Avvocato Ligas episodio 4, recensione: il processo al populismo mediatico e alle parole
Serie TVIntroduzione
Nel quarto episodio di Avvocato Ligas, il legal drama Sky con Luca Argentero, la serie affronta uno dei suoi casi più attuali e controversi: la difesa di un conduttore radiofonico sopra le righe interpretato da Valerio Aprea, accusato di istigazione a delinquere. Un processo che diventa subito qualcosa di più di una semplice vicenda giudiziaria, trasformandosi in una riflessione sul linguaggio, sul populismo mediatico e sul confine sempre più fragile tra libertà di espressione e responsabilità. Mentre in aula si discute del peso delle parole, fuori Lorenzo Ligas continua a perdere il controllo della propria vita privata, tra gelosie, paure e identità che si incrinano. L’episodio è disponibile su Sky e in streaming su NOW, mentre il quinto episodio della serie è atteso per venerdì 27 marzo con un nuovo caso.
Quello che devi sapere
Avvocato Ligas, recensione episodio 4: il processo al populismo
«Dagli studi di Radio Illinois, va in onda Strike! senza filtri, senza censure, senza pietà. Conduce in studio Sandro Masi ».
Non è soltanto un’apertura.
È un manifesto.
Una dichiarazione di guerra.
Il quarto episodio di Avvocato Ligas (disponibile su Sky e in streaming su NOW) parte da qui: da una voce che non vuole mediazioni, da un linguaggio che rifiuta il limite, da un’idea di comunicazione che confonde libertà e aggressione.
E per la prima volta la serie porta davvero in aula qualcosa che non è solo un caso giudiziario.
Ma un clima.
Un modo di stare nel mondo.
Il cane, i palloncini e ciò che non si può trattenere
Subito dopo il titolo, come in ogni episodio, Avvocato Ligas si apre con una breve sequenza.
Un frammento.
Quasi un indizio.
In questo quarto episodio è un cane.
Un papillon, piccolo, elegante, nervoso.
Gioca con dei palloncini colorati.
Li rincorre.
Li sfiora.
Prova ad afferrarli per il filo.
Ma non riesce mai davvero a prenderli.
E quando finalmente sembrano a portata, qualcosa cambia.
I palloncini salgono.
Si alzano.
Sfuggono.
E a quel punto non c’è più possibilità di recuperarli.
È una scena minima.
Ma è già tutto.
Perché in quell’immagine c’è l’intero episodio.
Il desiderio che sfugge.
Il controllo che si illude di esistere.
La distanza tra ciò che crediamo di poter trattenere e ciò che inevitabilmente perdiamo.
È un gesto leggero, quasi infantile.
Ma racconta qualcosa di profondamente serio.
Perché Lorenzo Ligas, in questo episodio, fa esattamente la stessa cosa.
Con il suo lavoro.
Con Patrizia.
Con la sua identità.
Continua a inseguire qualcosa che crede ancora di poter controllare.
Ma che è già altrove.
Il caso Sandro Masi: quando le parole diventano reato
Il nuovo cliente di Lorenzo Ligas (Luca Argentero) è Sandro Masi, conduttore radiofonico sopra le righe interpretato da Valerio Aprea.
Un uomo che vive di parole.
E che proprio con le parole ha superato il limite.
È accusato di istigazione a delinquere.
Ma il punto non è solo stabilire se abbia incitato qualcuno a compiere un reato.
Il punto è capire quanto pesano le parole oggi.
E soprattutto:
le parole sono ancora solo parole?
O sono già azioni?
In questo senso il personaggio di Masi sembra inserirsi in una tradizione ben precisa, che va da Un volto nella folla di Elia Kazan fino alle forme più contemporanee di comunicazione spettacolarizzata: figure capaci di trasformare il linguaggio in uno strumento di consenso, dove la parola non descrive la realtà, ma la orienta.
Il processo diventa così qualcosa di più complesso.
