House of the Dragon 3, la morte del sogno. La recensione dell'episodio 8

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Gabriele Lippi

Gabriele Lippi

L'atroce battaglia di Tumbleton chiude la stagione tra fiamme e sangue, uccidendo definitivamente l'utopia pacifista di Viserys. Disponibile su Sky e NOW, anche on demand

Il ritorno di Aegon e Sogno di fuoco segna una nuova svolta nelle vicende di House of the Dragon, una svolta fatta di fuoco e sangue, di lacrime, dolore, di tradimenti e nuove alleanze. Il finale di stagione della serie Hbo prequel e spinoff de Il trono di spade è disponibile su Sky e Now a chiudere un ciclo che era cominciato con il botto, con uno degli episodi migliori di tutta la serie, e si conclude due mesi più tardi con una puntata che non tradisce le attese.

Rhaenyra isolata

Rhaenyra è sempre più sola e isolata all’interno di una Fortezza rossa che ha sempre più le sembianze di una prigione per una regina rifiutata dal suo popolo, senza consacrazione divina, circondata da nemici redivivi. Segnata dai tradimenti di Ulf e Mysaria, punita per la sua incapacità di scegliere le persone a cui affidarsi, sempre più invisa anche a chi le è sempre stato fedele come Baela, può ormai appoggiarsi del tutto solo a Daemon, e di Daemon assume sempre più le sembianze.

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"Non fare di me un mostro"

Il confronto tra i due, un tempo acceso, sembra sempre più un coro a una sola voce mentre si prepara l’assedio di Tumbleton. “Il reame ci osserva, non fare di me un mostro”, prega la regina nell'ultimo disperato slancio di umanità. E Daemon è pronto a eseguire ma ormai è troppo tardi: la trasformazione è già avvenuta nel profondo di Rhaenyra, provare a salvare un’immagine pubblica è inutile quando la coscienza è ormai compromessa. Non esiste profezia o rivelazione che possa cambiare il corso degli eventi e mondare l’animo di chi – pur non desiderandolo – ha sprofondato il regno nella guerra.

L'orrore della guerra

Dall’altra parte della barricata, peraltro, c’è un Ormund spietato e completamente privo di scrupoli, che usa i bambini come scudi umani per proteggere quel briciolo di potere che crede di aver conquistato, consapevole che, se questo non dovesse fermare l’avanzata di Daemon e Caraxes, certamente comprometterà la reputazione della sovrana. Persino il ritrovarsi di due fratelli perduti e divisi non porta con sé nemmeno l’ombra di una riconciliazione. Non c’è più speranza per Westeros, il sogno di pace di Re Viserys è ormai morto, è troppo tardi persino per ogni disperato tentativo diplomatico: semmai c’è stato un tempo per trattare, quel tempo è finito.

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"Tutto è orrendo"

Tutto è “orrendo”, come recita Helaena in un potentissimo monologo: la capitale, la Fortezza rossa, il regno intero, la stessa regina. La Sognatrice è l’ultimo barlume di innocenza in un mondo che non sembra ammetterne più, ma anche lei si spegne un po’ alla volta, rinchiusa nella sua stanza, il volto rigato dalle lacrime, una nuova vita ostaggio con lei nel suo ventre. Il talento di Evie Allen, forse un po’ sacrificato fin a questo punto, esplode completamente in una figura tragica vittima di un mondo a cui non è mai appartenuta. La tensione del dualismo con Rhaenyra, già emersa negli episodi scorsi, esplode qui in una nuova scena accanto a Emma D’Arcy, confermando una chimica tra le due attrici ormai così solida da essere percepibile persino nell’assenza di una delle due.

Il ritorno di Ryan Condal

Lo showrunner Ryan Condal torna alla scrittura, affiancato da Ti Mikkel, per tirare i fili di una tela che è metaforica e concreta al tempo stesso, con una regia puntuale e senza troppi fronzoli affidata ad Andrij Parek, all’esordio dietro la macchina da presa nella serie ma con un solidissimo curriculum da regista e direttore della fotografia in HBO (Succession, Watchmen, Scene da un matrimonio).

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Non c'è gloria nella guerra

La battaglia finale è sporca, non concede grande spazio all’epica, mostra quanto sia pericoloso mettere un'arma di distruzione di massa nelle mani sbagliate, e le immagini con cui si chiude sono intrise del dolore della guerra. Non c’è gloria negli uomini che si uccidono tra di loro in nome di una causa che non esiste, di una promessa già tradita. Non c’è luce che non sia pallida e fioca in un regno che non sembra più conoscere il sole di un cielo terso né nubi cariche di pioggia ma solo una fitta coltre di panna che filtra e attenua ogni raggio di speranza. Ed è così, con la morte dell’innocenza che si chiude questa stagione, prodromo di quella conclusiva, quando la Danza vedrà i suoi passi finali, verso la caduta della Casata dei Draghi.

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