Daredevil: Rinascita 2 - La ripugnante oscurità, recensione episodio 7

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Nicoletta Notari

Nicoletta Notari

Introduzione

Il nuovo episodio di Daredevil: Born Again 2, disponibile su Disney+, alza ulteriormente la tensione, intrecciando caos politico, vendette personali e crisi interiori. La città sprofonda nella violenza mentre Fisk, sempre più instabile, tenta di imporre un ordine costruito sulla paura. Al centro della narrazione c’è Karen, trascinata in un processo che diventa simbolo di una giustizia ormai compromessa

Quello che devi sapere

La ripugnante oscurità, recensione del settimo episodio

Tre feriti, due morti: la situazione esplode davanti al City Hall, dove la protesta degenera in violenza dopo l’intervento della task force. Il sindaco Fisk giura di ristabilire l’ordine, mentre in sottofondo risuona It Ain’t Easy di David Bowie, accompagnando immagini cariche di presagi.  Il brano, con la sua malinconia disillusa e quel senso di fatica esistenziale, accompagna perfettamente un mondo in cui nulla è davvero semplice: né fare la cosa giusta, né distinguere il bene dal male. Le parole e l’atmosfera della canzone sembrano riflettere lo stato d’animo dei personaggi, intrappolati in scelte difficili, relazioni spezzate e un equilibrio sempre più fragile tra giustizia e vendetta. In un contesto segnato da violenza e perdita, Bowie diventa così la voce emotiva dell’episodio, sottolineando quanto sia “non facile” restare umani quando tutto spinge nella direzione opposta.

Nella camera da letto di Fisk una rosa rossa appassita e l’abito nero raccontano più di mille parole: qualcosa si è spezzato.

Karen Page viene arrestata. Fisk la raggiunge e la accusa di essere una criminale, complice di un “vigilante squilibrato”. La città la vede come un’eroina, ma per lui è solo una donna piegata dall’amore. Karen non arretra e lo vede diverso, per la prima volta spaventato. Fisk reagisce con violenza, afferrandola al collo - “non è paura, è ordine”. Si sente scricchiolio delle ossa del collo, la rabbia è alle stelle, poi molla la stretta, vuole punirla pubblicamente.

 

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"L’amore è una prigione"

Il titolo La ripugnante oscurità, racchiude perfettamente il senso dell’episodio, evocando una discesa sempre più profonda in un mondo dove il confine tra giustizia e brutalità si è ormai dissolto. Non si tratta solo dell’oscurità esterna -quella della città, della violenza, del potere corrotto - ma soprattutto di quella interiore, che divora i personaggi dall’interno. È “ripugnante” perché non lascia spazio a illusioni: mette a nudo le contraddizioni, le ossessioni e le scelte più estreme, costringendo tutti a confrontarsi con ciò che sono davvero. In questo episodio, l’oscurità non è più solo una condizione, ma una forza dominante che avvolge tutto e da cui sembra sempre più difficile fuggire.

Fisk affronta un momento di cedimento con la dottoressa Glenn. Alla domanda su come stia davvero, qualcosa si incrina: nessuno glielo ha chiesto da quando Vanessa è morta. "Ho sempre accettato e saputo che l’amore è una prigione ma non mi sarei aspettato di rimanrci da solo" ammette Fisk. Emergono anche dettagli inquietanti: Glenn ha frugato tra gli effetti personali di Vanessa, sottraendo un orecchino, ma Fisk se n’è accorto. 

 

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Gioco di nervi

Il confronto tra Karen e la dottoressa Glenn è teso e personale. Un vero e proprio gioco di nervi, carico di tensione emotiva e non detto: entrambe, in modi diversi, hanno amato Matt Murdock, e proprio su questo terreno fragile si consuma lo scontro. Karen, ora in prigione, rifiuta il test psicologico e si espone senza filtri: è innamorata di un uomo inaccessibile, distante, impossibile da decifrare fino in fondo, “quando dormiamo insieme non so chi ho accanto… ma è anche un gran figo”, ammette con lucidità amara. Glenn, passata ormai dalla parte di Fisk, affonda il colpo riportando alla luce i traumi di Karen: la morte del fratello, quella di Wesley, una vita segnata da uomini che l’hanno guidata o manipolata. Ogni parola diventa un attacco mirato.

Karen non resta in silenzio e ribalta l’accusa: ricorda il legame di Glenn con Vanessa Fisk e la responsabilità indiretta nella morte di Foggy, insinuando che sia stata proprio la sofferenza causata da Matt a spingerla tra le braccia del potere. È il punto di rottura. Glenn perde il controllo, scatta e la schiaffeggia, respingendo con rabbia qualsiasi forma di pietà. Non è solo uno scontro personale, ma il riflesso di due percorsi opposti segnati dallo stesso uomo: amore, dolore e scelte che ora le collocano su fronti inconciliabili.

Questo episodio colpisce per la sua capacità di spostare il conflitto dal piano fisico a quello emotivo e psicologico, mostrando come la vera battaglia non si combatta solo nelle strade ma dentro i personaggi. Il confronto tra Karen e la dottoressa Glenn ne è l’esempio più potente: non è solo uno scontro tra due donne, ma tra due visioni opposte.