Non si giudica solo un uomo.
Si giudica un linguaggio.
Il populismo come spettacolo
Il personaggio di Masi non è costruito come il solito, antipatico conduttore
Non è un cattivo.
È qualcosa di più ambiguo.
È un performer.
Un uomo che ha capito come funziona l’attenzione.
Come si genera consenso.
Come si costruisce una comunità attraverso la rabbia.
La sua radio non è informazione.
È spettacolo.
E in questo senso il quarto episodio è probabilmente il più contemporaneo della serie.
Perché intercetta perfettamente un fenomeno reale: la trasformazione del dibattito pubblico in intrattenimento.
Valerio Aprea, tra retorica e proverbi
Valerio Aprea è bravissimo a incarnare Sandro Masi.
Non lo interpreta semplicemente.
Lo abita.
Lo costruisce come una presenza scenica continua, anche quando sembra fermo.
Soprattutto in aula, dove il personaggio trova la sua dimensione più interessante.
Perché è lì che il populismo smette di essere solo rumore.
E diventa retorica.
Masi si presenta con la lavallière, quella cravattina morbida che richiama un immaginario quasi anarchico, da tribuno più che da imputato.
Non rinuncia mai a provocare.
Anche quando dovrebbe difendersi.
Anche quando il contesto richiederebbe misura.
E invece rilancia.
Sempre.
A un certo punto cita un proverbio meneghino:
«O te mangiet la minestra o te saltet dala finestra».
E lo fa con una leggerezza studiata, quasi ironica.
Perché il punto del suo discorso è esattamente questo.
Le parole sono immagini.
Sono iperboli.
Esagerazioni.
Nessuno si è mai sognato di buttare qualcuno dal sesto piano perché ha lasciato un po’ di brodo.
E allora perché attribuire a lui una responsabilità diretta per ciò che altri potrebbero fare?
La sua difesa è tutta qui.
Nel ribaltamento.
Nel trasformare l’accusa in una questione di linguaggio.
Chi non conosce l’arte della retorica — suggerisce Masi — scambia le figure per fatti.
Le metafore per istigazione.
Le provocazioni per ordini.
E a quel punto il discorso si allarga.
Diventa quasi metanarrativo.
Perché, come osserva Ligas se qualcuno prende ispirazione da Genny Savastano, non è che il giudice arresta gli autori di Gomorra.
È una linea sottile.
Scomodissima.
Ma estremamente attuale.
Ed è proprio su questa ambiguità che Aprea costruisce la sua interpretazione.
Sempre in bilico.
Tra lucidità e manipolazione.
Tra intelligenza e cinismo.
Senza mai offrire allo spettatore un appiglio definitivo.
E forse è proprio questo il punto.
Ligas e l’attrazione per il rischio
Ligas e l’attrazione per il rischio
Come sempre, Ligas accetta il caso.
E lo fa per le ragioni sbagliate.
Non perché creda necessariamente all’innocenza del cliente.
Ma perché il caso è interessante.
Pericoloso.
Instabile.
È il tipo di situazione che stimola la sua mente.
Perché Lorenzo Ligas non è un avvocato che cerca la verità.
È un avvocato che ama le sfide.
E più la sfida è ambigua, più lo attrae.
La sauna: uno dei momenti più veri della serie
Tra le scene più riuscite dell’episodio c’è quella della sauna con Paolo.
Un momento sospeso.
Quasi silenzioso.
Lontano dal tribunale.
Lontano dalla performance.
Paolo lo mette di fronte a una verità semplice: sta sbagliando tutto con Patrizia.
Ligas prova a reagire.
Si difende.
Ironizza.
Poi però si ferma.
E ammette una cosa che non dice mai:
ha paura.
È un passaggio fondamentale.
Perché per la prima volta il personaggio non si nasconde dietro il sarcasmo.
Il compleanno di Laura: quando Ligas perde il controllo
La sequenza del compleanno della figlia è uno dei momenti più dolorosi dell’episodio.
