31 anni dopo: "Fa' la cosa giusta" al tempo del #BlackLivesMatter

Cinema

Giuseppe Pastore

Uscito nella primavera 1989, il film che rivelò Spike Lee è ambientato a Brooklyn in un caldissimo sabato, il 5 agosto 1989: l'abbiamo rivisto nell'estate in cui sono riesplosi in tutta America i movimenti di protesta afro-americani

Una mattina d'estate del 1989 un giovane avvocato di Chicago uscì di casa emozionato e agitato al pensiero di incontrare una ragazza che finalmente, dopo tanta insistenza, aveva accettato di vedersi con lui. Il grande dubbio del pomeriggio riguardava il film da vedere al cinema: meglio A spasso con Daisy, commedia con Morgan Freeman e Jessica Tandy un po' edulcorata sul tema del rispetto e del razzismo, o il ben più energico Fa' la cosa giusta, che trattava lo stesso argomento in maniera molto più decisa ma forse non era proprio il massimo per un primo appuntamento? “Pranzammo all'Istituto d'Arte di Chicago, poi facemmo una passeggiatina e alla fine decisi di portarla a vedere questo film appena uscito, diretto da questo tipo di cui in pochi avevano sentito parlare”, raccontò Barack Obama nel 2014, in occasione dei festeggiamenti per il 25° anniversario di Fa' la cosa giusta. E a quel punto intervenne Michelle: “Un film sofisticato diretto da un regista indipendente: stava solo cercando di impressionarmi”.

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Nel frattempo, gli anni sono diventati trentuno: non è cifra tonda, ma quest'anno la ricorrenza è più significativa del solito, per via dell'anno terribile che stanno vivendo gli Stati Uniti. In fondo anche Fa' la cosa giusta parla di una malattia, più subdola e difficile da diagnosticare del Covid-19 ma ugualmente devastante: il principale merito di Spike Lee è affrontare il tema del razzismo in the straight way, duro, dritto, obiettivo e tuttavia senza nascondere o ammorbidire il proprio punto di vista, evidente anche a un bambino. La scena più drammatica – l'uccisione in strada dell'imponente Radio Raheem soffocato dal manganello di un poliziotto bianco – rivista oggi mette un brivido in più del normale, alla luce (o al buio) dell'omicidio di George Floyd, eseguito con modalità simili dalla polizia di Minneapolis lo scorso 25 maggio. Un parallelo così lampante che qualche giorno dopo lo stesso Spike Lee non si è potuto esimere dal montare e pubblicare sui social un piccolo cortometraggio con le immagini del film alternate a quelle, realmente accadute, delle uccisioni di Floyd e di Eric Garner, un uomo di 43 anni morto per soffocamento il 17 luglio 2014 a Staten Island, New York, anche lui ripetendo per undici volte le parole: “I can't breathe”.

Sotto l'asfalto

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Nelle prime settimane il film fu molto avversato dai critici bianchi, quasi tutti compatti (con la significativa eccezione del grande Roger Ebert) nell'accusare Fa' la cosa giusta di istigare gli afro-americani alla rivolta. Quando invece è vero proprio il contrario: il finale amarissimo, esasperato dal caldo che fa grondare di sudore ogni personaggio e dalle mille tensioni striscianti sotto l'asfalto di Stuyvesant Avenue, è il modo un po' didascalico ma efficacissimo che Spike Lee trova per mostrarci cosa succede a una società i cuoi componenti non remano tutti nella stessa direzione, preferendo ostacolarsi a vicenda e incistarsi in odi di classe e di etnia fondati sul nulla, buoni al massimo come sfogatoio liberatorio (vedi la celebre scena degli insulti a ruota libera, urlati dai vari attori guardando in camera). Eppure è necessario "fare qualcosa": lo suggeriscono le lunghe citazioni finali di Martin Luther King e Malcolm X, in leggera contraddizione tra loro. Ma nessun personaggio è innocente, a eccezione forse della marginale sorella Jade (Joie Lee, sorella di Spike) e del vecchio “sindaco” (Ossie Davis), non a caso sbeffeggiato e maltrattato da tutti, persino dalla madre di cui salva il bambino. È biecamente razzista Pino (John Turturro) ma anche il petulante Buggin' Out (Giancarlo Esposito, atteso in futuro alla fama per Breaking Bad), sono svampiti e tutt'altro che sensibili al tema i ragazzi neri del quartiere e i tre sfaccendati che blaterano sul marciapiede; il suadente deejay Love Daddy (Samuel L. Jackson) aizza i rivoltosi dietro la vetrata della sua radio, Sal (Danny Aiello) è vecchio, stanco ed esasperato da una situazione che – lo si capisce in controluce – va avanti da troppi anni; è sguaiata Tina (Rosie Perez), la ragazza portoricana che ha dato un figlio a Mookie, il quale è attaccato al denaro più di ogni altra cosa, tanto da umiliarsi a raccogliere dal marciapiede le banconote accartocciate che Sal gli lancia addosso nel finale. Spike Lee riserva al proprio personaggio il ruolo più ambiguo e indecifrabile, le cui contraddizioni esplodono nella scena cruciale, l'assalto alla pizzeria di Sal, inaugurato proprio da Mookie che sfonda la vetrata lanciandoci contro un bidone della spazzatura. Perché lo ha fatto? Per solidarietà con l'amico Radio Raheem ucciso dalla polizia? Per proteggere dal linciaggio il suo datore di lavoro? Dopo oltre trent'anni ogni interpretazione è ancora valida (Lee ha sempre detto di preferire la prima, ma riconosce la fondatezza della seconda).

