Daredevil: Rinascita 2 - Requiem senza pace, recensione episodio 6

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Nicoletta Notari

Nicoletta Notari

Introduzione

Il sesto episodio di Daredevil - Born Again 2, intitolato Requiem, disponibile su Disney+, segna un punto di svolta netto nella stagione, portando al collasso definitivo ogni equilibrio. La morte di Vanessa libera la furia incontrollata di Fisk, mentre la città sprofonda in un clima di tensione e rivolta. Il ritorno di Jessica Jones e l’emergere della resistenza ampliano il conflitto, rendendolo sempre più personale e diffuso. New York diventa un campo di battaglia senza più confini chiari e anche i protagonisti vacillano: la linea tra giustizia e vendetta si fa sempre più sottile e nessuno sembra davvero in grado di fermarsi

Quello che devi sapere

Un uomo in lutto, un mostro risvegliato

L’episodio 6 di Daredevil Born Again, terz’ultimo di questa seconda stagione distribuita da Disney +, si apre con un’immagine inusuale di Wilson Fisk: in lacrime. Una scelta che punta chiaramente a umanizzare il personaggio, ma che dura pochissimo. Quando un medico gli porge le condoglianze per la morte di Vanessa (episodio 5) e tenta di abbracciarlo, Fisk reagisce uccidendolo brutalmente. Il passaggio è netto, forse fin troppo: dal dolore alla violenza, senza alcuna mediazione.

Con la morte di Vanessa, il sindaco Wilson Fisk abbandona definitivamente ogni facciata: è pronto a tornare Kingpin, con tutta la ferocia e la brutalità che questo comporta. L’omicidio del medico, compiuto senza alcun tentativo di copertura, è già un segnale chiaro: questa deriva non solo segnerà il suo destino personale, ma rischia di trasformarsi in un disastro per il suo mandato e per l’intera città.

La sequenza della messa funebre per Vanessa rafforza ulteriormente questo passaggio. Tutti sono vestiti di nero, mentre Fisk spicca in bianco, gigantesco, con il volto contratto e una sola rosa rossa in mano. La scena è divisa anche visivamente, la doppia faccia di New York: da una parte la polizia e i cittadini, dall'altra dal lato di Fisk la task force antivigilanti e il suo staff. Il prete recita il Requiem aeternam: “Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace. Amen”, una preghiera cristiana che invoca riposo e luce per i defunti. Ma la scena costruisce l’esatto opposto: quella pace non esiste.

Mentre la musica sacra risuona, il montaggio intreccia più linee narrative: Bullseye si muove come un’ombra nel rifugio di Daredevil e Karen; Mr. Charles si reca nel deposito di armi, scoprendo che è stato svuotato, perché Fisk ha già ordinato di trasferire tutto altrove. Segnali chiari che qualcosa di più grande si sta preparando.

Fisk depone la rosa sulla bara di Vanessa, mentre scorrono rapidi i ricordi del loro amore. Quando esce dalla chiesa, il suo volto è già cambiato: il lutto si sta trasformando in determinazione, e la rabbia appare ormai incontrollabile. Più che un uomo in dolore, Fisk sembra già un uomo che sta pianificando la sua prossima mossa.

 

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Una madre, una minaccia: il ritorno di Jessica Jones

La scena si apre sulla quotidianità di una casa: una colazione, giochi per bambini accompagnati da musichette leggere. Poi, un dettaglio rompe l’equilibrio,  il rumore di un’auto che si avvicina. La donna in casa esce, e in un attimo la scena esplode: i corpi volano, gli aggressori vengono eliminati senza esitazione. È una mattanza rapida, quasi chirurgica. Subito dopo, però, il tono cambia di nuovo. Lei rientra con calma, si avvicina alla figlia che sta giocando. Come se nulla fosse appena accaduto. Quella donna è Jessica Jones. Il ritorno di Krysten Ritter non è trattato come un semplice cameo, il vero elemento di rottura non è tanto la violenza quanto la presenza della figlia. Jessica non è più solo la detective disillusa e solitaria: ora è una madre. Questo cambia immediatamente la posta in gioco, introducendo una vulnerabilità nuova che la serie non esplicita del tutto, ma che appare chiaramente destinata a pesare nel lungo periodo.

