La formazione di uno sguardo, recensione del libro di Marco Longo su Bellocchio

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Marco Longo firma per Edizioni Bietti La formazione di uno sguardo, un libro dedicato al cinema di Marco Bellocchio. Questa recensione racconta un saggio che attraversa sessant’anni di film, da I pugni in tasca a Esterno notte, tra memoria, psicoanalisi e identità italiana. Un viaggio critico e personale dentro uno degli autori più radicali del nostro cinema

Recensione de La formazione di uno sguardo: il libro di Marco Longo su Bellocchio

C'è una poesia di Rainer Maria Rilke che Marco Longo cita nella sua apertura: Devi cambiare la tua vita. È la scintilla che il poeta tedesco ricevette di fronte al Torso di Mileto al Louvre, quel busto acefalo che — paradosso sublime — sembrava guardare lui, mettendolo all'angolo. Longo la usa per dire una cosa semplice e definitiva: il cinema di Marco Bellocchio fa esattamente questo. Ti guarda. Ti chiede conto. Ti costringe a cambiare.

La formazione di uno sguardo (Edizioni Bietti, collana Caleidoscopio, pp. 204, € 18,00) è un saggio anomalo e prezioso. Non un'enciclopedia, non una filmografia commentata, non il solito mattone universitario che trasforma ogni inquadratura in un referto autoptico. È piuttosto quello che Longo stesso chiama «cartografia di un immaginario»: un percorso personale tra i film di Bellocchio, dal folgorante esordio de I pugni in tasca (1965) fino alle recenti incursioni nella serialità con Esterno notte e Portobello.

Bobbio e i luoghi dei film di Bellocchio: viaggio nel cuore del suo cinema

Il libro si apre, intelligentemente, non da Roma né da Cannes, ma da Bobbio. Quel borgo piacentino arroccato sull'Appennino emiliano, col Ponte Gobbo dai suoi undici archi irregolari che la leggenda attribuisce a un patto notturno tra San Colombano e il diavolo, è molto più di un set: è il nido traumatico, il luogo del ritorno impossibile, la ferita aperta che Bellocchio ha continuato a grattare per sei decenni.

Longo vi entra come un esploratore, cercando i luoghi de I pugni in tasca come se fossero reperti di una stratigrafia emotiva. La casa di famiglia sulla statale 461, la curva di San Salvatore dove Ale compie il matricidio, il Ponte Gobbo attraversato avanti e indietro in Sorelle Mai (2010), il Trebbia che inghiotte tutto e restituisce: ogni luogo porta con sé la memoria di più film, di più epoche, di più Bellocchio sovrapposti come diapositive.

È in queste pagine che il saggio tocca le sue vette più originali. Longo non si limita a descrivere: racconta di essere andato davvero a Bobbio, di aver camminato su quel ponte, di aver percepito «qualcosa di antico sopravvivere alle asfissie del presente». Il critico e il cinefilo qui coincidono, e il risultato è una scrittura che ha il calore della testimonianza.

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Camillo Bellocchio e Marx può aspettare: il trauma al centro della filmografia

C'è un'assenza che abita ogni capitolo del libro come un contrappunto: Camillo Bellocchio, fratello gemello del regista, morto suicida nel dicembre del 1968, a 29 anni, nel pieno del Sessantotto, proprio mentre Marco era già consacrato in tutto il mondo grazie a I pugni in tasca e La Cina è vicina.

Longo dedica a questo nodo alcune delle pagine più intense del volume, analizzando Marx può aspettare (2021) — il documentario in cui Bellocchio riunisce fratelli e sorelle per fare i conti con quella morte rimasta senza risposta — come chiave di volta dell'intera opera. La battuta geniale che dà il titolo al film era proprio di Camillo: quando Marco gli suggerì di abbracciare la causa rivoluzionaria per risolvere i suoi problemi personali, il gemello rispose che Marx poteva aspettare.

«Il passato vive nella vita di chi rimane», scrive Longo. È una frase semplice, ma riassume con precisione chirurgica l'ossessione bellocchiana: quel fantasma che torna in Gli occhi, la bocca (1982), che riaffiora in Sangue del mio sangue (2015), che aleggia su ogni personaggio diviso tra due mondi, incapace di scegliere davvero.

