La Cronologia dell'Acqua, recensione: il debutto di Kristen Stewart sorprende e travolge
CinemaIntroduzione
Dopo otto anni di lavoro, Kristen Stewart debutta alla regia con La Cronologia dell'Acqua (The Chronology of Water), adattamento del memoir autobiografico di Lidia Yuknavitch presentato al Festival di Cannes. Interpretato da una magnetica Imogen Poots, il film attraversa abusi, dipendenze, maternità, desiderio e scrittura seguendo una donna che cerca di ricostruire sé stessa tra le macerie del passato. Girato in 16mm e raccontato attraverso frammenti di memoria, è un'opera intensa e profondamente personale che trasforma il trauma in cinema. Dall'11 giugno arriva nelle sale italiane distribuito da Wanted Cinema in versione originale sottotitolata
Quello che devi sapere
La cronologia dell'acqua, un film che sa di cloro, sangue e memoria
"Ho pensato di cominciare dal principio, ma non è così che lo ricordo. È tutta una serie di frammenti, ripetizioni, formazioni di schemi. Quando non ci sono parole per descrivere il dolore, lascia che sia la tua immaginazione a cambiare ciò che conosci. L'arenaria è rilassante e lucida. Lo scisto, ovviamente, è razionale. La roccia rossa è il sangue della terra. Tu credi nel blu."
Inizia con queste parole La cronologia dell'acqua, esordio alla regia di Kristen Stewart. Geologia della tristezza. Impronte delle piastrelle sulla carne. Riflessi su una piscina e sulla pelle. Sassi, abbracci e sangue che scivola verso lo scolo. Un film che sa di cloro e di morte, che brucia gli occhi e non si dimentica. Come il primo bacio. Come la prima sbronza. Come la prima lacrima. Un'opera che non ha paura di niente, che non ha paura di spogliarsi. Meglio avere amato e perduto. Con tanti saluti ai film carini ambientati nella splendida cornice di una cucina, una camera da letto e un tinello.
Dal memoir di Lidia Yuknavitch al debutto di Kristen Stewart
Kristen Stewart non debutta alla regia con un film. Debutta con una ferita. E come tutte le ferite autentiche, non procede in linea retta. Ha impiegato quasi otto anni per trovare la forma giusta per raccontare il memoir di Lidia Yuknavitch, edito in Italia da Nottetempo, riscrivendolo centinaia di volte perché la memoria non è un archivio ordinato. È un organismo vivo, irregolare, nervoso. Il risultato è un'opera che non assomiglia a quasi nulla di ciò che passa oggi nelle sale.
La storia di Lidia: abusi, nuoto, dipendenze e scrittura
Strutturato in cinque capitoli, La cronologia dell'acqua segue Lidia Yuknavitch dall'adolescenza negli anni Ottanta fino alla quarantina. Cresciuta in una casa percorsa da violenza e alcol, con un padre abusante e una madre sfumata nell'apatia, Lidia (Imogen Poots) trova nel nuoto agonistico l'unica grammatica del corpo che sente propria. Poi arriva l'università. La dipendenza. Una figlia nata morta. Ken Kesey. La scrittura. Non sempre in quest'ordine, perché la memoria non è lineare, e Stewart ha il coraggio di non fingere che lo sia.
Un'opera che nuota e non teme di annegare
Un'opera che nuota, cambiando stile, che non teme di annegare. Il film è girato in 16mm, e la scelta non è decorativa. La grana dell'immagine è quella di un ricordo impreciso, di una fotografia tenuta troppo in tasca. Il direttore della fotografia Corey C. Waters lavora con primi piani ravvicinatissimi: le piastrelle stampate sul ginocchio, il blu di una piscina riflesso sulla pelle, il sangue che scivola verso lo scarico. Il montaggio di Olivia Neergaard-Holm zigzaga tra passato e presente con la logica dei pensieri intrusivi. Non confonde. Orienta.