Ligas prova a fare tutto bene.
Organizza.
Prevede.
Controlla.
Vuole essere perfetto.
E per un attimo sembra riuscirci.
Poi arriva l’imprevisto.
I biglietti del concerto.
Il nuovo compagno di Patrizia.
Il confronto.
E tutto si incrina.
Perché Ligas non riesce a restare nel ruolo di padre.
Scivola immediatamente in quello di rivale.
E perde.
Non nel senso legale
Tra padri, rivali e testimoni silenziosi
Nel gioco di equilibri sempre più instabili della vita privata di Ligas, assume un ruolo sempre più interessante anche il personaggio interpretato da Raz Degan, Ayman Farah
Non è costruito come un antagonista.
E forse è proprio questo a destabilizzare.
Andrea è presente, misurato, persino accogliente.
Non invade.
Non provoca.
Ma esiste.
E questo basta.
Perché la sua sola presenza ridefinisce lo spazio emotivo di Ligas.
Nel confronto tra i due non c’è mai uno scontro diretto.
Non c’è conflitto dichiarato.
Eppure la tensione è evidente.
Sottile.
Quasi educata.
Ma proprio per questo più difficile da gestire.
Perché Ligas non può combattere.
Non può attaccare.
Può solo osservare.
E confrontarsi.
E in quel confronto perde terreno.
Accanto a lui, ancora una volta, c’è Paolo.
E qui vale la pena fermarsi un attimo.
Perché Flavio Furno costruisce uno dei personaggi più riusciti della serie.
Il suo Paolo è un controcampo perfetto.
È l’amico che resta.
Che osserva.
Che non giudica, ma non assolve nemmeno.
Nella scena della sauna, ma anche nei piccoli scambi disseminati nell’episodio, Furno lavora per sottrazione.
Non cerca mai la battuta.
Non forza mai il tono.
E proprio per questo riesce a essere credibile.
È il personaggio che tiene ancorato Ligas alla realtà.
Quello che vede prima degli altri le crepe.
E che, senza retorica, prova a nominarle.
In un mondo fatto di parole che manipolano, amplificano, distorcono, Paolo è forse l’unico che usa il linguaggio per quello che è.
Dire le cose come stanno.
Anche quando fanno male.
Gelosia e identità: il vero punto debole di Ligas
La gelosia che emerge in questa puntata è perturbante
È identitaria.
Ligas non sopporta l’idea di essere sostituibile.
Di non essere più centrale.
Di non essere più necessario.
E questo lo porta a comportamenti che tradiscono tutta la sua fragilità.
È qui che la serie diventa più interessante.
Perché smette di raccontare un avvocato brillante.
E comincia a raccontare un uomo che non sa gestire la perdita.
Marta Carati: quando la realtà rompe la narrazione
Anche Marta (Marina Occhionero), in questo episodio, attraversa una frattura.
Non è improvvisa.
Non è spettacolare.
Ma è definitiva.
La scoperta che Emilio aspetta un figlio dalla moglie non arriva come un colpo di scena.
Arriva come una presa di coscienza.
Silenziosa.
Inevitabile.
È il momento in cui la narrazione che Marta si era costruita smette di reggere.
Perché fino a quel punto la relazione poteva ancora essere raccontata.
Giustificata.
Rielaborata.
Un amore complicato.
Una zona grigia.
Una scelta difficile.
Ma pur sempre una scelta.
Poi qualcosa cambia.
E non c’è più modo di raccontarla allo stesso modo.
La realtà entra.
E rompe il linguaggio.
Ed è qui che la serie trova uno dei suoi passaggi più sottili.
Perché Marta, a differenza di Ligas e di Masi, non usa la retorica per difendersi.
Non costruisce un discorso.
Non cerca appigli.
Subisce.
E proprio per questo è il personaggio più esposto.
Più vulnerabile.
