Avvocato Ligas tra bodybuilder, vergogna e pregiudizio: la recensione dell’episodio 3

Serie TV
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Nel terzo episodio di Avvocato Ligas, il legal drama Sky Original con Luca Argentero, la stagione entra davvero nel vivo. L’avvocato più irregolare del Tribunale di Milano affronta un nuovo caso giudiziario quasi impossibile, mentre la sua vita privata continua a complicarsi tra tensioni familiari e il confronto con il passato. In questa recensione dell’episodio 3 analizziamo il processo al bodybuilder accusato di omicidio, l’evoluzione del personaggio di Lorenzo Ligas e il modo in cui la serie Sky costruisce il suo protagonista tra ironia, talento e autodistruzione. L’episodio è disponibile su Sky e in streaming su NOW, mentre il quarto episodio della serie arriverà venerdì 20 marzo con un nuovo caso.

Quello che devi sapere

Avvocato Ligas, recensione episodio 3

La prima immagine del terzo episodio di Avvocato Ligas è una pallina gialla piena di piccoli buchi. Non è una pallina da tennis, ma da pickleball, lo sport che Lorenzo Ligas e il suo amico Paolo stanno giocando su un campo coperto di Milano.

È una sfera leggera, di plastica, traforata. I buchi servono a rallentare il gioco, a rendere i colpi meno potenti e più controllati. Ma guardandola da vicino viene quasi da pensare che sia anche una piccola metafora visiva del protagonista della serie. Una superficie apparentemente solida, attraversata da vuoti difficili da ignorare.

David Foster Wallace scriveva che «nel tennis il vero avversario, la frontiera che include, è il giocatore stesso». Wallace parlava di tennis, ma la frase sembra descrivere perfettamente anche Lorenzo Ligas.

La partita tra i due amici ha meno a che fare con lo sport e molto più con la dinamica di un’amicizia fatta di provocazioni, ironia e vecchia complicità. A un certo punto Ligas osserva Paolo muoversi in campo con una certa goffaggine e gli lancia una battuta fulminante: sembra «un cervo fermo davanti agli abbaglianti». Poi, a match concluso, stabilisce anche la regola della sfida: chi perde paga e i lividi sono suoi

Pochi scambi dopo Paolo si prende una pallina in pieno viso. È una scena quasi comica, ma racconta molto del rapporto tra i due. Paolo accetta la sconfitta, accetta anche il livido. Perché capisce che qualcosa non va davvero in Ligas.

Non è il lavoro.
Non è il tribunale.

È qualcos’altro.

E infatti poco dopo l’avvocato confessa all’amico di aver scoperto che la sua ex moglie ha una relazione.

A quel punto la frase di Wallace torna a suonare perfettamente a fuoco.
Perché, qualunque sia lo sport, il vero avversario di Lorenzo Ligas sembra essere sempre lo stesso.

Se stesso.

 

Paolo (Flavio Furno) e LIgas (Luca Argentero) nel terzo episodio di Avvocato Ligas

Il nuovo caso: difendere un uomo che sembra già colpevole

Il cuore del terzo episodio  (disponibile in esclusiva Sky e in streaming su NOW ) è il nuovo processo.

Ligas e la sua praticante Marta Carati si trovano davanti a un cliente che nessuno vuole difendere: Ferdinando (un ottimo Giulio Beranek), un bodybuilder accusato di aver assassinato Tomas, il proprietario della palestra in cui lavorava e dalla quale è stato licenziato.

Le prove sembrano schiaccianti.
Il suo precedente avvocato ha già abbandonato il caso.
Per molti colleghi la partita è chiusa prima ancora di cominciare.

Ma Lorenzo Ligas accetta la sfida.

Durante il primo incontro con l’imputato chiarisce subito la situazione: lui è rimasto l’ultima possibilità. Non promette miracoli. Ma è disposto a combattere proprio perché il caso sembra impossibile. Ed è esattamente il tipo di battaglia che stimola la sua mente.

Tra i momenti più efficaci dell’episodio c’è anche un breve scambio in carcere con il detenuto interpretato da Gigio Alberti. È uno di quei dialoghi rapidi ma molto rivelatori. Guardando Ferdinando negli occhi gli dà un consiglio semplice: non abbassare mai lo sguardo. «In carcere, come fuori dal carcere, è pieno di teste di c***». gli dice con un realismo brutale. Ma subito dopo aggiunge anche qualcosa che suona quasi come un incoraggiamento: ce la farà.

