anni, ti chiami Ryan Vaughn, e nei primi tre episodi di questa serie eri poco più di una comparsa con la maglietta corta.

Adesso, invece, il racconto è tuo. Il quarto episodio di The Shards, disponibile su Disney+, si apre con la tua toeletta mattutina descritta al millimetro, ed è la mossa più sfacciata che Bret Easton Ellis potesse concedersi: perché quella liturgia di creme, sequenze e marchi anticipa con impressionante precisione uno dei capitoli più celebri di American Psycho, romanzo che l’autore avrebbe pubblicato dieci anni più tardi e il cui secondo capitolo, intitolato Mattino, è in buona parte occupato da Patrick Bateman che elenca la propria toeletta prodotto per prodotto. Sicché qui non abbiamo un omaggio, abbiamo una prova generale. Bret, che nel primo episodio catalogava ossessivamente le proprie marche, adesso lascia che sia un compagno di scuola a compiere la stessa liturgia, e nessuno dei due sa che quella è la voce con cui, di lì a un decennio, un uomo elegantissimo comincerà a raccontare i propri omicidi.

The Shards 1x04, la trama di Robert’s Party: la festa che nessuno vole

Diretto da Max Minghella (figlio di Anthony, giacché in questa serie perfino la macchina da presa è un affare di famiglia) e intitolato (La festa per Robert) (Robert’s Party),  l’episodio ha una struttura semplicissima: un’ora di preparativi e poi il disastro. Bret (Igby Rigney) arriva al bar con la faccia di chi non dorme, racconta agli amici l’incubo ricorrente sul Pescatore e chiede che la festa venga annullata, visto che due compagni di scuola risultano scomparsi. Si vota a scrutinio segreto. Perde, e resta l’unico ad aver chiesto di annullare. Incassa con signorilità e va alla festa lo stesso, che è poi la cosa più rivelatrice che faccia in tutta la puntata.

Casa Reynolds è apparecchiata come si deve: champagne buono, alcolici costosi, cocaina eccellente, coppe di vetro colme di sigarette. Bret ci spiega che quei ragazzi stanno imitando gli adulti ricchi che conoscono e insieme provando a diventare quelli che vorrebbero essere. Sicché la festa non è una festa: è un provino. E finirà con vetri in frantumi, un annegamento sfiorato, un pugno 

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Ryan Vaughn, il porno e la fine di due epoche

Prima del disastro, però, c’è la mezz’ora migliore che questa serie abbia scritto finora, e non contiene un solo cadavere. Ryan salta la scuola e va al lavoro, che consiste nel girare film pornografici per una casa di produzione dove comanda una donna il cui nome per esteso campeggia sulla porta, Jan Butch Banxx, ed è interpretata da Dot-Marie Jones, ovvero la coach Beiste di Glee: un altro modo che ha Murphy di riportarsi a casa la propria scuderia. Gli serve il denaro per pagarsi Yale, giacché suo padre ha perso tutto. Come lo ha perso? Cofinanziando I cancelli del cielo.

Ecco: una singola battuta di dialogo e ti crolla addosso un’epoca intera. Il film di Michael Cimino esce nel novembre del 1980, trasforma un budget iniziale di circa dodici milioni di dollari in un disastro da oltre quaranta milioni tra produzione e costi collegati, ne recupera una manciata al botteghino, diventa il simbolo della crisi della United Artists (che l’anno dopo finirà alla MGM) e viene universalmente indicato come la lapide della New Hollywood, cioè della stagione in cui ai registi era concesso pressoché tutto. Un ragazzo del Buckley si spoglia davanti a una macchina da presa perché un regista, due anni prima, ha voluto girare un western in Montana. La catena causale è grottesca e perfetta.

E c’è una seconda fine dentro la prima. Butch avverte Ryan che il mercato delle bobine per le sale sta chiudendo e che si passa alla videocassetta per uso domestico, il che significa che il porno smette di essere un’esperienza collettiva al buio e diventa un oggetto che entra in casa. Il ragazzo si preoccupa, e fa benissimo: finché sei su una pellicola proiettata a Times Square rimani un’ombra, quando finisci su un nastro che si riavvolge diventi riconoscibile, pausabile, fermo immagine. Nel secondo episodio Bret riceveva una cassetta con dentro la voce di un amico torturato. Qui scopriamo che nel 1981, a Los Angeles, la videocassetta stava cambiando la vita a tutti quanti, non soltanto agli assassini.

Liz Schaffer, Evan Rachel Wood e il fondo del barile

Poi il colpo basso, e va detto che Murphy queste cose le sa fare come nessuno. La nuova collega di Ryan sul set è Liz Schaffer (Evan Rachel Wood), ovvero la madre alcolizzata di Debbie, ovvero la donna che nel terzo episodio provava allo specchio un discorso di ringraziamento agli Oscar impugnando una statuetta del marito. Ha trovato il modo di fare l’attrice, finalmente. La scena che devono girare ha una trama incestuosa. Prima di cominciare gli chiede cortesemente come sta sua madre, e gli domanda di non dire niente a Debbie.