Vengono in mente i versi che scrisse Boris Pasternak per la morte di Majakovskij: "Oh, s'io avessi allora presagito, / quando mi avventuravo nel debutto, / che le righe con il sangue uccidono, / mi affluiranno alla gola e mi uccideranno. / Mi sarei nettamente rifiutato / di scherzare con siffatto intrigo. / Il principio fu così lontano, / così timido il primo interesse." Ma il film di Stewart riemerge come una sirena del dolore, una creatura marina della malinconia. Non a caso il lungometraggio termina con queste parole: "Il segreto è inventarsi delle stronzate. Non sto dicendo cazzate quando dico questo. Entra. L'acqua ti sosterrà." E poi ancora flash. Il dettaglio di una mano insanguinata. Frammenti di fotogrammi, come se il film ricominciasse da capo, sulle note della colonna sonora composta da Paris Hurley
Imogen Poots: una delle interpretazioni dell'anno
Senza Imogen Poots questo film non esiste. Non nel senso convenzionale, ma in uno più preciso: Stewart ha costruito l'intera architettura emotiva attorno alla capacità di Poots di abitare il corpo di Lidia senza spiegarlo, senza difenderlo, senza giustificarlo. Lidia è contraddittoria. Ama e ferisce. Fugge e torna. Abusa di chi la ama. Si sabota. Poots non ammorbidisce niente.
Durante le settimane di nuoto agonistico per prepararsi al ruolo si procura due ernie. Non lo dice a nessuno. Continua a girare. Stewart lo scopre solo a riprese concluse. C'è qualcosa di allegorico in questo: l'attrice che letteralmente tiene insieme il proprio corpo per non fermare il set, come il personaggio tiene insieme la propria vita per non fermare l'unica cosa che sa fare. Sopravvivere.
Poots attraversa i diciassette e i quarant'anni di Lidia senza protesi né trucco invecchiante: attraverso la postura, la qualità dello sguardo, il modo in cui il corpo occupa lo spazio. È una di quelle performance di cui si continua a parlare anni dopo, non perché sia spettacolare, ma perché è irreversibile. Una volta vista, non si riesce a immaginare il film con qualcun altro.
Kristen Stewart regista: il corpo femminile come campo di battaglia
Kristen Stewart regista: il linguaggio del corpo come cinema
Kristen Stewart è arrivata a Cannes, dove il film ha debuttato nella sezione Un Certain Regard il 16 maggio 2025, per la settima volta in carriera, ma per la prima da regista. Candidata all'Oscar per Spencer, prima attrice americana a vincere un César nel 2015 con Clouds of Sils Maria, Stewart ha passato vent'anni a capire come si è guardati. Qui decide come si guarda.
La regia non ha paura del corpo femminile. Le inquadrature di smagliature, unghie sporche di sangue, capelli appiccicati sulla pelle non hanno niente di voyeuristico: sono lo sguardo di qualcuno che conosce il peso di essere osservato e sceglie, deliberatamente, di trasformarlo in potere. Stewart ha dichiarato di aver voluto mostrare l'esperienza sessuale di Lidia dall'interno, non dall'esterno. La differenza è radicale. Le scene di intimità, inclusa una sequenza a tre con Kim Gordon, icona punk e co-fondatrice dei Sonic Youth, nei panni di una fotografa-dominatrice, non sono mai pornografiche né edulcorate. Sono umane. Che è la cosa più difficile.
Il film rallenta nelle prime due sezioni. Qualcuno potrebbe percepirlo come un difetto. Non lo è: è la stessa oppressione che Lidia vive in quella casa, quegli stretti corridoi che portano a porte chiuse, la presenza del padre che riempie il campo visivo anche quando è fisicamente assente. Quando il ritmo cambia, quando Lidia finalmente esce, lo sente anche il pubblico. Effetto narrativo calcolato con precisione.
Ken Kesey e la scrittura come possibilità di salvezza
Jim Belushi nei panni di Ken Kesey è la scelta di casting più audace del film. Kesey, autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, padre dei Merry Pranksters, professore di scrittura creativa all'Università dell'Oregon negli anni Ottanta, appare fisicamente disfatto ma ancora capace di vedere. Belushi lo rende con un cappello rosso e una stanchezza addosso che sa di reale. La scena in cui, mezzo sbronzo, chiama da fuori campo "You can write, girl!" è il pivot emotivo del film: il momento in cui una voce esterna riconosce ciò che Lidia già sa ma non riesce a credere di sé stessa.
