The Shards, recensione epidodio 3: Really Rhonda, la ragazza che tutti dimenticano

Serie TV
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Tre giorni bastano perché una ragazza scomparsa diventi già un ricordo. In The Shards 1x03, disponibile su Disney+ (visibile anche su Sky Q, Sky Glass e Now tramite la app Smart Stick) Help Me! Rhonda! porta al centro Really Rhonda (Ivy Wolk), l’irregolare del liceo Buckley che il Pescatore rapisce mentre gli altri continuano a ballare, organizzare feste e trasformare perfino la paura in spettacolo. Bret (Igby Rigney) invece continua a cercare la verità, pedina Robert Mallory fino a Benedict Canyon e si ritrova dentro il paesaggio mentale di Joan Didion e Cielo Drive. Tra roller disco, anacronismi,  Charles Manson e una hit dei Police, il terzo episodio della serie di Ryan Murphy da Bret Easton Ellis è finora il più crudele e il più lucido.

Quello che devi sapere

The Shards 1x03, il ragazzo che gridava al lupo aveva ragione

Che cosa fai quando i tuoi amici ti hanno già catalogato come quello che grida al lupo?

La domanda apre il terzo episodio di The Shards e vale come dichiarazione di poetica, giacché nella favola di Esopo (che la raccontava ventisei secoli fa e non aveva ancora bisogno di uno streamer per farsi capire) il lupo alla fine arriva davvero, e nessuno accorre. Bret Easton Ellis ha diciassette anni, un romanzo nel cassetto, un’ossessione e nessun testimone. In compenso ha ragione. È la posizione peggiore in cui un ragazzo possa trovarsi, ed è anche l’unica in cui uno scrittore nasca davvero.

Disponibile su Disney+, Help Me! Rhonda! è il capitolo in cui la serie tratta da Le schegge (Einaudi) alza il volume di tutto: del glamour, della crudeltà, della commedia. Scritto da Ryan Murphy con Juli Weiner, comincia con una domanda retorica e finisce con un ragazzo impietrito davanti a una gabbia dove, al posto del cadavere che si aspettava, si muove un’iguana viva. Il regno animale continua a fare da libro mastro al Pescatore: prima i cani, poi i pesci dell’acquario, adesso un rettile che nessuno ha denunciato come scomparso perché nessuno lo aveva mai contato. Cambiano le bestie, non cambia il conto. E l’attesa sale.

La trama di Help Me! Rhonda!: la roller disco e il Pescatore

Primo ottobre 1981. Rhonda Fox (Ivy Wolk) passa la serata da Wheels, l’ultima roller disco rimasta in piedi a Los Angeles, e non rientra per il coprifuoco. I genitori denunciano la scomparsa, la polizia trova macchie di sangue accanto al cassonetto sul retro, e il giorno dopo Bret (Igby Rigney) si presenta sul posto per conto proprio, come da abitudine ormai consolidata e vagamente suicida. Nel frattempo vediamo Rhonda chiusa in una gabbia per cani, in uno scantinato, mentre una figura vestita di nero le fa scivolare dentro un vassoio pieno di vermi neri e le ordina di mangiare.

Al Buckley, intanto, la vita riprende. Ci vogliono circa tre giorni, precisa la voce fuori campo, che in questo episodio è finalmente meno invadente e assai più centrata. Susan Reynolds (Kaia Gerber) organizza la festa di Robert Mallory (Homer Gere), Debbie Schaffer (Hayes Warner) smette di mangiare per farsi trovare pronta dalle telecamere di Dance Off!, gara di ballo per teenager sul modello di American Bandstand, e Thom Wright (Graham Campbell) guarda la fidanzata civettare con il nuovo arrivato.

Quando Bret prova a riportare il discorso sui compagni scomparsi, Susan e Robert se ne occupano a modo loro: assemblea d’istituto e campagna di sensibilizzazione. Il volto di Rhonda finirà stampato sulle bottiglie della sua acqua frizzante preferita, pagate dal padre. È la gag più feroce dell’episodio ed è anche una radiografia di classe: al Buckley perfino la pietà è un prodotto premium, e viene servita fredda.

