Carcinoma a cellule di Merkel, introdotta in Italia prima terapia

Immagine di archivio (Getty Images)
2' di lettura

Dopo Germania e Regno Unito è il terzo paese ad adottare l’anticorpo monoclonale avelumab per la terapia legata al raro tumore della pelle 

È stata introdotta anche in Italia una specifica terapia per il Carcinoma a cellule di Merkel, raro e aggressivo tumore della pelle. L’avelumab, un anticorpo monoclonale sviluppato dalle società farmaceutiche Merck e Pfizer, è stato ammesso alla rimborsabilità dall’Agenzia italiana per il trattamento del carcinoma allo stato metastatico. Finora non esisteva in Italia una terapia specifica per questa patologia. Dopo Germania e Regno Unito, l’Italia è il terzo paese europeo ad adottare l’avelumab come prima immunoterapia approvata per questo raro tipo di tumore alla cute.

2.500 nuovi casi all’anno in Europa

Il carcinoma a cellule di Merkel è trenta volte più raro del melanoma e risulta fatale per un paziente su tre. In Europa si registrano 2.500 nuovi casi all’anno. Il 5-12% delle persone colpite sviluppa una malattia metastatica. Colpisce con più frequenza gli individui maschi di età superiore a 50 anni. Solitamente si manifesta con un nodulo cutaneo indolore di colore rosso, rosa o bluastro sul viso, sul collo, sulle braccia e sulle gambe, ovvero le zone più esposte ai raggi del Sole. “È un tumore molto aggressivo che si sviluppa con una velocità esponenziale. Circa la metà di tutti i pazienti sperimenterà purtroppo una recidiva, mentre oltre il 30% alla fine svilupperà la malattia metastatica”, spiega Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di oncologia melanoma e immunoterapia oncologica dell’Istituto Nazionale Tumori Fondazione G. Pascale di Napoli. “Prima dell’avelumab l’unica opzione terapeutica era la chemioterapia, con una prognosi il più delle volte sfavorevole”.

Che cos’è avelumab?

Avelumab è un anticorpo umano specifico per il ligando-1 della proteina della morte cellulare programmata, PD-L1. È in grado di attivare sia il sistema immunitario innato che quello adattivo. Bloccando l'interazione della proteina con i recettori PD-1 l’anticorpo è riuscito, nei modelli preclinici, a ristabilire la risposta immunitaria antitumorale mediata dalle cellule T.

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