Starman: l'intervista a Luca Parmitano

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Massimo Vallorani

 © Vision Distribution

Luca Parmitano, astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea(ESA), unico italiano ad aver comandato la Stazione Spaziale Internazionale ed il primo ad aver effettuato passeggiate spaziali, ci accompagna nel suo viaggio di preparazione per il lancio della missione Beyond, tra emozioni, luoghi simbolo della storia dell’esplorazione spaziale, tecnologie all’avanguardia e dure sfide fisiche e psicologiche. LEGGI L'INTERVISTA

C’è un uomo che spesso visita le stelle e lo spazio vuoto che circonda la nostra terra. Chissà quante volte sarà passato sulle nostre teste, e chissà quante volte si sarà sentito sorpreso di essere, sì, proprio lui, uno dei pochi fortunati essere umani a fare l’astronauta come lavoro. E che lavoro! Alcuni lo hanno soprannominato AstroLuca, ma per tutti è Luca Parmitano, astronauta dell’ESA e primo comandante italiano della ISS (Stazione Spaziale Internazionale).

Ora, AstroLuca nel suo lungo curriculum, oltre alle tante missioni nello spazio compreso quello di essere l’unico italiano ad aver effettuato una passeggiata extraveicolare, potrà aggiungere anche quello aver partecipato a un docu-film che lo vede principale protagonista. Il titolo, quanto mai evocativo, è Starman docu-film, distrubuito da Vision in onda su Sky Primafila Premiere a partire dal 1° maggio.

La pellicola firmata da Gianluca Cerasola, che oltre alla regia, è anche autore del soggetto e della sceneggiatura, non soltanto segue da vicino la preparazione di Luca Parmitano alla missione Beyond, ma vuole essere anche un viaggio per capire chi è davvero questo uomo, da dove nasce la sua voglia di volare, cosa significa essere astronauta, e a quali tipi di sacrifici e rinunce ma anche gioie si va incontro. Un bambino nato in Sicilia e poi, fattosi uomo, capace di realizzare il sogno della sua vita: quello di andare nello spazio. Niente altro che uomo delle stelle. Uno Starman, per l’appunto.

Lei è il protagonista di questo docu-film dal titolo Starman. Come è nata l'idea?

Io sapevo molto poco di questo docu-film. In parte ignoravo quello che aveva in mente il regista Gianluca Cerasola. Mi ha seguito per circa tre anni in tante attività molto diverse. Ed io l’ho accontentato, perché ritengo che condividere le proprie esperienze sia anche un modo anche di riviverle. Mi sono reso disponibile per questa operazione senza sapere cosa avesse bene in mente Cerasola. Quando poi ho visto il prodotto finale, ho subito notato che la produzione aveva realizzato qualcosa di veramente innovativo che riesce ad unire divulgazione e comunicazione. E anche con una certa dose di intrattenimento, soprattutto in alcune scene che hanno un forte impatto emotivo. Secondo me vale la pena di vederlo, soprattutto perché si sforza di raccontare la vita di un uomo, di un astronauta cogliendone molti aspetti inusuali.

Presumo che anche lei sia, in questo momento, in lockdown per l'emergenza Covid 19. Quale è la sua giornata tipo?

Questo è un momento particolare per tutti e anche qui a Houston dove vivo con la mia famiglia siamo in quarantena. Il lockdown è stato istituito circa un mese fa e fra circa una settimana si avranno una serie di aperture, perché sì è visto che qui, in Texas, considerati gli spazi e lo stile di vita, sembrerebbe possibile un graduale ritorno alla normalità. In realtà, qui non c’è stata una grande diffusione del virus (AGGIORNAMENTI - LO SPECIALE - LA MAPPA). Comunque le autorità hanno fissato tra tre settimane quella che Italia genericamente viene chiamata Fase 2. Anche io come la stragrande maggioranza delle persone sono in quarantena. Per quanto riguarda la sua seconda domanda, questo momento così particolare, è stato l’occasione di portare a termine il classico periodo di riabilitazione post missione spaziale in modo tale che il mio corpo si riabitui alla gravità. Per quanto concerne il lavoro comincio la mattina presto in modalità smart working con una serie di debriefing con tutti coloro che erano impegnati nella missione Beyond per confrontarci su questa esperienza e migliorare quelle future. Poi nel pomeriggio, la mia giornata continua con lo sport cercando di mantenermi in forma per quanto sia possibile in questo frangente.

L'emergenza Covid rallenterà i progetti spaziali di ricerca? Anche i suoi?