Allo stesso tempo, questa scelta sembra inserirsi in una strategia più ampia dell'universo Marvel. Il ritorno di Jessica Jones in Daredevil Born Again 2 non si limita a operare sul piano nostalgico, ma punta a riallineare la narrazione in una direzione più grande. Non siamo semplicemente davanti a una nuova fase del personaggio, ma a un segnale programmatico: l'Universo Cinematografico Marvel sta preparando una nuova generazione, e allo stesso tempo sta definendo il loro ruolo come punto vulnerabile. Le minacce non colpiscono più solo gli eroi, ma ciò che hanno di più personale.

In questo senso, la possibile identità della bambina: Danielle Cage, come ci ricordano i fumetti, figlia di Jessica Jones e Luke Cage. Nei comics, i due rappresentano una delle coppie più iconiche della Marvel, con una relazione complessa che evolve fino alla nascita della figlia. Nelle serie Netflix, il loro legame è più frammentato ma comunque centrale.  

Se si segue questa logica, l’introduzione della figlia di Jessica potrebbe avere implicazioni ben oltre la serie stessa. L’eventuale coinvolgimento di figure come Doctor Doom - già suggerite in altri progetti - renderebbe questa scelta ancora più significativa: colpire i figli degli eroi significa colpire il cuore del sistema. Non più solo uno scontro tra eroi e villain, ma un conflitto che si sposta su un piano più personale, e proprio per questo più destabilizzante.

 

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“La vendetta non è giustizia”

La puntata intreccia più linee narrative cercando di ampliare il fronte della resistenza. Soledad Ayala, moglie di Tigre Bianca, incarna bene questa ambivalenza: è stata vittima diretta delle angherie di Fisk, tenuta prigioniera, eppure continua a operare come infermiera, cercando di curare persino Bullseye nel rifugio di Karen e Matt. Intanto Karen parla apertamente di una resistenza che cresce “con ogni prigioniero”, mentre sullo sfondo si prepara la veglia al City Hall per Vanessa Fisk: un evento che divide New York, sospesa tra il lutto pubblico e la possibilità concreta di ribellarsi contro la legge marziale imposta dal sindaco. Anche dettagli come la sorte di Christofi Savva, primo ufficiale della Northern Star ormai eliminato, contribuiscono a delineare un sistema che elimina ogni dissenso, ma che al tempo stesso alimenta la tensione sotterranea.

Il cuore tematico dell’episodio emerge però nel confronto tra Karen e Matt. “Siamo davvero così diversi da Fisk?” chiede lei, spingendo il discorso su un terreno più scomodo. Karen è ormai disposta a considerare l’idea di uccidere Fisk, riducendo il conflitto a un “o io o lui”, mentre Matt insiste: “la vendetta non è giustizia”. È uno scontro che funziona perché mette in crisi entrambi, ma anche perché evidenzia una distanza emotiva crescente: Matt non riconosce più Karen, sempre più consumata dalla rabbia. La tensione si interrompe con un messaggio - “è lei” - che li conduce all’appuntamento di Daredevil con Jessica Jones, ma il dubbio morale resta irrisolto.

In parallelo, il ricevimento dopo il funerale mostra un Fisk già isolato, incapace persino di ascoltare le condoglianze. “Vanessa lo teneva a bada”, osserva la governatrice di New York, sottolineando come il vero vuoto lasciato non sia solo affettivo ma anche politico. Attorno a lui si muove una corte instabile: Buck, il braccio destro, Daniel, ora sempre più vicino ai vertici e BB Urich, giornalista e possibile talpa. È qui che emerge una delle dinamiche più interessanti e ciniche dell’episodio: il cosiddetto “test del pasto baritato”. L’idea è semplice quanto rivelatrice: offrire una falsa informazione e vedere se trapela, come il bario che illumina ciò che è nascosto. La strategia, che coinvolge direttamente Daniel e sfrutta persino il suo compleanno come copertura per avvicinare BB, mostra un sistema di potere che non si limita a reprimere, ma costruisce attivamente sospetto e manipolazione.

