Scala, torna la danza: nel Gala una nuova creazione di Mauro Bigonzetti. L’INTERVISTA

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Chiara Ribichini

Il lockdown aveva interrotto proprio le prove di un suo progetto, “Madina”. Oggi il coreografo presenta “Do a Duet”, un passo a due tutto al femminile pensato per le quattro serate con cui i danzatori hanno ripreso finalmente a danzare sul palco del loro teatro. “Tornare è energia positiva, emozione, voglia di fare, creare, guardarsi negli occhi” racconta a Sky Tg24

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Scala, ritorna la danza: un gala con Bolle, Ferri e Zakharova. FOTO

E’ un gioco coreografico. Una creazione che sprizza energia e positività senza dimenticare tutta la drammaticità di quello che è stato. Del silenzio, della solitudine, del vuoto lasciato dal lockdown. Do a duet è la nuova coreografia firmata da Mauro Bigonzetti pensata per il Gala con cui al Teatro alla Scala di Milano, dopo i concerti e l’opera, è tornata anche la danza (FOTO - VIDEO). Quattro serate, fino al 2 ottobre, con un programma che spazia dal classico al contemporaneo e riporta in scena étoile come Roberto Bolle, Alessandra Ferri e Svetlana Zakharova, primi ballerini e solisti scaligeri.

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Una nuova creazione per una prima assoluta, un momento storico in cui gli artisti si sono ritrovati sul palco abbandonato diversi mesi fa proprio mentre lavoravano a un suo progetto. Da dove è partito?

Ci siamo fermati più di sei mesi fa proprio mentre eravamo in sala per un nuovo lavoro: Madina. Il primo giorno, quando siamo rientrati per la prima volta a teatro, è stato un forte shock. Una sensazione di stordimento e confusione. Era un cambio netto rispetto al passato. Tornare è energia positiva, emozione, voglia di fare. Un desiderio fortissimo di stare insieme, guardarsi negli occhi, creare. Un mood e una sensazione mai provati prima.

 

Come ha vissuto il lockdown?

Male. Erano cinque o sei mesi che giravo per l’Europa per varie creazioni. Era un momento molto intenso. Mi sono ritrovato all’improvviso privato di tutto. Senza lavoro, senza stress. Per i primi due mesi ho vissuto in solitudine, sulle colline nelle Marche in cui abito. Mi sono goduto un po’ il giardino. E’ stato un momento di riflessione, in cui ho studiato tanto ma “a tavolino”. Certo per un artista e per un coreografo non è la stessa cosa. Ma ho pensato a tanti progetti che spero di poter realizzare presto.

 

E’ rimasto in contatto con i suoi colleghi all’estero?

Sì, soprattutto con chi vive e lavora a New York. E’ strano… all’inizio ricevevo telefonate di vicinanza. Poi ci siamo ritrovati uniti in questa lontananza dal palcoscenico. Ed ora paradossalmente siamo visti come il futuro perché sono in una situazione decisamente peggiore. Il Metropolitan Opera House resterà chiuso per un altro anno. Ho un figlio che vive a Londra e anche lì sono in condizioni più gravi di noi.  

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In questi mesi di emergenza sanitaria il web e i social soprattutto sono stati l’unico mezzo di sopravvivenza anche per i teatri. Un modo per continuare a tenere un contatto con il pubblico. Sono nate anche delle creazioni in lockdown, cosa ne pensa?

Qualche idea c’è stata ma ho trovato spesso le coreografie ripetitive e un po’ scontate. Forse è anche inevitabile. La danza è fatta di contatto, di scambio. Bisogna esserci. Così nella vita: le persone bisogna toccarle, sentirle, altrimenti manca la presenza umana.

 

Cosa ci porteremo dentro di questi mesi di chiusura?

Tanto dramma, dolore e lacrime. A me ha profondamente segnato. Quelle bare trasportate dall’esercito a Bergamo… sono immagini che feriscono per sempre. E’ difficile mantenere un livello umano in questa situazione. Spero che tutto passi presto. 

Per il ritorno in scena, e quindi alla sua vita da coreografo, ha scelto un passo a due con due donne. Perché?

Per non essere scontati. Sono due danzatrici che in sei minuti non si toccano mai. Vicine ma senza contatto.

 

Come le ha scelte?

Ho scelto le quattro danzatrici più idonee, più vicine alla mia idea per sensibilità. Antonella Albano, Maria Celeste Losa, Alessandra Vassallo, Agnese Di Clemente. Sono artiste che conosco bene (Bigonzetti ha lavorato in diverse occasioni con il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di cui è stato anche direttore, ndr) e quando hai poco tempo è fondamentale.

 

Qual è il messaggio che vuole dare con Do a duet?

Nella musica di Mozart, persino nel Requiem, c’è sempre un senso di positività anche nella drammaticità. Così l’Allegro che ho scelto (dalla Sinfonia n.25 in sol minore K.183, ndr) ha delle forme tragiche all’interno. Trovo che rispecchi molto questo periodo.

 

Come ha trovato i danzatori dopo tanti mesi di stop?

Come delle bellissime piante sull’orlo del crollo a cui bisognava dare acqua, ossigeno. Il lockdown ha rischiato di inaridirci.

 

Tornando all’inizio della nostra chiacchierata e ai giorni che hanno cambiato per sempre le nostre vite. Cosa ne sarà di Madina?
Si farà, speriamo nella primavera 2021. E avrà anche forte valore simbolico.

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