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Festa Cinema Roma, recensione di L'essere amato: Javier Bardem e il prezzo delle assenze

Cinema
Nicoletta Notari

Nicoletta Notari

©Webphoto

Introduzione

Un padre e una figlia, tredici anni di silenzio e un set cinematografico che riapre ferite mai rimarginate. Con L’essere amato (El ser querido), Rodrigo Sorogoyen racconta un confronto familiare in cui il cinema diventa il terreno di una resa dei conti dei sentimenti.

Protagonista è Javier Bardem, intenso interprete di un regista affermato incapace di ricucire il rapporto con la figlia, interpretata da Victoria Luengo. Il film arriva alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Best of 2026, dopo il passaggio al Festival di Cannes e arriverà nelle sale italiane il 12 novembre 2026. 

L'essere amato è un dramma sulle occasioni perdute, sulle responsabilità e sulla difficile possibilità di ritrovarsi. E Sorogoyen mostra come il talento di raccontare le emozioni degli altri non garantisca la capacità di riconoscere le proprie, né di riparare il dolore provocato. Perché certe ferite, anche quando tornano sotto i riflettori, non possono essere cancellate con un semplice "ciak, buona la prima".

Quello che devi sapere

Il difficile ritorno di un padre

Ci sono distanze che nemmeno il cinema riesce a colmare, anche quando offre l’occasione di ricominciare da capo. In L'essere amato, Rodrigo Sorogoyen trasforma il set cinematografico nel luogo di un confronto familiare in cui ambizioni professionali e ferite private finiscono per sovrapporsi, senza che sia mai chiaro dove cominci il desiderio di riconciliazione e dove si nasconda il bisogno di riparare ai propri errori.

Protagonista è Javier Bardem, nei panni di Esteban Martínez, celebre regista spagnolo che torna a lavorare in patria dopo anni trascorsi negli Stati Uniti. Ad aspettarlo c’è Emilia, la figlia con cui non ha rapporti da tredici anni, interpretata da Victoria Luengo. Per il suo nuovo film, ambientato nel Sahara, Esteban decide di affidarle il ruolo principale, trasformando una scelta professionale in un tentativo di riavvicinamento.

Sorogoyen, già autore di Il regno e As Bestas, costruisce un dramma in cui il passato riaffiora attraverso conversazioni interrotte, sguardi e improvvisi cambiamenti d’umore. Il cinema diventa un territorio ambiguo: permette ai due protagonisti di condividere uno spazio, ma non garantisce che riescano davvero a incontrarsi. Presentato in concorso al Festival di Cannes, il film è arrivato alla Festa del Cinema di Roma (SPECIALE) nella sezione Best of 2026, accompagnando il Premio alla Carriera assegnato a Bardem, consegnato il 17 ottobre dal regista premio Oscar Paolo Sorrentino.

L'essere amato di Rodrigo Sorogoyen arriverà nelle sale italiane il 12 novembre 2026, distribuito da Movies Inspired

 

 

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Il successo non cancella le colpe del passato

Esteban è un uomo abituato a decidere, dirigere e ottenere ciò che vuole. Ha due Oscar, una carriera internazionale e il prestigio necessario per imporre le proprie condizioni sul set. Eppure, quando si tratta di Emilia, la sua sicurezza si rivela molto meno solida. La distanza tra i due emerge anche da dettagli apparentemente insignificanti: Esteban non sa nemmeno quale sia il gusto di gelato preferito dalla figlia. Non conosce le sue abitudini, i suoi desideri, la persona che è diventata durante gli anni in cui lui non c’era. La sua assenza ha lasciato un vuoto che nessuna proposta professionale può cancellare automaticamente.

A rendere ancora più difficile il confronto è la nuova famiglia del regista: una moglie e due figli biondissimi, appartenenti a un mondo ordinato e distante, che Emilia guarda con invidia mista a rabbia. Non è soltanto la famiglia che non ha avuto, ma la dimostrazione concreta di come il padre sia riuscito a costruire una nuova vita senza di lei.

L'essere amato non trasforma questo sentimento in una semplice rivalità, ma lascia affiorare il dolore di chi si è sentito escluso e deve ora confrontarsi con una felicità altrui che rende ancora più evidente la propria mancanza. Esteban, invece, sembra incapace di comprendere fino in fondo quanto la sua assenza abbia condizionato la figlia. La possibilità di affidarle il ruolo da protagonista nel nuovo film diventa così un gesto dalle intenzioni ambigue: un tentativo di riparazione, forse, ma anche una scelta che gli permette di ritrovare Emilia alle proprie condizioni.

 

 

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Il riflesso di un legame arido

Il film che Esteban sta girando è ambientato nel Sahara, un paesaggio che Sorogoyen restituisce attraverso il vento e la terra arida, nera. Fuerteventura, scelta per le riprese, offre scenari che alternano superfici scure vulcaniche, a sabbie che ricordano il deserto. Non è un semplice sfondo suggestivo: quella terra aspra sembra riflettere l’aridità emotiva dei protagonisti, incapaci di trovare un terreno comune nonostante la vicinanza forzata dal lavoro.