Ribellione e Resistenza

La veglia al City Hall, il municipio di New York, diventa subito il simbolo di una città spaccata: c’è chi depone fiori per Vanessa la moglie del sindaco Fisk e chi protesta apertamente (“Vanessa era parte del problema, piangete per i prigionieri di Fisk”). Il lutto pubblico si trasforma in un terreno di scontro politico, mentre la tensione cresce. Dall’alto, sulla terrazza che guarda il magazzino dove sono state spostate le armi, Daredevil attende. Arriva Jessica Jones: è ferita, ha una costola rotta, ed è furiosa. Qualcuno è entrato in casa sua mentre c’era sua figlia e non era la task force. Il quadro si allarga: alcuni elementi del governo americano, legati a Mr. Charles, sono coinvolti nel traffico di armi. Fisk le gestiva per conto loro, ma ora la task force se n’è appropriata dopo il trasferimento dal porto. La risposta è immediata: “andiamo a fare un po’ di casino”. L’assalto al magazzino della coppia runita dei Defenders Daredevil e Jessica Jones sfocia in uno scontro diretto contro la task force antivigilanti, culminando nell'esplosione del magazzino.

Parallelamente, la serie continua a lavorare sulle crepe psicologiche dei personaggi. Heather Glenn, nella casa di Vanessa Fisk, fruga tra i suoi gioielli, si osserva allo specchio, visibilmente scossa. Quando entra Buck, la scena si carica di ambiguità: lei confessa di aver ucciso un suo paziente (l'assassino psicopatico Muse) e di essere stata aggredita co violenza inaudita. In un momento disturbante, tenta di fargli provare ciò che ha subito, arrivando a strangolare Buck con il suo consenso. Anche qui emerge lo stesso tema: la vendetta come risposta al trauma, una forma di resistenza che però rischia di confondersi con la distruzione.

Intanto Karen Page sembra non resistere più: davanti a un Benjamin Poindexter (alias Bullseye) ferito ma sempre provocatorio e urtante, è pronta a ucciderlo per vendicare l'amico Foggy. Matt la ferma, ribadendo che “la vendetta non è giustizia”, ma la distanza tra i due è ormai evidente. “Scegli sempre la gente sbagliata”, gli dice Karen, accusandolo di risparmiare mostri come Fisk e Bullseye. 

Fuori, intanto, la città di New York esplode davvero. La folla al City Hall cresce, indossa maschere di Daredevil, grida “Resistenza” e “Ribellione”. Le storie dei prigionieri di Fisk vengono proiettate sulla facciata: testimonianze di abusi, violenze, repressione in nome della legge marziale. È una protesta spettacolare, quasi teatrale, che ricorda per impatto visivo altre narrazioni di ribellione collettiva.

La scena richiama apertamente un immaginario già noto, come quello nella serie spagnola La Casa di Carta: anche qui la ribellione al potere economico e politico viene messa in scena in modo plateale, quasi spettacolare, attraverso simboli e immagini forti rivolte direttamente ai cittadini, come accadeva con la pioggia di denaro o le proiezioni dei volti della banda con la maschera di Dalí. È una strategia comunicativa che rende la protesta non solo un gesto politico, ma anche un evento mediatico.

Fisk osserva la folla in tumulto da lontano, sempre più isolato. Non dialoga più. Si allontana. 

A quel punto il conflitto si espande definitivamente. Mr. Charles, tradito, si muove contro di lui e convince la governatrice di New York a ritirare il sostegno al sindaco. Ora la guerra non è più solo nelle strade, ma anche ai vertici del potere.

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Uno scontro necessario, zero compromessi

Sul fronte della cospirazione interna, il “test del pasto baritato” entra in gioco. Daniel Blake porta BB Urich a Staten Island, dalla madre, sfruttando il suo compleanno come copertura. Le confida una falsa informazione, ovvero che Fisk non si ricandiderà, per smascherarla. BB, simbolo della resistenza con i suoi video di Città Senza Paura, non cade nella trappola, ma il sospetto resta. Daniel trova le prove dei filmati contro Fisk nel cappotto di BB. Il loro rapporto si incrina: Daniel la accusa, teme di non poterla più proteggere da Buck, mentre lei continua a muoversi in un equilibrio sempre più fragile.

In parallelo, l’immagine di Fisk seduto di spalle, con l’ombra della maschera di Daredevil che gli si proietta sul volto, esplicita fin troppo il conflitto ormai inevitabile. Mancano ancora due episodi alla fine, eppure la stagione sembra già arrivata al suo scontro centrale. Quando Matt Murdock nei panni di Daredevil va da Fisk gli fa le condoglianze, ma il confronto si trasforma rapidamente in qualcosa di più: “diciamo che lo facciamo per la nostra città, per New York, ma non sono più sicuro sia così” ammette Daredevil. È un momento che prova a mettere in discussione le motivazioni di entrambi, suggerendo che la loro guerra sia diventata qualcosa di personale e autodistruttivo. Matt propone una tregua ("non vince nessuno, mettiamo un punto. Se tu lasci New York, io lascio New York”) ma la risposta di Fisk è netta: non c’è più nulla che gli si possa dare o togliere.