È una battuta ruvida, ma perfettamente in linea con il mondo raccontato dalla serie. Un mondo dove la linea tra colpevoli e innocenti è spesso più sfumata di quanto sembri e dove anche chi vive ai margini può avere una lucidità sorprendente nel leggere le persone. A volte persino più degli uomini che stanno dall’altra parte delle sbarre.

 

 

Giulio Beranek  è il bodybuilder Ferdinando, accusato di omicidio volontario nel terzo episodio dell'avvocato LIgas
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La mascolinità tossica e fragile dietro i muscoli

Il personaggio del bodybuilder introduce anche uno dei temi più interessanti dell’episodio.

La mascolinità.

Ferdinando rappresenta una versione quasi estrema dell’idea contemporanea di forza maschile: un corpo scolpito, disciplina ossessiva, aggressività latente.

Il suo fisico è la sua identità.

Ma è anche la sua prigione.

La serie suggerisce che dietro quella costruzione muscolare possa nascondersi una fragilità molto più complessa.

E il processo diventa anche un modo per interrogare proprio questa idea di forza.

Quanto conta davvero l’immagine che un uomo costruisce di sé?

E quanto può diventare pericolosa?

 

Bodybuilder, lusso e vergogna: il mondo dietro il processo

Ma il personaggio di Ferdinando racconta anche qualcosa di più ampio del semplice caso giudiziario.

Attorno al suo corpo scolpito ruota un intero immaginario contemporaneo fatto di lusso ostentato e identità costruite.

Catene customizzate, orecchini ghiaccio, girocolli d’oro e diamanti, orologi costosi, case di lusso. Il trionfo dell’avere sull’essere.

Non c’è però moralismo d’accatto nella serie, nessuna ipocrisia pelosa. È semplicemente il mondo in cui viviamo. Un mondo in cui la forbice tra ricchi e poveri continua ad allargarsi e dove anche chi non appartiene davvero a quel mondo sente il bisogno di imitarlo.

Viene quasi da pensare alle parole dei Baustelle nel brano A vita bassa:

“Professore lei non sa
Dice oggi Monica
Che la personalità
Se la può permettere
Solo una piccola élite…

E l’antidoto che ho
Al futuro anonimo
È la scritta Calvin Klein
È la firma D&G
Tatuata sugli slip…”

Il corpo diventa una vetrina. Un modo per raccontare al mondo una versione di sé.

Ma la serie suggerisce anche qualcosa di più inquietante.

Accanto ai soldi e al sesso, uno dei veri motori delle nostre azioni è spesso la vergogna.

La paura dello sguardo degli altri.

Il bisogno continuo di vendere agli altri – e oggi più che mai sui social – la migliore versione possibile di noi stessi.

Ed è proprio qui che il personaggio di Ligas diventa interessante.

Perché sul lavoro sembra sfuggire a questa gogna permanente. Non importa se qualcuno gli scrive sull’auto “avvocato del precariato”. Lui continua a fare il suo mestiere.

Ma allo stesso tempo conosce bene la differenza tra giustizia e legge.

Ed è proprio questo a turbarlo davvero: la possibilità che il suo assistito sia davvero un assassino.

Perché alla fine non decide il tribunale virtuale dei social.

Decide un giudice.

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La guerra silenziosa con lo studio Petrello

Parallelamente al processo continua anche il conflitto tra Ligas e il suo ex studio legale.

Michele Petrello  (Sergio Romano) non ha alcuna intenzione di riconoscergli la liquidazione.

È uno scontro che ha molto poco di giuridico e molto di personale.

Ma Ligas ha giocato d’anticipo.

La sera prima di essere licenziato ha copiato l’intero archivio dello studio su una chiavetta USB.

Una mossa da vero stratega.

Ora Petrello sa che il suo ex collaboratore possiede informazioni potenzialmente molto delicate.

Non è esattamente un ricatto.

È qualcosa di più sottile.

Una partita a scacchi.

Ligas  e Petrello (Sergio Romano) a confronto

Ligas, Patrizia e l’orsetto con due tane

Se in tribunale Ligas è quasi sempre impeccabile, nella vita privata appare molto più fragile.

Il rapporto con l’ex moglie Patrizia (Gaia Messerklinger) continua a essere uno dei nodi emotivi della serie.

Lei ha ormai accettato la separazione.

Per spiegare la situazione alla figlia , la donna ha comprato un libro per bambini: L’orsetto con due tane, una storia pensata per aiutare i più piccoli a comprendere cosa succede quando mamma e papà decidono di vivere in due case diverse.