 

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Really Rhonda e Ivy Wolk, ovvero chi viene dimenticato

E allora parliamo di te, Rhonda. Tuo padre è un agente di peso della ICM, di quelli che avevano in scuderia Sally Kellerman, e ha versato alla scuola cifre da capogiro perché tu restassi nelle classi ordinarie anziché finire parcheggiata nel sostegno. Ti chiamano tutti Really Rhonda, dal really che i professori ti rivolgevano ogni volta che ti usciva di bocca qualcosa di non previsto dal programma. Discuti con Chewbecca, apostrofi George Washington, giri in pattini a rotelle quando i pattini sono ormai roba da museo, e sei più brava di Cher. Ti riesce facile perché non ti importa un fico secco di quello che pensano gli altri. In un liceo dove tutti sono in posa ventiquattr’ore al giorno, sei l’unica persona sinceramente libera. Sicché tocca a te, ovviamente.

Il dettaglio dei pattini, poi, è di quelli che valgono un saggio. La roller disco aveva avuto il suo anno d’oro nel 1979, quando Hollywood le aveva dedicato Roller Boogie, e l’anno dopo Xanadu, con Olivia Newton-John e Gene Kelly, ne aveva celebrato il funerale con tanto di banda. Nell’ottobre del 1981 pattinare è già archeologia, sicché Wheels non è semplicemente un locale: è l’ultimo avamposto di una moda morta, popolato dagli unici che non se ne sono accorti perché non stavano guardando gli altri. Non è casuale che il Pescatore vada a pescare lì. Va dove nessuno controlla più.

Ivy Wolk cammina su un crinale strettissimo e non cade mai dalla parte sbagliata. Il suo assolo su pattini, sulle note dei Police, è il momento più luminoso di tutta la serie finora, e proprio per questo quando la sequenza vira al nero fa un male sproporzionato. Bret ti rispettava, Rhonda, e ce lo spiega: era convinto che tu avessi capito benissimo che lui è gay e che, pur non riuscendo a controllare quasi niente di quello che dicevi, quel segreto non lo avessi mai lasciato uscire. Il che, in una serie interamente costruita sulle bugie, fa di te l’unica persona onesta in campo.

E qui sta l’orrore vero dell’episodio, che non coincide affatto con quello che il Pescatore ti obbliga a ingoiare. La cosa insopportabile è un’altra: tu, esattamente come Matt prima di te, vieni dimenticata in tre giorni. Siete i due perdenti, gli irregolari, quelli fuori formato, e il branco richiude le fila sopra di voi come acqua sopra un sasso. I ragazzi del Buckley hanno imparato che le cose atroci accadono altrove e ad altri, sicché la loro reazione non è il terrore, bensì l’amministrazione del terrore: una gara di ballo in televisione, una festa il sabato, un’etichetta d’acqua minerale con la tua faccia sopra. Ed è forse questa la frase più crudele mai pronunciata dalla serie, e non la pronuncia l’assassino.

Cartoni del latte e stagione delle streghe

A proposito di quell’acqua minerale. L’idea, dice l’episodio, verrebbe dai cartoni del latte con sopra i bambini scomparsi. Peccato che nell’ottobre del 1981 quei cartoni non esistano ancora: la prima campagna della Anderson Erickson Dairy di Des Moines, Iowa, parte nel settembre del 1984, e il fenomeno diventa nazionale l’anno successivo. Tre anni di anticipo.

Nella stessa puntata Bret annuncia l’inizio della spooky season. L’espressione non nasce certo oggi, ma nel 1981 non è ancora diventata quella formula pop, onnipresente e perfettamente confezionata con cui adesso battezziamo Halloween appena finisce l’estate.

Chi vuole gridare all’errore di produzione si accomodi pure, ma sbaglia bersaglio. Perché questo è il terzo episodio, e già nel primo il ragazzo elencava i mostri della sua adolescenza infilandoci Richard Ramirez, che nel 1981 non aveva ancora ucciso nessuno. Una svista è una svista; tre sono un metodo.

Il narratore non sta parlando dal 1981, sta parlando da adesso, e ricorda con il vocabolario di adesso. Sicché il ragazzo che ci racconta questa storia si tradisce sulle date molto prima di tradirsi sui fatti, e ogni volta che pronuncia una parola che suona troppo contemporanea ci ricorda, senza dircelo, che tutto quello che stiamo guardando è già stato riscritto almeno una volta. Chapeau.