Quando Matt evoca Vanessa, Fisk perde ogni controllo. L’esplosione di violenza che segue culmina in un gesto altamente simbolico: durante lo scontro, Daredevil viene scaraventato contro il dipinto bianco, Rabbit in the Snow, l’opera che rappresentava il legame tra Fisk e Vanessa. Il quadro viene distrutto, macchiato di sangue, dilaniato: una metafora fin troppo esplicita della fine di ogni possibile umanità residua nel personaggio. 

 

Folla in rivolta, ordine in frantumi

Nel frattempo, la rete della task force si stringe fino a diventare apertamente repressiva. Saunders, che aveva aiutato Matt e Karen, viene smascherato come infiltrato: l’agente Connor Powell gli restituisce con sarcasmo il pass che sosteneva di aver perso, segnando di fatto la sua condanna. Poco dopo lo uccide senza esitazione, attribuendo la colpa ai vigilanti e alimentando deliberatamente il panico tra la folla. È un passaggio chiave, perché mostra come il potere di Fisk non si limiti alla forza, ma si fondi sulla manipolazione della narrazione: la violenza non solo viene esercitata, ma anche riscritta.

Nel caos che segue, Javi Espinosa, amico di Angela Del Toro, giace a terra privo di sensi, sanguinante. Angela e Karen cercano di soccorrerlo, ma la situazione precipita rapidamente. Karen, sotto copertura, perde la parrucca nel mezzo della sommossa e viene riconosciuta proprio da Powell, che le punta l’arma contro mentre lei alza le mani in segno di resa. È un momento che condensa bene la fragilità della resistenza: basta un dettaglio fuori posto perché tutto crolli.

In parallelo, lo scontro tra Daredevil e Fisk raggiunge il suo apice. Fisk, rialzandosi, lo provoca apertamente: “Non puoi arrestarmi. Uccidermi? Non lo farai”. E in effetti è proprio lì che la scena tenta di spingere Matt: per un attimo, complice anche la pressione emotiva accumulata e le parole di Karen, sembra davvero considerare l’idea di ucciderlo. È un momento costruito per mettere in crisi il suo codice morale, ma che resta in parte prevedibile: sappiamo che non lo farà, non solo per coerenza con il personaggio, ma anche perché la serie stessa non può permettersi di chiudere qui il conflitto.

Il vero nodo, però, è il montaggio parallelo: mentre Daredevil trattiene la propria mano e sceglie di non uccidere Fisk, Karen rischia di essere giustiziata da Powell. È un contrasto evidente, quasi didascalico: da una parte la scelta morale dell’eroe, dall’altra le conseguenze concrete di quella scelta in un mondo che non segue le stesse regole. Resta comunque una domanda aperta che l’episodio lascia sospesa: quanto può ancora permettersi Matt di non oltrepassare il limite, se il sistema intorno a lui lo ha già fatto da tempo?

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Musica nell’oscurità: la colonna sonora dei Newton Brothers

La colonna sonora, firmata da Andy Grush e Taylor Stewart, ovvero The Newton Brothers, gioca un ruolo fondamentale nel definire il tono anche di questo sesto episodio. Tracce come Femoral Head Midnight accompagnano i momenti chiave con un sound cupo e pulsante, che amplifica la tensione senza mai sovrastarla. La musica non si limita a sottolineare l’azione, ma lavora in sottrazione, insinuandosi nelle crepe emotive dei personaggi e rendendo ancora più opprimente l’atmosfera di una città ormai sull’orlo del collasso. È un accompagnamento coerente con la deriva narrativa dell’episodio: meno eroico, più disturbante, quasi a suggerire che non c’è più spazio per la redenzione, ma solo per le conseguenze. Meno costruzione di motivi memorabili, più creazione di tensione diffusa. È una scelta coerente con entrambe le stagioni di Daredevil Born Again, che abbandonano progressivamente la dimensione del vigilante come figura mitica per immergersi in un contesto più sporco e disilluso. 

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