Ma Ligas non riesce ad affrontare il discorso.

Davanti alla figlia cambia immediatamente argomento.

Propone di uscire tutti insieme a cena.

È una scena piccola.

Ma molto significativa.

Perché mostra quanto Lorenzo Ligas sia brillante quando deve risolvere problemi legali e incredibilmente immaturo quando deve affrontare quelli sentimentali.

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Raz Degan, Luca Argentero e i dinosauri

Un altro momento significativo dell’episodio nasce da un incontro quasi casuale al parco. Ligas porta la figlia a giocare e lì si trova davanti all’uomo che potrebbe diventare il nuovo compagno di Patrizia, interpretato da Raz Degan. L’atmosfera è educata, ma attraversata da una curiosità evidente. Quando scopre che l’uomo sta per accompagnare la bambina al Museo di Storia Naturale, Ligas decide di aggregarsi alla visita. Non è soltanto un gesto da padre presente: è anche un modo per capire meglio chi ha davanti.

La sequenza tra le sale del museo diventa così una piccola partita silenziosa tra due adulti che cercano di misurarsi senza dichiararlo apertamente. Guardando la scena viene quasi da pensare all’immagine dei titoli di testa della serie, dove compaiono due marionette a forma di dinosauro. Una figura ironica che sembra ricordare quanto, anche nelle relazioni più civili, continui a muoversi qualcosa di molto antico. Una specie di istinto primordiale, quasi un “cervello rettile” che riaffiora sotto la superficie razionale degli esseri umani

Luca Argentero e Raz Degan

Marta Carati e la linea morale della serie

Anche Marta continua a evolversi.

La giovane praticante rappresenta ancora la coscienza morale del racconto.

Se Ligas vive la legge come una sfida intellettuale, Marta continua a crederci come strumento di giustizia.

Ma anche la sua vita privata comincia a complicarsi.

Nel terzo episodio deve gestire la relazione clandestina con Emilio, suo ex professore universitario.

Una situazione che la costringe a confrontarsi con un territorio ambiguo.

Proprio lo stesso territorio in cui Ligas vive da anni.

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Milano, protagonista silenziosa

Anche in questo episodio Milano resta una presenza fondamentale.

Non è la città patinata delle campagne pubblicitarie.

È una metropoli elegante ma anche nervosa.

Il Palazzo di Giustizia.

Le palestre.

I locali notturni.

Gli studi legali del centro.

Milano diventa quasi uno specchio del carattere di Ligas: seducente, brillante, ma sempre un po’ instabile. Anche la regia insiste molto su questa dimensione urbana. La città non è solo uno sfondo, ma un ambiente che accompagna i personaggi: corridoi del tribunale, strade notturne, interni eleganti degli studi legali. È una Milano osservata con uno sguardo attento, accurato, appassionato, lontano dalla superficialità spesso corriva di molta fiction televisiva.

La regia di Fabio Paladini e il gioco dei dettagli

La regia di Fabio Paladini costruisce un linguaggio visivo che sembra riflettere direttamente la mente analitica del protagonista. Le scene ambientate nei luoghi della legge – tribunali, uffici, studi legali – sono spesso composte con inquadrature più ordinate e simmetriche, quasi a suggerire l’idea di un sistema che dovrebbe essere razionale e controllato.

Ma quando la narrazione segue Ligas nella sua vita privata, la macchina da presa cambia ritmo. Paladini lavora molto sui primissimi piani, isolando dettagli che diventano indizi visivi: una bocca che si contrae, un occhio che osserva, un gesto minimo che tradisce un’emozione.

Anche gli ambienti sono raccontati allo stesso modo. Un dettaglio di un appartamento, un oggetto su un tavolo, una fotografia, una croce appesa a una parete possono diventare piccoli frammenti di racconto.

È un linguaggio visivo che ricorda continuamente allo spettatore una cosa semplice: nella vita come nei processi, il diavolo – o forse Dio – abita sempre nei dettagli.

La sceneggiatura firmata da Federico BaccomoJean LudwiggLeonardo ValentiMatteo BozziCamilla Buizza e Francesco Tosco lavora proprio su questo principio: costruire ogni episodio come una serie di piccoli indizi che lentamente compongono il quadro.

 

 

Fabio Paladini e Luca Argentero sul set del terzo episodio di Ligas
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Luca Argentero e l’antieroe perfetto

Il principale motore della serie resta Luca Argentero.