Se Masi manipola il linguaggio.
Se Ligas lo utilizza come strategia.
Marta ne resta fuori.
E quando ne resta fuori, resta anche senza protezione.
La scena accompagnata da Crazy di Riley Lynch è esemplare.
Il volto.
Le lacrime.
Il tempo che si dilata.
E poi il taglio netto.
La festa.
I bambini.
La luce.
Due mondi che coesistono senza toccarsi.
E in mezzo Marta.
Che per la prima volta non ha più una storia da raccontarsi.
Solo una verità da accettare.
La regia: il racconto passa dai dettagli
La regia di Fabio Paladini lavora ancora una volta in modo molto preciso.
Ma in questo episodio il lavoro sui dettagli è ancora più evidente.
Primissimi piani.
biciclette
Statue
Un gesto.
Dettagli di appartamenti.
Oggetti.
Superfici.
La macchina da presa sembra cercare continuamente indizi.
Come se ogni elemento potesse raccontare qualcosa.
Perché in fondo la serie insiste su un’idea molto chiara.
La verità non sta mai nel quadro generale.
Sta nei dettagli.
La colonna sonora: quando la musica diventa racconto
Anche in questo episodio la colonna sonora non si limita ad accompagnare le immagini.
Le interpreta.
Le contraddice.
A volte le anticipa.
E soprattutto le traduce in un linguaggio più diretto, quasi fisico.
Perché qui la musica non è sotto.
È dentro.
Dentro le scene.
Dentro i personaggi.
Dentro il modo in cui la serie costruisce il suo ritmo.
Prendiamo Great Balls of Fire.
Non è una scelta casuale.
È un’esplosione.
Un brano che porta con sé un’energia primordiale, quasi incontrollabile.
E infatti accompagna Sandro Masi nel momento in cui decide di non arretrare.
La gente vuole essere libera di dire quello che pensa.
E lui lo fa.
Senza filtri.
Senza misura.
Senza paura delle conseguenze.
Le querelle non le evita.
Le brucia.
Letteralmente.
Come se ogni polemica fosse materiale da sacrificare.
Un falò delle vanità, proprie e altrui.
E in quel momento la musica non commenta.
Amplifica.
Trasforma la parola in gesto.
Il pensiero in atto.
Poi il registro cambia.
Arriva Crazy di Railey Lynch.
E improvvisamente tutto si abbassa.
Si fa più intimo.
Più fragile.
Il brano inizia sul volto di Marta.
Un primo piano.
Le lacrime che segnano la pelle.
La scoperta di un segreto che incrina tutto.
E per qualche secondo la scena resta lì.
Sospesa.
Quasi immobile.
Poi il montaggio fa qualcosa di molto preciso.
Taglia.
E si sposta.
La festa per gli otto anni di Laura.
Colori.
Voci.
Bambini.
Un mondo che sembra leggero.
Ma che in realtà è attraversato da tensioni sotterranee.
E lì la musica lavora per contrasto.
Perché quello che vediamo e quello che sentiamo non coincidono più.
La gioia è solo apparente.
La crepa resta.
Ed è proprio in questo scarto che la serie trova una delle sue intuizioni migliori.
La musica non serve a dire cosa provano i personaggi.
Serve a mostrare ciò che non riescono a dire.
Anche altri brani della puntata si muovono in questa direzione.
Oscillano.
Tra energia e malinconia.
Tra superficie e profondità.
Tra controllo e perdita.
E finiscono per costruire una sorta di doppio racconto.
Uno visibile.
Fatto di dialoghi, azioni, processi.
E uno invisibile.
Fatto di ritmo, vibrazione, atmosfera.
In questo senso la colonna sonora diventa quasi una mappa emotiva dell’episodio.
E forse anche del protagonista.
Perché Lorenzo Ligas vive esattamente così.
Su due livelli.
Da una parte l’energia brillante, aggressiva, quasi performativa con cui affronta il lavoro.