 

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Il processo in diretta

Il processo a Karen si apre con accuse pesantissime: Fisk vuole che paghi per tutto. Il procuratore la dipinge come una minaccia. Torna l'avvocato dei vigilanti, Kirstin McDuffie che già aveva difeso lo Spadaccino e la difesa ribalta la prospettiva: è una giustiziera fuori controllo o l’ultima speranza in una città corrotta? 

Poi chiede una mano a un collega, non di certo uno qualunque: si spalanca la porte del tribunale ed entra Matt Murdock. Era dato per disperso, anche Fisk fingeva di volere il suo ritorno ed eccolo lì a ribaltare la situazione e a peggiorare la posizione di Fisk. L’interrogatorio dell’agente Powell e di un poliziotto ferito rivela dettagli inquietanti: un’operazione armata contro un avvocato cieco, con mezzi militari, lascia intendere un ordine diretto dall’alto. Il giudice invita alla cautela, ma le telecamere trasmettono tutto: l’opinione pubblica diventa una giuria invisibile.

Nel frattempo di fronte allo sgretolarsi dell'immagine di Fisk la governatrice Marge McCaffrey decide di agire: è il momento di fermare il sindaco di New York e togliergli l'incarico. Ma la situazione precipita. Cherry, un investigatore privato e stretto alleato di Matt Murdock, dà dettagli sull'arresto di Karen. Interpretato dall'attore Clark Johnson, Cherry è una delle poche persone a conoscenza della vera identità segreta di Matt come Daredevil. Viene scoperto come informatore e vogliono eliminarlo, Matt per difenderlo resta gravemente ferito. 

 

 

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Quando resta solo credere

Ferito e allo stremo, Matt si rifugia in chiesa: tra luci rosse e candele si trascina fino all’altare e si affida a San Giuda, patrono dei casi disperati, pregando “sono troppo indifeso e solo”. È un momento in cui anche la sua fede sembra vacillare. Alle sue spalle arriva Jessica Jones, che nonostante l’attacco subito in casa dagli uomini di Mr. Charles, mentre era sola con la figlia, non si tira indietro e sceglie di stargli accanto. Lei stessa ha affrontato Charles, minacciandolo di non avvicinarsi più: “un uccellino mi ha detto che i tuoi poteri non sono più come una volta”, le aveva risposto lui. Intanto la governatrice Margie McCaffrey valuta di prendere le distanze da Fisk, ma eliminarlo non è semplice: è l’unica che può revocare gli accordi sul porto legati al traffico di armi illegali. Jessica è chiara: Fisk non si fermerà, “o lui elimina te… ma la città ha bisogno di te”. In questo scenario, anche Bullseye viene rimesso in gioco “per una buona azione”: Daredevil gli concede un’altra possibilità: (“per quanto voglia ucciderti, ho bisogno di perdonarti”) e lo coinvolge, affidandogli un ruolo decisivo, quello di evitare l’attacco alla governatrice. 

La fede di Matt Murdock è uno degli elementi più complessi e tormentati della serie, e in questo episodio emerge in tutta la sua fragilità. Non è una fede rassicurante o incrollabile, ma una tensione continua tra colpa e redenzione, tra giustizia e vendetta. Quando Matt si inginocchia in chiesa e prega San Giuda, non lo fa da eroe, ma da uomo spezzato, consapevole dei propri limiti e delle proprie contraddizioni.

La sua religiosità non lo salva dal dubbio, anzi lo espone ancora di più: ogni scelta diventa un peso morale, ogni atto violento una ferita interiore. Eppure è proprio questa fede imperfetta a impedirgli di cedere del tutto all’oscurità.

Senza via d’uscita

Mentre Matt prega, invocando San Giuda per una causa disperata, c'è un altro “caso perso”: quello di Daniel Blake. Nel confronto con Buck Cashman, braccio destro di Fisk, viene messo davanti alla prova definitiva. Daniel, responsabile delle comunicazioni per il sindaco, è sospettato di proteggere BB Urich, la giornalista che si oppone apertamente al sistema di Fisk e che, proprio per questo, è diventata scomoda.

Qui la logica è chiara e spietata: non esistono miracoli né redenzioni. Daniel potrebbe salvarsi consegnando l’amica, incastrandola, ma sceglie di non farlo e le permette di fuggire. È una decisione che lo condanna. Aveva già ricevuto una seconda possibilità per dimostrare la propria lealtà, e Buck - che in fondo lo considerava capace, un “finto giullare” solo in apparenza - lo aveva avvertito, facendogli assaporare la paura.

Ma nel mondo di Kingpin non c’è spazio per gli errori. Una sola mossa sbagliata basta a cadere. Daniel diventa così una causa persa, un caso impossibile da salvare secondo le regole di quel sistema. E mentre la preghiera di Matt riecheggia in chiesa, altrove il verdetto è già stato pronunciato. Buck non conosce pietà, Daniel non chiede nemmeno più di essere salvato: un colpo secco alla testa, e tutto finisce. Amen.

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