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Emissioni di CO2, l’Africa tropicale è un'insospettabile protagonista

I titoli di Sky Tg24 delle ore 8 del 16/8

2' di lettura

Un complesso studio condotto dai ricercatori dell’università di Edimburgo, che si è avvalso delle rilevazioni di due super satelliti, ha stabilito che anche i Tropici sono coinvolti nel processo di emissione di anidride carbonica 

Una vasta regione dell'Africa colpita dalla siccità e dal drastico cambiamento nell'uso delle terre emette ogni anno una quantità di anidride carbonica pari a 200 milioni di automobili. Si affaccia dunque un nuovo protagonista sulla scena dei responsabili delle emissioni di CO2: è l'Africa tropicale, in particolare il bacino del Congo e dell'Etiopia occidentale. Lo sostiene una ricerca condotta da esperti dell’università di Edimburgo e pubblicato sulla rivista Nature Communications.

Utilizzati due super satelliti

I ricercatori, basandosi sulle osservazioni di due satelliti, il giapponese Greenhouse Gases Observing Satellite (GOSAT) e l'Orbiting Carbon Observatory della Nasa (OCO-2) hanno quantificato tali emissioni tra 1 e 1,5 miliardi di tonnellate di carbonio ogni anno. I dati suggeriscono che il carbonio immagazzinato è stato rilasciato da terreni degradati, quelli soggetti a siccità prolungata o ripetuta o a cambiamenti nell'uso del suolo, anche se gli scienziati stessi hanno affermato che sono necessari ulteriori studi per fornire una spiegazione definitiva di tali elevate quantità di emissioni. E’ evidente però che gli ecosistemi terrestri in queste aree conservano nelle piante e nel suolo vaste riserve di carbonio, il cui destino è stato finora difficile da prevedere per via delle poche misure fatte in questa regione.

Dieci anni di rilevamenti

I ricercatori coinvolti nel lavoro hanno confrontato le letture estrapolate dalle osservazioni dei due satelliti con tre modelli atmosferici che mostrano cambiamenti nella vegetazione e una serie di altre misurazioni legate alle acque sotterranee, al fuoco e a livelli di fotosintesi. Il complesso studio, che ha visto coinvolti anche ricercatori dell'Università di Leicester, del Laboratoire des Sciences du Climat et de l'Environmentnement (LSCE) in Francia e della Colorado State University negli Stati Uniti, ha previsto osservazioni per un periodo lungo dieci anni ed ha coinvolto centinaia di ingegneri e scienziati dedicati e miliardi di dollari di investimenti da parte delle agenzie spaziali.

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