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Un'amica di Longo gli ha scritto su WhatsApp,  e lui non si vergogna di riportarlo, che «Bellocchio è un autore difficile: un'ininterrotta seduta psicoanalitica». È una definizione che il libro fa propria senza ironia: perché il cinema di Bellocchio è davvero un processo terapeutico, prima di tutto per il suo autore, e poi, per contagio, per gli spettatori.

Il capitolo sulle «Riletture di una nazione» è forse il più articolato del volume: da La Cina è vicina (1967) a Buongiorno, notte (2003), passando per Nel nome del padre (1971-72), Sbatti il mostro in prima pagina (1972) e Matti da slegare (1975-76), Longo ricostruisce come Bellocchio abbia usato la cronaca e la storia italiana non come materiale documentario ma come specchio deformante dell'inconscio collettivo. L'Italia borghese, cattolica, provinciale, incapace di fare davvero i conti col proprio passato: è sempre lì, sullo sfondo, a fare le smorfie.

La ricostruzione del sequestro Moro in Buongiorno, notte viene letta, giustamente. come il momento in cui Bellocchio supera definitivamente il film politico «alla maniera di» per approdare a qualcosa di più perturbante: il sogno come controrivoluzione, l'inconscio come atto resistenziale.

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Da teatro e opera a Esterno notte: il Bellocchio più sperimentale

Uno dei meriti del libro è non fermarsi alla sola filmografia cinematografica. Longo dedica ampio spazio alle regie teatrali, all'opera lirica, con pagine bellissime sul rapporto di Bellocchio con Verdi e con Kleist , e alle incursioni televisive, fino alla serialità di Esterno notte.

È qui che emerge il ritratto di un artista totalmente transdisciplinare, incapace di stare fermo, ossessionato dalla sperimentazione. La scuola estiva Fare Cinema a Bobbio, oggi diventata una Fondazione, viene raccontata come il laboratorio ideale di questa irrequietezza: un luogo dove insegnare era possibile solo attraverso la pratica, dove i cortometraggi nati con gli allievi non erano esercizi didattici ma nuclei vitali di un cinema in divenire.

«Per Bellocchio insegnare è sempre stato possibile soltanto attraverso la pratica», scrive Longo. Che è, in fondo, anche la poetica di questo libro: non spiegare Bellocchio, ma camminare dentro di lui

Perché leggere La formazione di uno sguardo: il libro su Bellocchio

La formazione di uno sguardo è un libro che funziona su più livelli. Per chi ha già visto tutto Bellocchio è una rilettura stimolante, capace di illuminare angoli rimasti in ombra. Per chi ne conosce solo i capolavori più celebri — I pugni in tasca, Il traditore, Rapito — è un'ottima mappa per addentrarsi nel resto. Per chi di Bellocchio non sa quasi nulla, è comunque un saggio sulla formazione di qualsiasi sguardo: su come un luogo, una ferita, un fantasma possano diventare la materia prima di una vita intera. 

Marco Longo scrive con la precisione del critico e la passione del cinefilo che alle due di notte rimette su lo stesso film per la quinta volta cercando un'inquadratura che lo aveva colpito. Lo stile è mai pedante, le citazioni pesano quanto devono, i rimandi biografici sono sempre al servizio dell'analisi e mai fini a se stessi.

In un panorama editoriale italiano che troppo spesso tratta il cinema come pretesto per esercizi accademici, questo volume è una boccata d'aria. Oppure, per restare in metafora bellocchiana: una nuotata nel Trebbia. Fredda, necessaria, rigenerante. E se  fosse un cocktail, il libro sarebbe un Black Manhattan: bourbon, Averna e un dash di Angostura. Italiano nell'anima nonostante il whiskey americano, amaro nel finale, con quelle radici di erbe e terra dell'Appennino emiliano che non si tolgono dal palato. Uno di quelli che ordini pensando di sapere già cosa aspettarti, e invece.

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