House of the Dragon 3, episodio 2: un cammino di lacrime e sangue. La recensione
Nella notte italiana, in contemporanea con la messa in onda negli Stati Uniti, è arrivata la nuova puntata della serie HBO, spin-off de Il Trono di Spade. Su Sky e in streaming su NOW, disponibile anche on demand. La via di Rhaenyra verso il trono è intrisa di dolore
Il cammino di una regina è intriso di lacrime e sangue. Il secondo episodio della terza stagione di House of The Dragon, serie HBO spin-off di Game of Thrones, è arrivato nella notte italiana tra del 29 giugno, in contemporanea con la messa in onda negli Stati Uniti, su Sky Atlantic e in streaming su NOW (sempre disponibile on demand). E se la nuova stagione era iniziata all’insegna delle battaglie di terra, di cielo e soprattutto di mare, questa seconda puntata si prende fin dall’inizio il suo tempo, scandito da un ritmo più lento ma non per questo meno denso di avvenimenti ed emozioni.
Il prezzo della vittoria
Rhaenyra (Emma D’Arcy) è sul punto di essere spezzata da un nuovo lutto mentre dal punto di vista militare le cose sembrano volgere decisamente a suo favore. Il suo esercito e la sua flotta non fanno che conquistare terreno, vincendo una battaglia dopo l’altra, ma il prezzo da pagare è decisamente troppo alto. La sintesi di tutto ciò è affidata alle parole di uno che quel prezzo ha rischiato di pagarlo in prima persona, con la sua vita, un condottiero che ha perso tutto e può restare aggrappato solo a ciò che resta della sua famiglia: “Se questa è una vittoria, spero di non vederne mai un’altra”.
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Tutta la profondità di Rhaenyra
La perdita e il dolore pervadono tutta la prima metà dell’episodio, con la colonna sonora di Ramin Djawadi che fa da contrappunto e accento a ogni scena, tanto nella sua presenza quanto nella sua assenza, e la fotografia scura di Alejandro Martínez a incorniciare l'atmosfera cupa dell'episodio. Emma D’Arcy, sempre più padrona del ruolo, dà forma col corpo e la voce a una sofferenza troppo grande per poter restare nascosta, dipingendo una Rhaenyra ancora profondamente umana, non indurita dall’esperienza e da una guerra fratricida, capace nonostante tutto di compassione e di una inaspettata lucidità. Il punto di svolta nell’episodio arriva esattamente alla sua metà, quando la regia di Clare Kilner indugia sul volto della regina, che in quel momento si trasmuta dal dolore alla fredda e rigida determinazione nel riprendersi ciò che le spetta.
Daemon contrappeso del dolore di Rhaenyra
Contrappeso a questo dolore torna a essere Daemon (Matt Smith), non più ai margini della trama, freddo e cinico: mentre la regina piange, lui festeggia, salvo tornare completamente al suo dovere di principe consorte e marito non appena raggiunto dalle notizie che arrivano da Roccia del Drago. C’è una missione da portare a termine, un’occasione da cogliere, con la promessa di Alicent (Olivia Wilde) che sta per giungere a compimento. Approdo del Re è indifesa come non lo è mai stata, pronta a inchinarsi e trasformarsi in Approdo della Regina.
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Approdo della Regina
L’arrivo di Rhaenyra alla capitale è una presa di distanze da ciò che nell’universo di Game of Thrones è stato e a Westeros sarà quello di Daenerys. Syrax atterra poggiando delicatamente le sue ali sulle mura, Rhaenyra parla ai cittadini invitandoli a non temere, promette loro di riportare ordine e pace. Non c’è nessuna follia genocida nei suoi occhi, nessuna feroce voglia di rivalsa nei confronti di un mondo misogino e maschilista, nessuna strada messa a ferro e fuoco. È ancora troppo presto. La violenza cruda, in House of the Dragon, è prerogativa riservata ad altri. Quella di Rhaenyra è una violenza riluttante, perché il trono esige il suo pegno di sangue e affinché un regime cada, qualcuno deve morire: una regola non scritta a cui persino una regina deve sottostare. E il sangue, c’è da attenderselo, chiama sangue, l’odio non fa che generare odio, la vendetta produce altra vendetta, in un circolo ben lungi dall’essere spezzato.