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Terry Schaffer, la strada segreta e il furgone: bugia contro verità

Il secondo pranzo di lavoro con Terry Schaffer (Wes Bentley) porta il ragazzo assai più in là del previsto. Bret ha consegnato un trattamento cinematografico del suo romanzo, Terry dichiara di non averci capito niente e sentenzia che un grande film deve parlare di una perdita, dopodiché domanda quale sia la sua. La verginità, risponde il ragazzo.

Poi il produttore lo carica in decappottabile e imbocca una strada privata con i cancelli, quella che collega Beverly Hills alla Valley. Mi sembrava una leggenda metropolitana, dice Bret. Non è una leggenda metropolitana, ribatte l’altro, è una realtà di provincia, e che io sappia la combinazione ce l’hanno soltanto tre persone: Warren Beatty, Jack Nicholson e io.

Qualche minuto dopo, mentre Terry parcheggia al belvedere e passa alle avances, alle loro spalle arriva un furgone beige che noi spettatori abbiamo imparato a riconoscere. E allora pensavo che il codice lo conoscessero in tre, osserva Bret. Ho detto che io sappia, replica Terry.

In quattro parole c’è tutto The Shards: quello che è contro quello che vorremmo fosse, la verità contro la bugia, e in mezzo quell’immensa zona grigia in cui gli adulti si rifugiano quando non hanno voglia di rispondere. Una sfida perpetua, tant’è che a un certo punto finzione e realtà smettono proprio di distinguersi. Chi sostiene di avere le chiavi, in questa serie, sta quasi sempre mentendo su quante copie ne siano state fatte.

Sul fronte adulti, del resto, la serata migliore la firma Evan Rachel Wood. Liz Schaffer, ubriaca fradicia, prova davanti allo specchio un discorso di ringraziamento agli Oscar impugnando una delle statuette del marito, definisce la figlia la delusione della propria vita, e si interrompe soltanto quando Terry compare sulla porta ad applaudire lentamente. Continua a esercitarti, le dice, con una delle mie tre statuette. Lei gli rinfaccia di averla ridotta a un accompagnatore fisso senza meriti propri, un più uno a vita. Nessuno dei due mente, ed è esattamente questo a rendere la scena insopportabile.

Joan Didion, The White Album e Cielo Drive: l’ossessione di Bret

Sul sedile del passeggero, mentre pedina l’automobile di Robert, Bret tiene una copia di The White Album di Joan Didion. Non è un vezzo scenografico. Il ragazzo ricopia a macchina le frasi della scrittrice, ne smonta l’architettura sintattica, ne studia gli incastri, convinto che copiando si diventi.

Più che Walter Benjamin, qui siamo davanti alla sua eresia adolescenziale: la riproduzione non serve a distruggere l’aura dell’originale, ma a rubargliene un po’. Con la differenza non trascurabile che l’opera riprodotta è una persona viva, e il riproduttore ha diciassette anni e una macchina da scrivere.

Il libro torna, come l’assassino sul luogo del delitto. Perché Bret confessa in voce fuori campo di essere ossessionato dal massacro compiuto dalla Family di Charles Manson, quello in cui morirono Sharon Tate, incinta di otto mesi e mezzo, e altre quattro persone. È anche uno dei fatti di cronaca attorno ai quali si stringe The White Album, la raccolta di Didion uscita nel 1979.

Sicché quando il pedinamento porta il ragazzo su Cielo Drive e nelle strade di Benedict Canyon, nel paesaggio della notte del 9 agosto 1969, il cerchio si chiude con una precisione che toglie il fiato: la letteratura che lui venera è passata anche da un delitto avvenuto dodici anni prima e a poche curve da dove sta parcheggiando adesso.

Bret non sta indagando su un serial killer. Sta cercando di entrare in un libro, e il libro ha una porta sola.

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Il finale del terzo episodio: la casa di Benedict Canyon e l’iguana

Attenzione, spoiler

Prima del finale c’è una scena che vale da sola l’episodio. Bret entra nella casa di Matt Kellner, trova aperta la dependance sulla piscina, raccoglie la giacca dell’uniforme del ragazzo, la annusa e comincia a piangere. In quel momento squilla il telefono. Dall’altra parte c’è un respiro pesante su una linea disturbata. Dov’è Matt, chiede lui, che cosa gli hai fatto, dov’è Rhonda, perché lo stai facendo, Robert? Cade la linea. Ed è la prima volta che lo sentiamo pronunciare quel nome rivolgendosi a qualcuno che, forse, sta davvero ascoltando.