Il suo Lorenzo Ligas è costruito su una tensione continua.

È affascinante.
Ma anche irritante.

È brillante.
Ma profondamente irresponsabile.

Argentero gioca costantemente su questo doppio registro: sicurezza e fragilità, ironia e autodistruzione.

Il risultato è un personaggio difficile. Un uomo convinto che tutto nella vita sia sempre un processo da vincere. Che beve lo champagne in coppa e non in flute, che ama il bourbon riserva, ma che non riesce ad accettare che la sua ex moglie non voglia tornare con lui.

Un rebus, insomma.

Ed è proprio per questo che resta interessante.

La colonna sonora tra rock ed elettronica

Anche la colonna sonora contribuisce a definire l’atmosfera dell’episodio. Nei titoli di coda compaiono brani molto diversi tra loro, che riflettono bene l’identità ibrida della serie: il rock classico di Rock Bottom degli UFO, l’elettronica pop di Hit My Heart dei Benassi Bros e la tonalità più intima e malinconica di Save Me di Joan Thiele. È una selezione musicale che attraversa epoche e generi diversi ma che riesce a mantenere una certa coerenza emotiva. Il rock porta con sé un’energia quasi nervosa, l’elettronica introduce un ritmo urbano più contemporaneo, mentre le sonorità più morbide e malinconiche accompagnano i momenti in cui la serie si concentra sulla fragilità dei personaggi.

In questo senso la musica non è soltanto un elemento di accompagnamento, ma diventa parte del linguaggio della serie. Le canzoni sembrano rispecchiare le due dimensioni in cui si muove Lorenzo Ligas: da una parte l’energia brillante e quasi aggressiva con cui affronta i casi in tribunale, dall’altra la malinconia che emerge quando la sua vita privata comincia a incrinarsi. Anche per questo la playlist dell’episodio suona come un piccolo ritratto musicale del protagonista. Un mix di rock, elettronica e malinconia urbana che accompagna perfettamente l’atmosfera di una Milano notturna, elegante e un po’ inquieta.

Non è un caso che tra i brani compaia anche Rock Bottom, letteralmente “toccare il fondo”: un titolo che sembra quasi anticipare il rischio che accompagna costantemente Lorenzo Ligas, un uomo capace di dominare la scena professionale mentre la sua vita personale continua a muoversi pericolosamente vicino al punto di rottura.

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Il vero mistero della serie è Lorenzo Ligas

Il vero mistero della serie è Lorenzo Ligas

In un legal drama classico il mistero riguarda il caso della settimana.

Qui non è esattamente così.

Il vero enigma della serie sembra essere Lorenzo Ligas stesso.

Un uomo che possiede tutte le qualità per diventare uno dei migliori avvocati del Paese e che allo stesso tempo continua a sabotare la propria vita con una determinazione quasi scientifica.

È questa tensione a tenere in piedi la storia.

Perché ogni episodio lascia la stessa domanda sospesa.

Quanto può spingersi lontano prima di cadere davvero?

Luca Argentero nell'episodio 3 di Avvocato Ligas

Il legal drama italiano trova finalmente un tono adulto

Una delle cose più interessanti della serie è il tentativo di costruire un legal drama italiano che non imiti semplicemente i modelli americani.

Serie come Suits, The Good Wife o Better Call Saul hanno trasformato il mondo degli avvocati in uno spazio quasi mitologico, fatto di uffici giganteschi e processi spettacolari.

Avvocato Ligas sceglie invece un’altra strada.

Il tribunale di Milano appare più concreto, meno glamour, più vicino alla realtà quotidiana della giustizia italiana.

E proprio questa scelta rende la serie interessante.

Perché il vero spettacolo non è il sistema giudiziario.

È la mente di Ligas.

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Se questo terzo episodio di Ligas fosse un cocktail

Se il terzo episodio di Avvocato Ligas fosse un drink probabilmente sarebbe un Negroni sbilanciato.

Tre ingredienti molto chiari.

Il gin è la mente di Ligas: brillante, tagliente, capace di dominare la scena in tribunale.

Il vermouth è Milano: elegante, notturna, leggermente malinconica.

Il bitter è la sua vita privata, quella zona d’ombra fatta di errori, sarcasmo e relazioni che sembrano sempre sul punto di rompersi.

Il problema è che Ligas tende sempre ad aggiungere troppo gin.

E quando succede il cocktail diventa pericoloso.

Proprio come lui.

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