Da Borat ai Chicago 7, i migliori film di Sacha Baron Cohen, candidato agli Oscar 2021

Cinema

Giuseppe Pastore

Due nomination (una da attore e una da sceneggiatore) per il poliedrico comico inglese che nell'ultimo anno si è cimentato con successo anche in ruoli più drammatici: ecco le sue interpretazioni più famose

Compirà 50 anni a ottobre, è uno dei comici di maggior successo del Ventunesimo Secolo e il prossimo 25 aprile concorrerà addirittura nella stessa edizione degli Oscar con due film diversi, come attore non protagonista per Il processo ai Chicago 7 e come sceneggiatore per il secondo capitolo di Borat. Un privilegio toccato solo ad Al Pacino (nel 1992 per Profumo di donna e Americani) e Jamie Foxx (nel 2004 per Ray e Collateral) anche se nei loro casi si trattava di due nomination da attori. Il 2020-21 è decisamente la stagione di Sacha Baron Cohen, che con l'interpretazione nel film di Aaron Sorkin ha aggiunto alla sua indiscutibile vis comica anche uno spessore da attore drammatico che lo rende un attore a tutto tondo.

Ali G

Nato ad Hammersmith (Londra) il 13 ottobre 1971, Baron Cohen diventa famoso intorno ai trent'anni: il suo primo personaggio di successo è Ali G, presunto rapper inglese di origini giamaicane che gioca con gli stereotipi del genere, recitando luoghi comuni del rap ma del tutto fuori contesto. Diventa famoso per le sue interviste improbabili dapprima a gente comune, poi anche a personaggi del calibro di Al Gore, Donald Trump o Gore Vidal, con una tecnica semplice e geniale: si presenta sul luogo dell'intervista insieme a un operatore vestito in modo elegante, così che le varie personalità siano portate a credere che il giornalista sia l'altro, per poi trovarsi spaesati e “incastrati” da domande sempre più surreali su cui Baron Cohen, maestro dell'improvvisazione, va a nozze. Ali G compare nel video Music di Madonna nel ruolo dell'autista della limousine che scarrozza la popstar in giro per la città, e nel 2002 è anche il protagonista del film Ali G Indahouse.

Borat

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Il secondo personaggio di Baron Cohen è anche quello che gli dà la notorietà internazionale: Borat Margaret Sagdiyev, improbabile giornalista televisivo kazako che gira per gli Stati Uniti mettendo a confronto la cultura americana con quella gretta, maschilista e medievale del suo Paese d'origine. Se a una prima analisi il modo di fare e di comportarsi può risultare offensivo per la cultura asiatica di cui sostiene di far parte (e infatti non sono mancate le proteste vibranti del Kazakistan), col passare del tempo si nota come l'oggetto della satira del comico sia l'America e più in generale il mondo occidentale, che si crogiola su una supposta superiorità rispetto a popoli “meno evoluti”. Nel 2005 esce Borat – Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan, un film comico che sfrutta la tecnica del mockumentary (finto documentario), seguito nel 2020 da un sequel ancora più chilometrico, Borat - Seguito di film cinema. Consegna di portentosa bustarella a regime americano per beneficio di fu gloriosa nazione di Kazakistan (il titolo più lungo mai candidato all'Oscar nella categoria miglior film). La scena-cult di questo secondo capitolo è quella che vede involontario protagonista Rudolph Giuliani, adescato dalla finta giornalista Mariya Bakalova, nella finzione figlia di Borat e per questo candidata all'Oscar come miglior attrice non protagonista. “Borat 2” (facciamo prima) ha già vinto due Golden Globe come miglior film comico-musicale e miglior attore comico-musicale.

Brüno

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Brüno è un giornalista gay di origine austriaca che si occupa di moda vuole far riflettere sui pregiudizi della gente, il cui comportamento muta profondamente prima e dopo l'essere venuti a conoscenza dell'omosessualità di una persona. Forse il meno noto dei tanti personaggi di Sacha Baron Cohen, proposto in un solo film – appunto Brüno, del 2009 – con tanti tipici blitz dell'attore, come quello sulla passerella milanese di Agatha Ruiz de la Prada nel settembre 2008.

Il dittatore

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Altro personaggio, altre polemiche: nel 2012 Baron Cohen diventa l'ammiraglio Hafez Aladeen, dittatore corrotto e corruttore di uno staterello dell'Africa Centrale, figura liberamente ispirata a Gheddafi, con riferimenti alla politica internazionale e anche all'allora premier italiano Berlusconi (che furono cancellati nel doppiaggio). L'uccisione del dittatore libico indicò prudenza a Baron Cohen, ma non gli impedì di provocare come suo solito: sul red carpet che precedeva la Notte degli Oscar 2012, si presentò in uniforme e reggendo in mano un'urna che a suo dire conteneva le ceneri del dittatore nord-coreano Kim, rovesciandone il contenuto in testa al giornalista Ryan Seacrest durante l'intervista (fu perciò allontanato). Il film Il dittatore, comunque, fu un ottimo successo di pubblico soprattutto in America.

Il processo ai Chicago 7

Baron Cohen si è rivelato ottimo attore anche uscendo dai suoi personaggi comici, partecipando per esempio a Hugo Cabret di Martin Scorsese e al musical Les Misérables di Tom Hooper, in cui interpreta uno dei due malvagi locandieri Thénardier. Una delle sue interpretazioni più convincenti la troviamo ne Il processo ai Chicago 7, il film di Aaron Sorkin che racconta il caso di otto attivisti arrestati a margine della convention del Partito Democratico a Chicago nel 1968. L'attore interpreta la parte di Abbie Hoffman, il più brillante e polemico del gruppo: una parte ideale per Baron Cohen, magnificamente a proprio agio nel recitare i tipici dialoghi serrati e taglienti di Sorkin.

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