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Prevenzione diabete: malattia ritardata di 2 anni con nuovo farmaco

I titoli di Sky Tg24 delle ore 13 del 10/06

2' di lettura

È l’effetto del teplizumab, un medicinale testato dai ricercatori su pazienti ad alto rischio: agisce direttamente sul sistema immunitario, riducendo la distruzione delle cellule beta 

Due anni di tempo in più per prepararsi a contrastare il diabete nel modo più efficace. È questa la speranza dei ricercatori dell’Università della California di San Francisco, che in un nuovo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine illustrano gli effetti di un rivoluzionario farmaco in grado di ritardare l’insorgere del diabete di tipo 1 in pazienti considerati ad alto rischio. Si tratta di un significativo passo avanti per quanto riguarda le terapie preventive per la patologia, specialmente nei soggetti più giovani, nei quali il diabete tende a progredire più velocemente rispetto agli adulti.

Diabete in ritardo di due anni

Per verificare l’efficacia del teplizumab, un farmaco in grado di agire direttamente sul sistema immunitario, i ricercatori parte della collaborazione internazionale Type 1 Diabetes TrialNet hanno arruolato 76 partecipanti compresi tra gli 8 e i 49 anni con parenti affetti da diabete mellito di tipo 1, anormale tolleranza al glucosio e almeno due tipi di autoanticorpi associati alla malattia. I volontari sono poi stati smistati casualmente tra il gruppo di controllo, trattato con un placebo, e quello di trattamento, curato con il teplizumab per un periodo di due settimane. Secondo Lisa Spain, l’esperimento ha mostrato “differenze impressionanti”, dimostrando “per la prima volta che un trattamento preventivo precoce può ritardare il diabete di tipo 1”. Nel gruppo a cui è stato somministrato il nuovo farmaco, infatti, la patologia si è presentata nel 43% dei partecipanti mediamente dopo 48 mesi, contro i 24 mesi del 72% di volontari trattati con il placebo

Diabete, gli effetti sul sistema immunitario del farmaco

Il teplizumab agisce sul sistema immunitario e più precisamente sulle cellule T, che con il diabete attaccano erroneamente le cellule beta responsabili della produzione di insulina. Il farmaco è in grado di ridurre significativamente questa azione, ritardando di conseguenza l’insorgere della patologia. Secondo Griffin P. Rodgers, direttore del National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases (Niddk), i risultati ottenuti dal team “mostrano come decenni di ricerca possano condurre a promettenti trattamenti che abbiano un impatto concreto sulle vite della gente”. 

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