È il tipo di sequenza che in mano a chiunque altro sarebbe soltanto disgustosa, e che invece qui fa male perché non giudica nessuno. Liz non è una vittima e non è un mostro: è una donna a cui hanno spiegato per vent’anni che il suo talento era un accessorio del marito, e che ha trovato l’unico set su cui nessuno le dice di no. Evan Rachel Wood la interpreta senza una smorfia di autocommiserazione, e questo la rende insopportabile nel senso migliore del termine.

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Il crollo di Robert Mallory: Funkytown, i vetri rotti e la piscina

In cucina, intanto, Bret raccoglie indizi. Due ragazzi di Brentwood conoscevano Robert Mallory (Homer Gere) alle medie, a Chicago, e gli raccontano che sua madre morì cadendo dalle scale, che la polizia sospettò fosse stata spinta, e che lui figurò tra gli indagati prima di essere scagionato. Aggiungiamoci il ricovero in una clinica psichiatrica e i farmaci che prende, ed ecco confezionato, almeno nella testa di Bret, il mostro. Sicché Bret gli si avvicina in mezzo alla pista e gli sussurra all’orecchio che sa che ha ucciso sua madre.

Quello che segue è il pezzo di bravura di Homer Gere, che fino a ieri sembrava schiacciato dal ruolo e qui si prende la serata. Robert scola una bottiglia di vodka nonostante i farmaci, occupa la pista sulle note di Funkytown, balla come se il pavimento gli appartenesse, spacca bottiglie e continua a ballarci sopra scalzo. Thom (Graham Campbell) prova a fermarlo e si becca un bacio sulla bocca. Poi Robert si butta in piscina e resta a galleggiare a faccia in giù. Susan (Kaia Gerber) si spoglia, si tuffa, lo tira fuori e gli fa la respirazione bocca a bocca. Bret, il mattino dopo, la chiamerà in faccia a lei un bacio travestito. Thom guarda. Poi tira un pugno.

Va aggiunto un dettaglio che complica tutto e che l’episodio lascia cadere senza sottolinearlo: in una sequenza precedente vediamo il Pescatore portare Rhonda sulla spiaggia per il suo rituale di alimentazione forzata, e in mano ha una borsa da bowling identica a quella con cui Bret aveva visto uscire Robert dalla casa di Benedict Canyon. Che sia una prova, un’allucinazione o una scorrettezza del montaggio, per ora non è dato saperlo.

La domanda che l’episodio lascia aperta è la più elegante: la crisi è vera o è recitata? Perché se è vera, Bret ha appena torturato un ragazzo orfano e fragile per una teoria che non regge; se è recitata, Robert ha trasformato un’accusa di omicidio in un numero di seduzione da cui esce con la ragazza che voleva, l’attenzione di tutti e la reputazione 

Bruce, il coltello e l’armadio: la scena che spariglai le carte

Mentre in giardino va in scena il melodramma, al piano di sopra Debbie (Hayes Warner) e Ryan finiscono a letto insieme nella camera di Susan. Non succede niente, in realtà, perché sul comodino c’è una fotografia della comitiva al completo e Debbie non ce la fa. Ma dall’armadio esce un uomo con un coltello lungo e brutto, si mette davanti alla porta e la chiude a chiave. È Bruce (Gus Halper), il capo dei Cavalieri dell’Oltretomba, la setta di Ojai che finora era stata poco più di un’esca lanciata allo spettatore.

Due dettagli valgono l’intera stagione. Il primo: Ryan si offre di restare pur di lasciar andare Debbie, per una ragazza che conosce a malapena, e questo gesto di coraggio gratuito piazza in un angolo tutti i protagonisti della serie. Il secondo: quando Thom gli intima di andarsene, Bruce chiede se è davvero quello che vuole, e uscendo lo saluta chiamandolo per nome. Il mattino dopo Thom sostiene di non conoscerlo e di averne sentito il nome per caso, il che è con ogni evidenza una bugia. Nel giro di ventiquattr’ore Bret mente a Susan, Susan mente a Bret, Debbie mente a tutti e due, Thom mente a chiunque. Il Pescatore non ha bisogno di fare nulla: questi ragazzi si stanno già smembrando da soli.

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L’osservatore che non denuncia: il vero problema di Bret

E arriviamo al punto che questa puntata mette in chiaro. Bret ha trovato, alla fine del terzo episodio, una giacca dell’uniforme scolastica intrisa di sangue in una gabbia, dentro una casa in cui aveva appena visto entrare Robert. Prova materiale. Non la riferisce alla polizia. Non la riferisce agli amici. Non la tira fuori nemmeno adesso che passa la serata a spiegare a tutti quanti che Robert è un pericolo pubblico. Preferisce sussurrargli un’accusa in un orecchio in mezzo a una pista da ballo, che è il modo meno efficace e più teatrale di dire una cosa vera.