Dall’altra una fragilità più silenziosa.
Più difficile da nominare.
Che emerge nei momenti di pausa.
Nei vuoti.
Nei dettagli.
E proprio come accade nelle canzoni, anche nella sua vita le due dimensioni non coincidono mai davvero.
Si sfiorano.
Si sovrappongono.
Ma restano sempre leggermente fuori asse.
Ed è in questo scarto che si crea la tensione.
La stessa tensione che attraversa tutto il quarto episodio.
E che la musica, più di ogni altra cosa, riesce a rendere percepibile.
Se questo episodio fosse un cocktail
Se il quarto episodio di Avvocato Ligas fosse un drink, sarebbe qualcosa che all’inizio sembra semplice.
Poi ti spiazza.
Potrebbe chiamarsi “Radio Fire”.
Un cocktail che parte brillante, quasi festoso, ma che nasconde un fondo più amaro.
La ricetta è precisa.
4 cl di bourbon riserva, caldo, avvolgente, leggermente arrogante.
3 cl di vermouth rosso, morbido, elegante, con una punta malinconica.
1 cl di liquore al peperoncino, per quella scossa improvvisa che arriva quando meno te l’aspetti.
Due dash di Angostura, perché ogni storia ha bisogno di una nota amara.
Una scorza d’arancia, espressa sopra il bicchiere, per dare un profumo che inganna.
Si mescola lentamente.
Ghiaccio grande.
Bicchiere basso.
Servito pulito.
All’inizio è Great Balls of Fire.
Caldo.
Diretto.
Esplosivo.
È Sandro Masi che parla, provoca, incendia tutto quello che incontra.
È la libertà di dire qualsiasi cosa, senza preoccuparsi delle conseguenze.
Poi arriva il liquore al peperoncino.
Quello che non avevi previsto.
E cambia tutto.
Perché il sorso diventa più aggressivo.
Più instabile.
E lì dentro comincia a emergere qualcosa di diverso.
È Crazy.
È Marta.
È quel momento in cui capisci che qualcosa si è rotto.
E non si può più tornare indietro.
Il problema è che questo cocktail, come Ligas, sembra sempre sotto controllo.
Ma non lo è.
Perché il bourbon resta.
Il calore sale.
E il finale è più lungo di quanto pensavi.
Più persistente.
Più difficile da dimenticare.
Proprio come questo episodio.
E alla fine restano solo i palloncini
Alla fine, tornando con la memoria a quell’immagine iniziale, tutto appare più chiaro.
Il cane correva.
Inseguiva.
Credeva di poter afferrare quei fili.
Credeva che bastasse allungarsi un po’ di più.
Un salto.
Un guizzo.
E invece no.
I palloncini, a un certo punto, salgono.
E quando salgono davvero, non c’è più tecnica che tenga.
Non c’è strategia.
Non c’è intelligenza.
C’è solo una distanza che si crea.
Silenziosa.
Irreversibile.
È esattamente quello che accade a Lorenzo Ligas.
Per tutta la puntata prova a tenere insieme le cose.
Il lavoro.
Il caso.
La figlia.
Patrizia.
La propria immagine.
E per un po’ sembra riuscirci.
Come sempre.
Con brillantezza.
Con controllo.
Con quel talento quasi insolente che lo rende irresistibile in tribunale.
Ma la vita non è un’aula.
Non ha regole stabili.
Non ha tempi certi.
E soprattutto non premia sempre chi è più bravo.
A un certo punto qualcosa si alza.
Si sposta.
Sfugge.
E lì Ligas resta fermo.
Non perché non sappia cosa fare.
Ma perché, per la prima volta, non basta più sapere.
E allora quell’immagine iniziale smette di essere un dettaglio.
Diventa una diagnosi.
Perché il vero problema di Ligas non è perdere.
È continuare a credere di poter controllare tutto.
Anche ciò che, ormai, è già altrove.