Non tantissimo. Prova ne è che nella stazione spaziale internazionale sono già arrivati tre nuovi astronauti che stanno continuando a lavorare come da programma. Sulla terra, invece le agenzie spaziali hanno modificato i loro processi, prediligendo lo smart working. Insomma la scienza non si ferma, neanche se minacciata da un virus. E neanche io del resto.

Nella vita di un astronauta ci sono tanti sacrifici e rinunce. Ore e ore di addestramento e le incognite di un viaggio nello spazio. Se dovesse convincere qualcuno a fare questo lavoro, cosa gli consiglierebbe?

Io nel rispondere partirei da una considerazione. Io non vorrei mai convincere qualcuno a fare qualcosa. Vorrei invece aiutare qualcuno che possiede un desiderio, un progetto. Perché la cosa forse più importante è realizzare il proprio desiderio di rilevanza, qualsiasi esso sia. Se qualcuno ha il sogno di volare nello spazio e se ne ha naturalmente le caratteristiche fisiche e le giuste motivazioni, può diventare più semplice per me aiutarlo. Partendo dalla constatazione, però, che le missioni nello spazio profondo rappresentano, se si è fortunati, soltanto il 5 o il 10% del totale. Il resto è speso a terra principalmente per l’addestramento e lo sport. Le faccio un esempio preciso basato sulla mia esperienza. Io ho passato 366 giorni in orbita e faccio questo mestiere da 10 anni. Sono dati in linea con la maggior parte degli astronauti in attività. Il resto del mio tempo, come le dicevo. l’ho passato a terra a preparare le mie missioni. Chi, quindi, vuole intraprendere la vita dell’astronauta deve essere conscio anche di questo aspetto.

Nella sua lunga carriera c'è un momento che ricorda particolarmente?

Ne ho tantissimi di momenti indimenticabili che non potrò mai dimenticare. Ricordo la mia prima missione avvenuta nel 2013, i 48 secondi prima dell’accensione dei motori e poi la prima alba vista dallo spazio, l’aggancio alla stazione spaziale orbitante e la visuale meravigliosa dalla sua cupola, l’abbraccio con i colleghi a bordo, i primi esperimenti scientifici che hanno avuto un forte impatto su di me. E poi ancora il ritorno in orbita da “veterano” e il confronto con i colleghi più giovani che volavano per la prima volta. Tutti momenti che sono più della somma degli istanti passati. E una sorta di continuum che mi permette, ancora oggi, di guardarmi indietro e di farmi sentire ancora coinvolto emotivamente nelle missioni.

La paura è contemplata nella vita di un astronauta?

Certo che si ha paura, sempre. Gli astronauti sono essere umani come tutti gli altri. Però, solo le cose che ignoriamo ci portano a reazioni avventate. Per esempio, quando si parte per una missione spaziale si è consapevoli che si è seduti su 70 tonnellate di carburante altamente esplosivo. Tuttavia, anche in questi frangenti, bisogna concentrarsi sulle cose apprese nell'addestramento: i meccanismi di sicurezza, le procedure nominali e di emergenza, il rientro in modalità manuale, le eventuali avarie avioniche. Sta proprio nella somma dei moltepici elementi di conoscenza che permette agli astronauti di avere il controllo della paura e di conseguenza compiere la propria missione in tutta sicurezza.

Pochi giorni fa mi è capitato di rivedere il film di Ridley Scott “The Martian – Il sopravvissuto”. Nel finale, il protagonista del film, l'attore Matt Damon dice ai suoi allievi che "lo spazio non collabora". Secondo lei può essere vera questa affermazione oppure è una semplice frase ad effetto di un film?

Per interpretare questa frase bisogna intendersi su cosa significa spazio. Non in senso fisico e astronomico ma più prosaicamente quello con cui si imbatte un astronauta. E, per mia esperienza, posso dire che lo spazio, dobbiamo immaginarcelo un po' come un grande deserto in cui ci si va non come degli asceti sprovveduti ma come essere umani addestrati proprio per gestire un elemento come il vuoto. Soltanto in questa ottica lo spazio, almeno in parte, può essere collaborativo.

La sua prossima missione?

Spero presto anche se devo essere realistico. Ho 43 anni e sono stato già due volte nello spazio, uno anche in qualità di comandante della Stazione Spaziale Internazionale. Quello che mi ripeto è che, però non bisogna mai porsi dei limiti e avere sempre nel cassetto il proprio sogno e la prossima missione. Mai comunque arrendersi.

Il trailer di Starman

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