Perché? Lo dice lui stesso, quasi per sbaglio: si considera un osservatore, e quel ruolo gli consente di partecipare alla decadenza scaricandone la responsabilità. È la posa che sta imparando da Joan Didion insieme alla sintassi, e vale la pena ricordare che la formula più celebre di quella posa è di Christopher Isherwood, che nel 1939 apriva Addio a Berlino dichiarandosi una macchina fotografica con l’otturatore aperto, passiva, che registra e non pensa. Solo che Isherwood raccontava una città che stava per bruciare e non aveva modo di spegnerla, mentre Bret ha una prova in mano e un telefono a disposizione. Il sospetto, a questo punto della serie, è devastante e credo sia esattamente quello che Ellis vuole farci venire: che il ragazzo taccia perché tacendo la storia viene meglio. Un testimone che sceglie il finale non è più un testimone. È un autore.

Il finale del quarto episodio: le gabbie (attenzione, spoiler)

Il mattino dopo la comitiva si crogiola al sole in accappatoi con le iniziali ricamate, che Susan evidentemente tiene pronti per gli ospiti. Si fanno domande e si danno risposte false. Debbie si rifiuta di alzare gli occhi al cielo perché, dice, quel cielo lo ha già visto. È la battuta più vecchia che una diciassettenne possa pronunciare, e certifica che l’età adulta è arrivata di soppiatto nella notte, insieme all’uomo dell’armadio.

Poi l’ultima inquadratura torna nello scantinato delle gabbie, tra i cani che abbaiano senza fermarsi mai, e ci mostra che Matt Kellner (Owen Painter) e Rhonda Fox (Ivy Wolk) sono ancora vivi. Entrambi. Non sappiamo se stiamo guardando la realtà oppure l’immaginazione di Bret, e ormai abbiamo imparato che la distinzione, in questa serie, è una faccenda amministrativa. Quello che sappiamo è che mentre loro due erano in gabbia, di sopra si ballava. Il quinto episodio si intitola Murder on the Dancefloor, il che non promette nulla di buono e mantiene la promessa di essere il titolo più sfacciato dell’annata.

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La colonna sonora del quarto episodio: da Blondie ai Go-Go’s

Il supervisore musicale, questa settimana, ha aperto il portafogli e non l’ha più richiuso. Heart of Glass di Blondie e Funkytown dei Lipps Inc. sono due assegni circolari, e il secondo regge da solo l’intera scena del crollo di Robert. We Got the Beat delle Go-Go’s e Square Biz di Teena Marie fotografano la festa nel suo momento migliore, quello in cui nessuno ha ancora rotto niente. The Weakness in Me di Joan Armatrading, uscita proprio nel 1981, è una canzone su chi ama due persone contemporaneamente e non riesce a scegliere, sicché piazzarla in un episodio dove Susan sta esattamente lì è quasi un dispetto. Nobody Takes Me Seriously degli Split Enz è il titolo che Bret potrebbe farsi tatuare sull’avambraccio. E poi Icehouse dei Flowers, la band australiana che di lì a poco avrebbe adottato proprio Icehouse (titolo del brano e dell’album d’esordio) come nuovo nome: un pezzo nato guardando dalla finestra una casa inquieta, che solo in seguito Iva Davies avrebbe scoperto essere una struttura di reinserimento per pazienti psichiatrici. Nell’episodio in cui si scopre che Robert è stato ricoverato. Casualità, certo.

Se fosse un cocktail

Si chiama L’Osservatore e non lo trovate da nessuna parte, sicché tocca inventarlo. Coppa alta, di quelle che alla festa di Susan avrebbero passato in giro senza guardare in faccia nessuno. Champagne brut, il più buono che vi potete permettere, giacché qui dentro tutti stanno recitando la parte di chi se lo può permettere. Un cucchiaio abbondante di succo di melagrana fresco, versato piano lungo il bordo perché vada a fondo e ci resti. Tre gocce di bitter all’arancia. Una scorza di pompelmo spremuta sopra e poi buttata via, che è il trattamento riservato in questa serie a chiunque non sia ricco. Un solo cubetto di ghiaccio, grande.

Le dosi non ve le do, come da regola della casa. La regola, invece, ve la do ed è una sola: non mescolate. Mai. Appoggiate il bicchiere davanti a voi e state a guardare mentre il rosso sale dal fondo, si arrampica nelle bollicine, disegna delle venature bellissime che per qualche minuto sembrano fatte apposta per essere fotografate. È lo spettacolo più elegante che possiate offrire ai vostri ospiti. Poi aspettate ancora un poco. Il rosa diventa uniforme, opaco, e il drink non è più buono né bello, ed eravate lì tutto il tempo, e non avete fatto niente. Ma il cielo, quello, lo avete già visto.

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