Fight the Power

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Insomma un prodigio di film non annunciato, montato con un'energia irriproducibile a tavolino, attraversato dalla corrente della frenesia a cominciare dai memorabili titoli di testa sulle note di Fight the Power dei Public Enemy: la ragazza che balla, entrando così nella storia del cinema fin dalla prima scena in carriera, è Rosie Perez, l'attrice scovata da Spike Lee in un locale di Los Angeles durante la propria festa di compleanno e messa a durissima prova fin da subito, dalle scene di nudo che recitò con le lacrime agli occhi fino alla sfiancante sessione di otto ore per comporre la coreografia iniziale. La lavorazione di Fa' la cosa giusta trabocca di citazioni (la più famosa, quella di Radio Raheem che racconta la storia dell'odio e dell'amore, ispirata a Robert Mitchum di La morte corre sul fiume) e  piccole e grandi curiosità: girato interamente a Brooklyn nei veri luoghi della storia, al posto della polizia Spike Lee assoldò i vigilantes della Nation of Islam, il movimento separatista di Louis Farrakhan, per evitare che attorno al set circolassero spacciatori e altri malintenzionati. Verità nelle parole, sui manifesti, nei murales: “Tawana Told the Truth!”, si legge a un certo punto su un muro in riferimento alla storia di Tawana Brawley, la 15enne che sostenne di essere stata picchiata e violentata da sei uomini bianchi nel 1987, prima che il processo decretasse che le sue deposizioni erano tutte false. Decine, centinaia di storie tutte uguali (anche la morte di Radio Raheem è ispirata a quella di Michael Stewart, uno street artist arrestato nel 1983 nella metropolitana di New York e rimasto strangolato in una colluttazione con la polizia), per un film girato nell'estate 1988, presentato a Cannes il 19 maggio 1989 e paradossalmente ambientato... nel futuro: le 24 ore più calde dell'anno sono infatti quelle di sabato 5 agosto 1989, come si legge nei quotidiani in vendita sul marciapiede.

La verità

Un film-verità nel senso più profondo e spettacolare del termine, diretto con il ritmo e l'astuzia di un newyorkese doc. Percepibile all'istante e bruciante come il caldo del quartiere Bed-Stuy (crasi di Bedford-Stuyvesant, le due strade di Brooklyn dov'era ambientato anche il cortometraggio-tesi di laurea di Spike Lee, Joe's Bed-Stuy Barbershop: We Cut Heads). Un film talmente dirompente che fece andare fuori copione Kim Basinger, all'apparenza certamente non la celebrità più vicina alle istanze degli afro-americani: sul palco degli Oscar, il 26 marzo 1990, dopo aver annunciato i cinque titoli in concorso per la categoria del Miglior Film, la diva di Nove settimane e mezzo disse a sorpresa che secondo lei ne mancava un sesto, quello che ironicamente conteneva “la verità più grande di tutte”. Ma ormai era troppo tardi, e l'Oscar per il miglior film andò – con buona pace dei futuri Mr. e Mrs. Obama – al più blando, zuccheroso e rassicurante A spasso con Daisy.

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