Il nuovo progetto di Esteban porta con sé anche il peso di "Scirocco", il film più celebre della sua carriera, realizzato anni prima con la madre di Emilia. Il passato familiare e quello artistico si intrecciano così in una storia che parla anche di come il cinema possa conservare tracce di ciò che la vita non è riuscita a risolvere. Sul set Esteban è esigente, meticoloso, abituato a pretendere il massimo dagli attori e dalla troupe.

La sua autorità, però, diventa un problema quando deve dirigere proprio la figlia. Emilia è tesa, teme di apparire rigida e di non essere all’altezza del ruolo. Il padre le suggerisce di liberarsi dei pensieri legati alla rabbia e al risentimento, cercando gesti capaci di rendere la recitazione più naturale. Il consiglio ha una sua validità professionale, ma contiene anche una contraddizione: Esteban le chiede di mettere da parte le emozioni che lui stesso ha contribuito a generare. 

 

 

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Primi piani e silenzi

Sorogoyen lavora con particolare attenzione sulle distanze fisiche e visive tra padre e figlia. Le prime sequenze del loro incontro a tavola sono costruite attraverso inquadrature strette e primi piani che restituiscono l’imbarazzo di due persone costrette a ritrovare una familiarità ormai perduta.

All’inizio la conversazione mantiene un tono quasi colloquiale, ma sotto la superficie si avverte la rigidità di chi non sa più come rivolgersi all’altro. È una normalità fragile, che si spezza quando il passato torna a occupare la scena. Emilia ricorda di aver conosciuto il padre quando aveva nove anni e riporta alla luce episodi dolorosi, legati alla sua aggressività e ai problemi con l’alcol.

Il cambiamento è immediato: lei non è più soltanto una figlia che cerca di adattarsi a una situazione difficile, ma una donna che prova a dare voce a ciò che ha subito. Esteban, invece, si irrigidisce e assume un atteggiamento ancora più severo, come se quei ricordi mettessero in discussione l’immagine che ha costruito di sé. 

I primi piani si fanno più intensi e le immagini in bianco e nero emergono nei momenti di maggiore intimità, sia per il padre sia per la figlia, quando qualcosa li scuote e porta in superficie sentimenti difficili da controllare. La scelta sembra isolare i personaggi dal resto del mondo, lasciandoli soli davanti a ciò che non riescono a dimenticare.

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Un confronto tra rabbia e bisogno d’amore

Javier Bardem costruisce Esteban come un uomo carismatico e ingombrante, capace di dominare il set, ma molto meno attrezzato quando deve confrontarsi con la propria responsabilità di padre. Il suo prestigio professionale non viene mai messo in dubbio, eppure proprio questa sicurezza sembra impedirgli di riconoscere la fragilità degli altri. Bardem lavora sulle contraddizioni del personaggio, alternando autorità e chiusura, momenti in cui sembra voler recuperare il rapporto con Emilia ad altri in cui torna a imporsi con la stessa durezza di sempre.

L’eventuale desiderio di riparare non cancella ciò che è accaduto, né garantisce che Esteban abbia davvero compreso il dolore provocato. Victoria Luengo, dal canto suo, dà a Emilia una tensione trattenuta, fatta di esitazioni e improvvise prese di posizione. Il suo personaggio vive una contraddizione dolorosa: desidera essere riconosciuta dal padre, ma teme che avvicinarsi significhi esporsi ancora una volta alla sua influenza. Emilia deve trovare la propria naturalezza davanti alla macchina da presa mentre cerca di liberarsi dall’immagine della figlia arrabbiata che Esteban sembra continuare a vedere in lei.

La recitazione assume così un valore doppio: è il mestiere che li costringe a collaborare, ma anche lo strumento attraverso cui emergono emozioni che nessuno dei due sa affrontare direttamente. Il rapporto tra Bardem e Luengo regge soprattutto nei momenti di attrito, quando il bisogno di avvicinarsi si scontra con l’impossibilità di fidarsi.

La vita non concede repliche

L'essere amato è anche un film sul cinema stesso, quasi un racconto metacinematografico che osserva come si lavora su un set, come un regista dirige i suoi attori e quanto sia complesso trovare un equilibrio tra controllo e libertà interpretativa.

Esteban sa riconoscere un gesto falso, pretende autenticità e invita Emilia a liberarsi delle emozioni che irrigidiscono la sua recitazione. Ma la sua capacità di individuare la verità davanti alla macchina da presa non corrisponde a una pari capacità di affrontarla nella vita.

Saper raccontare il dolore non significa necessariamente saperlo comprendere, così come mettere in scena una riconciliazione non equivale a riuscire davvero a riconciliarsi. Il set offre a padre e figlia un linguaggio comune, ma li costringe anche a ripetere dinamiche che appartengono al loro passato. Il lavoro diventa una possibilità di contatto e, nello stesso tempo, un modo per evitare un confronto più diretto. Sorogoyen osserva questa ambiguità senza trasformarla in una storia di redenzione facile, rinuncia a spiegare tutto e lascia che siano i silenzi, i primi piani e i cambiamenti di tono a parlare.

Esteban può dirigere un film, pretendere la verità dagli attori e controllare ogni dettaglio della produzione, ma non può stabilire come sua figlia debba ricordarlo, né decidere quando sia pronta a perdonarlo. Perché la vita, a differenza del cinema, non concede sempre una seconda ripresa.

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