Poi il pedinamento. Robert entra in una casa in affitto e ne esce con una borsa da bowling che Bret, come racconterà in seguito alla polizia, sospettò contenesse una testa umana. Il ragazzo entra dal retro. La porta della cantina ha un numero di serrature che nessuna casa vuota dovrebbe permettersi. Scende, trova impronte rosse sul pavimento, le segue lungo un corridoio fino a una stanza piena di gabbie per cani vuote. Non tutte, però. In una c’è una giacca dell’uniforme del Buckley coperta di sangue, e quando la solleva sotto ci trova un’iguana viva.

Come insegna Edgar Allan Poe, il posto migliore per nascondere qualcosa è in piena vista. Il Pescatore lo sa benissimo: tiene le sue prove in una casa in affitto sulla collina più chiacchierata d’America, e ci mette dentro una bestiola viva che il primo che passa scambierebbe per un animale domestico.

È un finale che funziona perché non risolve niente e cambia tutto. Fino a ieri Bret aveva coincidenze e una cassetta; adesso ha visto, e ha visto in un posto dove non aveva alcun diritto di trovarsi, il che rende la sua testimonianza carta straccia ancora prima che qualcuno decida di non credergli. Chi grida al lupo, per giunta, dovrebbe evitare di entrare nella tana.

Il quarto episodio si intitola Robert’s Party, il che significa che il sabato sera si farà comunque.

Naturalmente.

La colonna sonora del terzo episodio: dai Police a Stevie Nicks

Il titolo viene da Help Me, Rhonda dei Beach Boys, che essendo del 1965 sfonda la cronologia rigorosamente ottantiana della serie e proprio per questo funziona: è la California mitologica, quella delle tavole da surf e delle ragazze bionde, appiccicata come un’etichetta sbagliata sopra una sparizione.

Il resto della scaletta è impeccabile.

Don’t Stand So Close to Me dei Police accompagna l’assolo su pattini di Rhonda, ed è una scelta cattivissima, giacché quel brano racconta di un professore e di una studentessa e in questo episodio gli adulti che allungano le mani sui ragazzini sono almeno due.

Rapture di Blondie porta in cima alla classifica americana la prima canzone con una parte rap ad arrivare al numero uno, ovvero il futuro che bussa mentre nessuno apre.

Games Without Frontiers di Peter Gabriel è una filastrocca sui giochi di guerra travestiti da giochi di bambini, che è poi la definizione esatta del liceo Buckley.

E infine Edge of Seventeen di Stevie Nicks, contenuta nell’album Bella Donna del 1981 e scritta di getto dopo due lutti ravvicinati: la soglia dei diciassette anni, l’età esatta di questi ragazzi, in un pezzo che parla di morte senza nominarla mai.

La supervisione musicale di questa serie meriterebbe un premio a parte, e a occhio se lo porterà a casa.

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Se fosse un cocktail

Si chiama Really Rhonda e non lo trovate da nessuna parte, sicché tocca inventarlo.

Highball, bicchiere alto, nessun fronzolo. Vodka, perché nel 1981 in California se ne beveva parecchia e perché non finge di essere altro da sé. Succo di pompelmo rosa, che sembra dolce finché non lo ascolti davvero e allora scopri che era amaro dall’inizio. Sciroppo di miele e zenzero fresco, per il calore di chi dice quello che pensa senza passare dal filtro. Un cucchiaino di aceto di lamponi, giacché l’acidità è l’unica cosa che tenga insieme il dolce e impedisca alla faccenda di diventare stucchevole, che poi è il servizio che Rhonda rende a quella scuola. E si allunga con l’acqua frizzante più costosa che riuscite a procurarvi, quella con l’etichetta di design, quella che nell’episodio ospita la faccia di una ragazza scomparsa.

Le dosi non ve le do, come da regola della casa. Nessuna guarnizione, però, e su questo non si transige: niente scorze intagliate, niente ciliegie, niente ombrellini, perché a lei di come appariva non importava niente.

Preparatene due. Bevetene uno.

L’altro lasciatelo sul bancone e andate avanti con la vostra serata, le vostre chiacchiere, le vostre feste, i vostri provini per la gara di ballo. Poi contate quanto tempo passa prima che qualcuno si accorga che è rimasto lì, intatto, e chieda di chi fosse.

Nella serie ci vogliono tre giorni.

A casa vostra, se siete fortunati, un po’ di meno.

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