La scrittura, nel film come nel memoir, non è terapia. È sopravvivenza. Yuknavitch non è arrivata alla letteratura dopo aver guarito il trauma: ci è arrivata attraverso il trauma, portandoselo dentro come acqua nei polmoni. Stewart capisce questo e non moralizza. Non c'è un momento in cui il film suggerisce che la scrittura salva. Suggerisce, molto più onestamente, che dà un posto dove stare. E tra i clearances in coda ai titoli di coda appare anche il nome di Kathy Acker, autrice di Sangue e budella nel liceo, che Yuknavitch ha sempre riconosciuto come influenza decisiva. Non è un caso.
Il cast e la colonna sonora di The Chronology of Water
Thora Birch, indimenticabile in American Beauty e Ghost World, assente da troppo tempo, ricompare con una presenza dolorosa e discreta nei panni di Claudia, la sorella maggiore di Lidia. Tom Sturridge è Devin, il secondo marito: fatto di passione e collasso. Esmé Creed-Miles interpreta Claire. E poi c'è Earl Cave, figlio di Nick Cave, già visto in Sunny Dancer, The Sweet East, The True History of the Kelly Gang e Days of the Bagnold Summer, che nel film interpreta Phillip, il primo marito di Lidia, e presta la voce a Dolphins di Fred Neil in colonna sonora. Il brano chiude il film portandosi dietro un'eco biografica quasi commovente.
Tra i brani nei titoli di coda spiccano Trees and Flowers di Strawberry Switchblade e Bright Lights Big City dei Dirty Tricks. La musica originale è di Paris Hurley. Il film suona come il tuo archivio personale di adolescenza, se la tua adolescenza fosse stata un po' troppo buia.
Il cocktail del film: un Last Word per Lidia Yuknavitch
Se dovessi abbinare un drink a La cronologia dell'acqua, la scelta sarebbe un Last Word. Gin, Chartreuse verde, maraschino, succo di lime: quattro parti uguali, nessun ingrediente che prevale sugli altri. Nato nei night club proibiti di Detroit durante il Proibizionismo, poi dimenticato per decenni, poi riscoperto. Un cocktail che scompare e ritorna. Verde come l'acqua profonda, amaro sotto la dolcezza, con quella nota erbacea che sa di selvatico e non addomesticato. Come Lidia, che alla fine prende l'ultima parola sulla propria storia.
C'è una scena in cui Lidia si trova in un bar, ubriaca, e ordina un'altra birra. Il bar è buio, i volti sfocati, la musica lontanissima. È il fondo. Ma il film non si ferma lì. Torna su. Sempre. Come l'acqua che sale.
La cronologia dell'acqua è il tipo di film che si porta dentro per giorni. Non per la storia, che pure è potente, ma per il modo in cui la racconta. Per quel cloro nell'aria. Quella luce verde sul fondo della piscina. Quella grana dell'immagine che somiglia a un sogno che stai già dimenticando mentre accade.
Stewart ha detto: "Riappropriarsi della propria voce è un atto di potere radicale." Il film non lo predica. Lo dimostra. E c'è una differenza enorme tra le due cose: la differenza, per dirla con Yuknavitch stessa, tra ciò che è accaduto e ciò che si è sentito mentre accadeva.
Dall'11 giugno al cinema con Wanted, in versione originale sottotitolata in italiano. Alcune storie vi trovano. Questa vi troverà. Perché La Cronologia dell'Acqua non è un film facile, né vuole esserlo. Kristen Stewart trasforma il memoir di Lidia Yuknavitch in un'esperienza fisica, emotiva e sensoriale che attraversa dolore, desiderio e rinascita. Un debutto ambizioso, imperfetto e vivo. Proprio per questo impossibile da dimenticare.
Scheda tecnica
Titolo originale: The Chronology of Water
Regia e sceneggiatura: Kristen Stewart
Cast: Imogen Poots, Thora Birch, Jim Belushi, Tom Sturridge, Kim Gordon, Esmé Creed-Miles, Earl Cave, Michael Epp, Susanna Flood, Charles Carrick
Fotografia: Corey C. Waters
Montaggio: Olivia Neergaard-Holm
Musica: Paris Hurley
Produzione: Scott Free, CG Cinema, Forma Pro Films, Nevermind Pictures
Paese/Anno: Francia, Lettonia, USA / 2025
Durata: 128 minuti
Distribuzione italiana: Wanted Cinema, dall'11 giugno 2025
Voto: ★★★★½